1.
L’uguaglianza sociale diventa
un’aspettativa su scala mondiale
Prima tesi Le disuguaglianze sociali diventano un problema, materia di conflitto, non perché i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, ma quando – e solo quando – le norme e le aspettative di uguaglianza riconosciute, ossia i diritti umani, si diffondono. Chi vuole comprendere l’incidenza politica delle disuguaglianze deve interrogarsi sulla storia dell’uguaglianza sociale.
Occorre distinguere chiaramente tra la realtà della disuguaglianza sociale e il problema politico della disuguaglianza sociale. Sul piano storico, le disuguaglianze sociali solo relativamente tardi assumono i caratteri di scandalo politico – e ciò avviene dapprima con una singolare contraddizione: tutte le persone sono nello stesso tempo uguali e non uguali seguendo la linea delle frontiere nazionali. Le frontiere nazionali fanno da spartiacque della percezione: esse danno un carattere politico alle disuguaglianze sociali (verso l’interno) e nello stesso tempo le producono, le legittimano e le stabilizzano (verso l’esterno). In quali condizioni questo quadro diventa problematico?
Brutale ironia: la disuguaglianza tra poveri e ricchi nella società mondiale assume la forma di una coppa di champagne. Ai 900 milioni di persone privilegiate dalla grazia di essere nate in Occidente tocca l’86 per cento dei consumi mondiali; esse consumano il 58 per cento dell’energia mondiale e dispongono di oltre il 79 per cento del reddito mondiale e del 74 per cento di tutte le connessioni telefoniche. Al quinto più povero della popolazione mondiale – 1,2 miliardi di persone – toccano l’1,3 per cento dei consumi globali, il 4 per cento dell’energia e l’1,5 per cento di tutte le connessioni telefoniche. È facile spiegare perché i ricchi sono così beati nel loro benessere. Ma com’è possibile che i poveri dominati accettino tutto ciò? Come è noto, Max Weber ha legato la stabilità dell’ordine della disuguaglianza e del dominio alla questione della legittimazione. Quale «fede di legittimità» garantisce l’accettazione, da parte dei poveri e degli esclusi su scala globale, della disuguaglianza della società mondiale, dove la metà della popolazione – la maggioranza dei bambini – soffre la fame? Al quinto della popolazione mondiale al quale le cose vanno peggio (messi assieme, essi hanno meno soldi dell’uomo più ricco del mondo) manca tutto: cibo, acqua potabile e un tetto sulla testa. E allora, cosa rende legittimo e stabile questo ordine globale della disuguaglianza? Com’è possibile che le società europee del benessere organizzino al loro interno dispendiosi sistemi di trasferimenti finanziari in base ai criteri della povertà e del bisogno nazionali, mentre gran parte della popolazione mondiale è minacciata quotidianamente dalla morte per fame?
La mia risposta è questa: Il principio di prestazione legittima la disuguaglianza nazionale, mentre il principio dello Stato nazionale legittima la disuguaglianza globale (in un’altra forma). Come?
Primo: Le frontiere nazionali separano nettamente la disuguaglianza politicamente rilevante da quella politicamente irrilevante. Le disuguaglianze all’interno delle società nazionali vengono enormemente ingrandite nella percezione; allo stesso tempo, le disuguaglianze tra le società nazionali vengono offuscate. La «legittimazione» delle disuguaglianze globali poggia dunque su un «volgere gli occhi altrove» istituzionalizzato. Lo sguardo nazionale «libera» dallo sguardo sulla miseria del mondo. Esso opera tramite una doppia esclusione: esclude gli esclusi. E a ciò contribuisce, senza volerlo, la sociologia della disuguaglianza, che identifica la disuguaglianza con la disuguaglianza all’interno della nazione. Colpisce la sistematica «legittimazione» delle disuguaglianze globali sulla base della tacita sintonia tra il dominio a livello nazional-statale e la sociologia programmata su scala nazional-statale – con tutta la sua pretesa di autonomia scientifica dai valori!
Secondo: Dal momento che non esistono una competenza e un’istanza di osservazione al livello della globalità degli Stati, le disuguaglianze globali si scompongono in circa duecento isole di disuguaglianze nazional-statali.
Ciò conduce al terzo principio, in base al quale le disuguaglianze tra paesi, regioni e Stati sono considerate politicamente incommensurabili. Nell’ottica limitata alla dimensione dello Stato nazionale i confronti politicamente rilevanti possono essere compiuti solo all’interno delle diverse realtà nazionali, non tra di esse. Tali confronti, che rendono politicamente esplosiva la disuguaglianza, presuppongono norme di uguaglianza nazionali. Perciò anche notevoli differenze di reddito tra persone di pari qualifica professionale ma di differente appartenenza nazionale acquistano forza esplosiva sul piano politico solo quando vengono riferite all’orizzonte di percezione di una comune uguaglianza. Un simile quadro comune si produce solo allorché le persone appartengono alla medesima nazione o all’alleanza di Stati dell’Unione Europea, oppure sono occupate in diverse filiali nazionali della stessa azienda.
Ma proprio questo è ciò che viene messo in ombra dall’ottica nazionale. Quanto più le norme di uguaglianza si diffondono in tutto il mondo, tanto più difficile diventa legittimare la disuguaglianza globale sulla base della deviazione istituzionalizzata dello sguardo. Le ricche democrazie portano il vessillo dei diritti umani fin negli angoli più remoti del mondo, senza accorgersi che in questo modo i bastioni eretti a difesa delle frontiere nazionali, con cui esse intendono respingere i flussi migratori, perdono ogni base di legittimazione. Molti immigrati prendono sul serio, come un diritto umano alla mobilità, la proclamata uguaglianza e si imbattono in paesi e in Stati che – proprio sotto l’impressione delle crescenti disuguaglianze all’interno – intendono far cessare la validità della norma dell’uguaglianza sulla soglia delle loro frontiere armate.