1872. I funerali di Mazzini
di Sergio Luzzatto
La storia che vogliamo qui riscoprire non comincia nella città di Genova. Comincia a Pisa, dove il 10 marzo 1872 muore il signor Brown. Il signor chi? Brown era il nome fasullo che Giuseppe Mazzini aveva dovuto scegliere per gli ultimi mesi della sua vita. Perché nell’Italia dei Savoia trionfanti – l’Italia inaugurata dalla breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870, dalla conquista di Roma per opera dei bersaglieri di Vittorio Emanuele II – il vecchio Mazzini si era mosso sino alla fine come un rivoluzionario non pentito. Un rivoluzionario costretto addirittura, per l’appunto, a vivere sotto mentite spoglie. Proveniva dall’Inghilterra, dove aveva trascorso buona parte della sua vita di esule. Muore a Pisa, oscuro signor Brown, per sfuggire alle polizie di casa Savoia.
Mazzini si spegne nella casa pisana dei Nathan-Rosselli, cioè di una famiglia che si sarebbe valorosamente illustrata nella futura storia d’Italia. Casa di ebrei: non senza qualche malumore all’interno stesso del movimento mazziniano, dove anche dopo l’Unità – quindi dopo l’emancipazione degli italiani di origine israelita – continuavano a spirare, come dappertutto altrove, venticelli antisemiti. Ma non è di questo che dobbiamo parlare. Qui, contentiamoci di partire da Pisa per arrivare a Genova. E contentiamoci di ricordare come Mazzini muoia relativamente anziano per l’epoca, a sessantasette anni, tra le braccia di Sara Nathan: una donna che lungamente lo aveva ispirato, che dall’agitatore genovese era stata amata, che gli aveva forse dato un figlio.
Andiamo dunque a casa Rosselli e scopriamo – grazie a un’incisione d’epoca – non tanto le circostanze esatte della morte di Mazzini, quanto la messa in scena di quella morte (fig. 1). «Pippo» (come gli amici solevano chiamarlo) è composto sul letto funebre, circondato da un paio di signore e da una manciata di capi del movimento mazziniano. Uomini non necessariamente presenti, in realtà, al momento del trapasso di Mazzini, e che tuttavia questa necrologica mise en scène tiene a rappresentare lì: a suggerire l’unità della famiglia mazziniana nel momento delicatissimo della perdita del capo, e a promettere un’elaborazione del lutto politicamente non troppo complicata, se non proprio indolore. Agostino Bertani, Federico Campanella, Maurizio Quadrio, Aurelio Saffi: ritratti dall’incisore con uno scrupolo fisiognomico che doveva renderli riconoscibilissimi allo sguardo dei militanti, i pezzi grossi del movimento repubblicano sembravano garantire, attraverso la memoria del passato e il cordoglio del presente, un’assicurazione sul futuro.
1. G. Gorra, Giuseppe Mazzini sul letto di morte circondato da un gruppo di seguaci. Genova, Museo del Risorgimento.
C’era gran bisogno di assicurazioni sulla vita. Già prima della morte del fondatore, infatti, il mazzinianismo era entrato in una crisi profonda, in una condizione che minacciava di rivelarsi terminale. A Porta Pia, nel 1870, avevano vinto gli altri. Certo, si era ottenuto quello per cui Giuseppe Mazzini aveva combattuto tutta la vita, unificare l’Italia: un’Italia dalla quale era stato espulso «lo straniero», e un’Italia dove il nemico giurato di Mazzini – il papa di santa romana Chiesa – era stato finalmente ristretto entro il chilometro quadrato della Città del Vaticano. Ma a partire dal 20 settembre il vecchio agitatore repubblicano aveva figurato sulla scena politica d’Italia e d’Europa come il più sconfitto dei vincitori possibili, l’unificazione della penisola essendosi compiuta sotto le insegne dell’altro suo nemico giurato, Vittorio Emanuele II. Così, la realizzazione del sogno mazziniano di una Roma capitale d’Italia aveva coinciso, paradossalmente, con l’incubo più beffardo: la sospirata «Terza Roma» non sarebbe stata repubblicana, ma sabauda.
Segue, in quel fatidico marzo del 1872, la morte di Mazzini, e i mazziniani perdono ben più che un capo. Per come il verbo della repubblica si era andato faticosamente propagando durante il Risorgimento italiano (in forme catacumenali, per non dire catacombali), si può sostenere che Mazzini fosse stato, di tale verbo, più ancora che l’apostolo: ne era stato il profeta. Cammin facendo, la diffusione della buona novella si era caricata di contenuti ideologici e liturgici che assimilavano quella mazziniana a una vera e propria religione civile. Sicché la morte di «Pippo» rivestì da subito – agli occhi dei mazziniani più avvertiti – il valore di un venerdì santo. La posta in gioco coincideva con una Pasqua di resurrezione. Nell’Italia del signor Brown clandestino e dei Savoia trionfanti, la fede nella repubblica era destinata a risorgere come per miracolo presso il sepolcro di Mazzini, o era destinata a scomparire per sempre sotto una pietra tombale da falso messia.
Restituita al suo contesto, l’edificante messa in scena della famiglia mazziniana riunita in casa Rosselli presso il cadavere di «Pippo» suggerisce tutta la drammaticità della situazione e contribuisce a spiegare lo scatto di fantasia, l’alzata d’ingegno, la stupefacente scommessa di cui quelle facce lunghe si dimostrarono capaci: se era vero – e lo era – che ne andava della sopravvivenza stessa del mazzinianismo, la morte del profeta doveva essere gestita non come un limite, ma come una risorsa. Doveva rappresentare non un punto d’...