Afghanistan: trent'anni dopo
eBook - ePub

Afghanistan: trent'anni dopo

  1. Italian
  2. ePUB (disponibile su mobile)
  3. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Afghanistan: trent'anni dopo

Informazioni su questo libro

Due armate speculari, eppure diversissime, hanno invaso l'Afghanistan negli ultimi quarant'anni: quella sovietica e quella americana. Hanno seguito tattiche diverse, usato armi differenti eppure entrambe le spedizioni si sono rivelate fallimentari. Di più: hanno incentivato il supporto locale per quei gruppi armati islamisti contro cui erano andate a combattere. Il racconto di Valerio Pellizzari, inviato in Afghanistan fin dal 1974.

Domande frequenti

Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento.
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Perlego offre due piani: Essential e Complete
  • Essential è l'ideale per studenti e professionisti che amano esplorare un'ampia gamma di argomenti. Accedi alla libreria Essential, che include oltre 800.000 titoli di comprovata qualità e bestseller in vari settori, tra cui business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la sintesi vocale.
  • Complete: perfetto per studenti e ricercatori esperti che necessitano di un accesso completo e illimitato. Accedi a oltre 1,4 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete include anche funzionalità avanzate come la sintesi vocale premium e l'assistente di ricerca.
Entrambi i piani sono disponibili con cicli di fatturazione mensili, semestrali o annuali.
Perlego è un servizio di abbonamento a testi accademici, che ti permette di accedere a un'intera libreria online a un prezzo inferiore rispetto a quello che pagheresti per acquistare un singolo libro al mese. Con oltre 1 milione di testi suddivisi in più di 1.000 categorie, troverai sicuramente ciò che fa per te! Per maggiori informazioni, clicca qui.
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS o Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
Sì, puoi accedere a Afghanistan: trent'anni dopo di Valerio Pellizzari in formato PDF e/o ePub, così come ad altri libri molto apprezzati nelle sezioni relative a Sciences sociales e Journalisme. Scopri oltre 1 milione di libri disponibili nel nostro catalogo.

Informazioni

Afghanistan:
trent’anni dopo

Trentatré anni fa centomila soldati sovietici occupavano l’Afghanistan. Era pieno inverno. Indossavano colbacchi e pesanti giacconi. A Mosca iniziavano quelle due settimane di festa e di paralisi burocratica che ogni anno avvolgono la vita del paese con le bevute, i pranzi distribuiti tra l’ultimo giorno dell’anno e il Natale ortodosso. È il periodo ideale per i colpi di mano della politica. Eltsin aspettò il 31 dicembre per annunciare che Putin avrebbe preso il suo posto. Con quella spedizione afgana il vertice del Partito comunista sovietico avviava il crollo dell’impero che si sarebbe concluso dieci anni dopo.
Lo stesso numero di uomini, questa volta senza stella rossa sul cappello ma con addosso la divisa americana, era dislocato nello stesso paese nell’estate del 2011. Da quella data cominciarono a ritirarsi, in modo graduale. Anche le avanguardie di questo secondo contingente erano comparse in inverno, dieci anni prima, due mesi dopo l’11 settembre. Le avevo viste arrivare, muoversi in motocicletta dentro e attorno alla grande base militare di Bagram, a un’ora di strada da Kabul, ormai svuotata, priva di forza, che era stata la roccaforte dei sovietici, e che rappresenta il sogno proibito di ogni generale che voglia controllare l’Asia centrale. In quell’anfiteatro di montagne spettacolare, cinematografico, predisposto attorno alle piste, iniziava per gli Stati Uniti una guerra più lunga di quella combattuta in Vietnam.
Il numero degli uomini impiegati e il tempo speso in terra afgana rivelano già da soli una similitudine allarmante tra due spedizioni militari condotte in momenti storici molto diversi, con motivazioni diverse, sotto bandiere diverse. L’Unione Sovietica confinava con l’Afghanistan, i suoi soldati avevano facilmente e rapidamente scavalcato quella debole linea di separazione. Erano arrivati a Kabul per difendere la rivoluzione comunista locale e combattere l’integralismo islamico. Così raccontava la loro propaganda. E così testimoniavano le foto costruite dai cronisti della «Pravda», mettendo pazientemente in posa soldati biondi e uomini scalpitanti con la barba nera, gli occhi nerissimi e il turbante in testa. In mezzo, a cementare, a ingentilire quella vicinanza forzata, non mancavano mai le corone e i mazzi di fiori assieme a qualche bambino recuperato in una delle case vicine. Sui francobolli afgani dell’epoca era scritto, in dari e in francese, «Il popolo fa la storia. Il partito democratico del popolo rende onore ai suoi martiri». E negli striscioni della propaganda il nome di Lenin era associato a quello del re Amanullah che aveva avviato la modernizzazione del paese.
Gli americani e i loro alleati occidentali invece, dopo l’11 settembre 2001, erano arrivati per sconfiggere il terrorismo che si era trincerato in quelle vallate con Bin Laden, cancellare l’oscurantismo dei talebani e importare la democrazia. Così hanno ripetuto per anni la radio e «La voce della libertà», il giornale delle truppe straniere, confezionato per gli afgani, cosparso di foto sorridenti, con soldatesse occidentali rispettose coperte dal velo, con gli anziani dei villaggi esibiti come testimonianza di collaborazione, come garanzia di una nuova amicizia, ma troppo rigidi, impalati, per essere autentici.
L’Armata rossa si ritirò dopo dieci anni, sconfitta. Accompagnata da racconti e dicerie di brutalità e di paura che l’omertà dei comunisti afgani non permetteva di verificare; e che la propaganda dei mujahedin, dei guerriglieri anti-comunisti, ingigantiva. I russi usavano mine anti-uomo che sembravano giocattoli e che devastavano i bambini appena le toccavano. Ogni volta che si entrava in un ospedale quelle vittime testimoniavano senza bisogno di parlare. Ma quelle mine le usavano anche i guerriglieri, e le conseguenze erano identiche. Nel maggio del 1988 a Kabul raccontavano che una donna con i suoi bambini era stata travolta per errore da un camion russo. I militari avevano continuato la loro corsa, molto probabilmente impauriti dalla ostilità degli afgani che sarebbero accorsi sul luogo dell’incidente. E infatti erano stati inseguiti da un corteo di auto, cariche di gente inferocita, che li aveva raggiunti, tirati fuori dalla cabina e linciati in mezzo alla strada.
Una vicenda simile si era svolta al bazar. Due russi erano andati da un cambiavalute sikh per cambiare i loro rubli. Uno dei due, forte del suo kalashnikov, aveva rubato parte dell’incasso all’uomo. La voce del furto si era diffusa e dal bazar, sempre affollato anche nei giorni di guerra, si era staccato un gruppo, sempre più numeroso e rumoroso, che aveva incalzato a piedi la coppia dei soldati. Questi, terrorizzati, si spararono alla testa prima ancora di essere catturati. I russi avvelenavano i pozzi d’acqua, usavano i gas nei villaggi. Ma nei racconti popolari i mujahedin più feroci toglievano la pelle a quei soldati e li coprivano con la sabbia bollente.
Il ritorno a casa dell’Armata rossa durò circa dieci mesi. Il primo scaglione uscì da Kabul tra bandierine, ombrellini colorati e...

Indice dei contenuti

  1. Afghanistan: trent’anni dopo
  2. L’autore