Corso di sopravvivenza per consumisti in crisi
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Corso di sopravvivenza per consumisti in crisi

  1. 192 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Corso di sopravvivenza per consumisti in crisi

Informazioni su questo libro

Un viaggio per tappe dentro quei luoghi magici del turboconsumismo dai quali la recessione rischia di sbatterci fuori. Bisogna imparare a muoversi con circospezione. Lia Celi lo sa perfettamente e la sua satira, divertentissima e sferzante, è anche un modo intelligente per ironizzare sul nostro ruolo di consumatori.Raffaella De Santis, "la Repubblica"Una nota scrittrice umoristica gioca con le nostre manie consumistiche, frustrate dagli stipendi sempre più piccoli e dai costi sempre più alti. Risultato? Risate e qualche idea per fare a meno del superfluo. Da leggere."Oggi"Lia Celi ci racconta i templi del consumo, dall'ipermercato al negozio biologico, dalla libreria alla profumeria. E ci accompagna all'uscita con un sorriso e qualche idea in più.Brunella Schisa, "il Venerdì di Repubblica"Le statistiche parlano chiaro: lo shopping si è congelato e le compere senza pensieri sono un lontano ricordo. La via d'uscita è quindi rieducarsi alla moderazione. Come? Ridendo di se stessi e delle seduzioni con cui il mercato cerca di conquistare cuore e portafogli. Un libro divertentissimo."La nuova ecologia"

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Informazioni

1. Nessun nonluogo è lontano. Il centro commerciale

Questa storia che i centri commerciali sarebbero nonluoghi io non l’ho mai digerita fino in fondo. Ma per la moglie di Marc Augé è stato sicuramente più difficile. Augé, l’inventore del concetto di nonluogo, è senza dubbio un grande etnologo, ma dev’essere anche il classico marito che ti mette in croce ogni volta che vai a fare la spesa.
– Marc, tesoro, faccio un salto al centro commerciale.
– Uffa, devi proprio andare in quegli anonimi spazi prodotti della società surmoderna dove non è POSsibile leggere alcuna relazione sociale, alcun passato condiviso o simbolo collettivo?
– Ma si è rotto il frullatore e devo ricomprarlo.
– Cosa ti dicevo? La tua unica motivazione è il consumo. Non entrerai in relazione con altre individualità, in quanto il nonluogo crea una contrattualità solitaria, a differenza dei luoghi antropologici che creano un sociale organico. Ah, compra anche due risme di fogli per la stampante.
Nemmeno Zygmunt Bauman, il teorizzatore della «vita liquida», salta di gioia quando bisogna fare lo spesone del sabato. Zygmunt, come sa chi ha letto i suoi interessantissimi libri, nutre una profonda diffidenza per i centri commerciali e i supermercati. Secondo lui è lì che si svela in tutta la sua nequizia il segreto meglio custodito della società dei consumi: Il consumatore è una merce, al pari di quelle esPOSte sugli scaffali. Anche la baumaniana più ortodossa non può fare a meno di alzare gli occhi al cielo. Poveri maschi. Sono loro ad aver edificato la società dei consumatori, eppure non riescono ad accettarne il più clamoroso e ovvio effetto collaterale: la mercificazione dell’essere umano.

Meno Fato, più mercato

Per noi donne è più facile. Siamo abituate dalla notte dei tempi a sentirci una merce, e molto deperibile (è come se portassimo stampigliato in fronte «best before 30 years»). A dispetto di un secolo di emancipazione spendiamo ancora le nostre migliori energie per restare il più POSsibile sul mercato del gradimento maschile, rinnoviamo freneticamente il nostro design, diventiamo più o meno disponibili a seconda della scarsità o abbondanza della domanda e tarocchiamo la data di scadenza. Soprattutto, tendiamo a farci una concorrenza sfrenata l’una con l’altra sotto l’occhio falsamente distratto dei nostri potenziali compratori, che fanno gli ingenui ma sanno benissimo riconoscere le offerte più vantaggiose.
Per questo nei templi del consumo ci sentiamo meno a disagio dei nostri compagni. Abbiamo con quei beni un inconsapevole rapporto di complicità. Per noi sono quello che Seneca invitava a vedere negli schiavi: umili amici, compagni di mercimonio, affratellati a noi dalla soggezione al mercato come Lucilio al suo schiavo in virtù della comune soggezione al Fato. La donna sa bene che il tailleur che ha comprato in saldo oggi al centro commerciale domani le servirà per vendere meglio se stessa a un colloquio di lavoro. E allora? Non è mica lei quella cui per tremila anni è stato raccontato che era il re del creato, l’immagine di Dio, la misura di tutte le cose eccetera.
Le nostre amiche merci ci aspettano al centro commerciale, e noi siamo sempre liete di vederle. Storicamente dobbiamo loro qualcosa. Per molti secoli gli acquisti al mercato settimanale o il passaggio del venditore ambulante sotto casa rappresentavano per le donne le uniche opportunità per rompere la clausura domestica, insieme alle funzioni religiose. Gli uomini, il cui antidoto ai malumori è storicamente la guerra e non lo shopPINg, hanno sempre brontolato contro i mercati frequentati dalle donne. Più vasti erano, più brontolavano. C’è da scommettere che già i Rusteghi romani del II secolo si lamentassero dei Mercati Traianei.
– Sei livelli di negozi, più altri due intorno alla sala centrale all’ultimo piano! Il centro di Roma diventerà un’enorme bottega! Che gli è saltato in mente, all’imperatore?
– L’idea non è sua, ma di quell’archistar nabateo che gli piace tanto, Apollodoro di Damasco. Il progettista della Colonna istoriata.
– Aspetta, aspetta, la Colonna lasciala stare, è un’altra cosa. Ma i Mercati sono una follia. Nessuno ha bisogno di tanto spazio per andare a fare acquisti.
– E poi sono così anonimi. Non ti dànno modo di socializzare se non consumando. Mi verrebbe da definirli... ce l’ho sulla punta della lingua... ci sono: un nonlocus.
Se in nessuna fonte antica si parla dei Mercati Traianei come nonlocus è solo perché il conquistatore della Dacia era molto permaloso, e poteva anche scapparci un processo per lesa maestà. Del resto anche far notare a Maometto il Conquistatore che il Gran Bazar di Istanbul, da lui aperto nel 1461 e considerato il progenitore ufficiale dei moderni centri commerciali, era uno spazio impersonale e votato solo alla religione del consumo, sarebbe potuto costare un incontro molto ravvicinato con un palo appuntito.

Non sai che ti sei perso

Oggi per le donne immigrate – comprese quelle provenienti dalla ex Dacia conquistata da Traiano e dall’ex impero turco – la spesa al supermercato è anche un corso full immersion di lingua e abitudini del paese ospitante. Per questo si adattano meglio e più rapidamente dei loro uomini ai nuovi scenari. Al contrario, nei centri commerciali anche i maschi indigeni (specie quelli dai trent’anni in su) si sentono stranieri. Li vedi aggirarsi frettolosi, diffidenti, accigliati, sempre con l’occhio puntato verso l’uscita, impazienti di rimettersi al volante della loro auto, unico porto sicuro.
A complicare le cose c’è un disturbo tipicamente maschile, l’iperlabirintite, o tendenza a perdersi negli ipermercati e nei centri commerciali. Sono gli unici luoghi dove la superiorità maschile nell’orienteering si azzera. Per i maschi, che hanno pochissima memoria per le insegne e ancora meno per le vetrine, i negozi sono tutti uguali, salvo gli empori di elettronica. Una donna, invece, lascia una specie di traccia feromonica in ogni negozio in cui ha fatto acquisti, grazie alla quale, anche dopo molto tempo, ritrova immediatamente i suoi punti di riferimento meglio che con il tomtom: «allora, se qui c’è la boutique di intimi con la commessa spocchiosa... a sinistra dev’esserci il negozio dove ho comprato le scarpe beige per il matrimonio di mia cognata... e più avanti la profumeria dove mi hanno rifilato quel mascara che mi ha scatenato l’allergia... dunque il negozio di borse dev’essere qui! Non c’è, pazienza: due vetrine più in là c’è lo store monomarca di trucchi low cost che voglio provare da una vita!».
Nel parcheggio dell’ipermercato si ristabilisce l’equilibrio fra i sessi: uomini e donne hanno pari opportunità di non riuscire più a ritrovare la propria auto. Se sono in coppia, anziché unire gli sforzi nella ricerca dell’automezzo, i colombi cominciano a beccarsi come polli: siamo arrivati da lì, no, da là, tu non hai mai avuto il senso dell’orientamento, ah sì, parla quello che s’è perso in albergo durante la luna di miele, e via recriminando finché si fa tardi e la borsa termica con i surgelati comincia a sgocciolare. Solo un inguaribile romantico come François Truffaut poteva ambientare nel parcheggio di un centro commerciale uno dei più bei baci della storia del cinema, quello tra Gerard Depardieu e Fanny Ardant nel film La signora della porta accanto. Nella realtà i due partner vanno zigzagando a caccia della propria vettura da un settore all’altro, lanciandosi contumelie, insieme ad altre decine di coppie nella stessa situazione.
Tutto sarebbe più semplice se lui e lei ammettessero di non ricordare più in quale settore avevano parcheggiato. Purtroppo sono convinti di ricordarlo entrambi. E qui l’odissea nello spiazzo assume contorni drammatici, perché lui è disPOSto a giurare di aver parcheggiato in B4 – o era P4? – mentre lei scommette che era G9 – o era G19? È un incrocio fra la battaglia navale e gli scacchi giganti di Marostica. È notte fonda quando tutti se ne vanno, con una macchina e un partner diverso da quelli con cui erano arrivati.

Mall comune, mezzo gaudio (e niente fumo)

Dal punto di vista femminile, nel centro commerciale, luogo o nonluogo che sia, si sta benissimo. È uno dei pochi POSti dove signore, ragazze e bambine POSsono girare senza paura. Niente screanzati che pisciano negli angoli causa mancanza di toilette pubblica e di educazione, niente barriere architettoniche per passeggini o carrozzelle per invalidi, niente incrostazioni di guano sulle panchine, niente risse a bottigliate fuori dai bar in pieno giorno, niente mendicanti insistenti – o meglio, i mendicanti al centro commerciale ci sono eccome, ma stanno facendo la spesa con la famiglia anche loro, e sono assolutamente indistinguibili dal resto dei clienti.
Come le quattro basi nucleotidi A, C, G e T si concatenano nella struttura del DNA, nelle gallerie degli shopPINg malls troviamo in diverse combinazioni gli stessi quattro generi merceologici A, I, S e P – Abbigliamento, Intimo, Scarpe e Profumeria – disPOSti in catene di negozi in franchising. E, sotto questo profilo, ormai il DNA delle vie del centro storico non è molto diverso da quello dei centri commerciali. Dai «salotti buoni» delle città sono scomparsi i negozi tradizionali (senza che nessuno facesse molto per trattenerli, peraltro) per lasciare il POSto alle stesse catene che trovi negli ipermercati dell’hinterland di qualunque altra città del globo. Che qui, però, incorniciate in antichi palazzi o incastrate fra monumenti millenari, fanno l’effetto sgradevole e ridicolo di una borsetta Hello Kitty appesa al braccio di una settantenne. Sono gli stessi, identici negozi dei centri commerciali, solo meno accessibili, senza parcheggio, e con la presenza fissa davanti alla porta di una commessa che fuma.
(Per inciso, la giovane commessa con la cicca in mano sulla soglia della boutique del centro è da tempi un leggiadro elemento dell’arredo urbano italiano. Fra poco diventerà un’attrazione turistica, come le guardie davanti a Buckingham Palace. Ogni commessa ha il suo stile. Alcune tengono la sigaretta fra due dita, col braccio scostato dal corpo, con imbarazzo, come se la cicca fosse una scocciatrice cui bisogna dare un tiro ogni tanto per educazione. Altre, al contrario, la reggono davanti alla bocca come un fischietto e la inceneriscono in pochi secondi, per dimostrare ai datori di lavoro la propria efficienza anche come fumatrici. Altre ancora camminano su e giù davanti alla porta del negozio, come scolarette in castigo. Incalzate estate e inverno dal demone del vizio, devono abbandonare il comfort degli ambienti climatizzati e affrontare sbalzi di temperatura che stroncherebbero un muflone. E tutto per consumare una pulciosa sigaretta, con l’occhio all’orologio, sole e immusonite, sperando che non arrivi un cliente proprio in quel momento, sennò devono spegnere frettolosamente a terra la cicca fumata a metà e tornare al lavoro. E anche i tabagisti più incalliti si chiedono: che soddisfazione c’è a fumare così? È più la fatica che il gusto.)
Nel centro commerciale vige ovunque il divieto di fumo, l’aria è piacevolissima, con una temperatura che oscilla tutto l’anno fra i 18 e i 25 gradi Celsius, e con una bassissima percentuale di umidità. È come essere in una cittadina delle Canarie dove non fa mai brutto tempo, tutti vanno a piedi, c’è sempre la musica e puoi POSare il piede ovunque, sicuro di non calpestare mai una cacca di cane. Del resto era questa l’utopia del centro commerciale: la piazza senza le scomodità della piazza, compresi cani e cacche.

Il (secondo) segreto meglio custodito del consumismo

Gli shopPINg malls, spesso progettati da grandi architetti, non sono fatti solo di negozi. Nelle esedre abbellite da piante verdi si organizzano mostre d’arte, feste a tema, spettacoli e concerti. C’è una food court con bar, ristoranti, fast food. C’è la multisala. C’è il lavasecco rapido e perfino lo spazio bambini dove giocare e guardare i cartoni. Una giovane coppia con figli piccoli può incastrare in un solo sabato sera la spesa settimanale, una rapida ed economica cenetta più il cinemino, e all’uscita andare a ritirare i panni pronti alla lavasecco e i bambini al baby parking. (A meno che, nella fretta, papà e mamma non si siano sbagliati, nel qual caso si ritroveranno i bambini smacchiati e i panni che guardano Toy Story 3.)
Tutte le attrazioni e le comodità sono accuratamente predisPOSte per incoraggiare gli acquisti, certo. Ma è venuto il momento di rivelare il secondo (ma non meno importante) segreto meglio custodito della società dei consumi: Non siamo realmente obbligati a comprare nulla.
Con tutta la loro indubbia, sfacciata e debordante potenza, l’industria, il mercato e la pubblicità non POSsono costringerci a comprare nemmeno una caramella. Possono fare di tutto per convincerci, usando ogni sporco subdolo trucco – ma, in ultima analisi, la responsabilità è nostra. È proprio la continua sollecitazione a scegliere la migliore fra tante proPOSte a rendere lo shopPINg un’esperienza così estenuante. Ma non esiste nessun Grande Vecchio che ci obbliga a riempire il carrello con oggetti che non ci servono. Potremmo non comprare nemmeno quelli che ci servono: nessuno ci inseguirà per sgridarci, se ce ne andiamo con il carrello vuoto e leggero come quando siamo arrivati. Possiamo entrare e uscire, toccare e confrontare, prendere e riporre: finché non danneggiamo o rubiamo la merce abbiamo sempre ragione, come il cliente del vecchio proverbio. Il negoziante old-fashioned sarà romantico finché vuoi, ma chi guarda e non compra lo innervosisce. Se sfiori una mela, ti indica il cartello VIETATO TOCCARE e ti obbliga a pagarla seduta stante. Il centro commerciale sa di avere più bisogno di noi di quanto noi abbiamo bisogno di lui. Siamo noi che comandiamo. Magari oggi non prendiamo nulla (perché siamo in bolletta, perché non ne abbiamo bisogno o per motivi nostri), ma ci svaghiamo, ce ne andiamo con un piacevole ricordo e magari torneremo per acquistare le cose cui oggi abbiamo rinunciato.
Oppure torneremo e non compreremo niente lo stesso, perché le tasse sono aumentate e di soldi in tasca ne abbiamo sempre di meno. Ma abbiamo scoperto che al centro commerciale ci si può divertire ugualmente senza spendere un soldo. Se lo percorriamo con occhio curioso e disponibile, magari in compagnia, il trucido nonluogo, l’apocalittica, colpevolizzante Cattedrale del Consumo si rivela un teatro, a metà tra il flashmob e Broadway. Clienti, impiegati e prodotti sono pubblico, tecnici e attori (consumati e consumanti) di una grande improvvisazione, in cui lo scambio di merci e servizi diventa scambio di storie e parole. Davanti a ogni cassa, dietro a ogni carrello, si scrive un’altra pagina del copione più antico della commedia umana, quello del vendere e del comprare. E quando il centro commerciale si avvia alla chiusura serale (o notturna, dopo la liberalizzazione degli orari), clienti e lavoratori hanno le stesse facce devastate dalla stanchezza e dal sonno, come se fossero membri di un’unica compagnia teatrale.
Poi ci sono quelli che vanno al centro commerciale una sola volta l’anno, in genere un sabato pomeriggio, POSsibilmente prima di Natale o all’inizio dei saldi di fine stagione. Sanno benissimo che rimarranno disgustati da quelle folle di dannati, chini come minatori sui carrelli strabordanti, POSseduti dalla frenesia degli acquisti. Ma è un disgusto che li fa sentire meglio, e ci vanno proprio per questo. Cosa vogliamo farci? A loro piace così.

Shopperdammerung

Pochi luoghi (e nonluoghi) della città sono affascinanti come il centro commerciale subito prima della chiusura. Vale la pena di farsi tamPINare dagli uomini della sicurezza che pattugliano i corridoi per goderselo almeno per qualche minuto quando è quasi deserto e diventa la location ideale per un episodio di Ai confini della realtà, per un horror, per un videoclip alternativo o per una torrida scena di sesso. Le saracinesche dei negozi si abbassano l’una dopo l’altra, gli altoparlanti non diffondono più musica e l’unica colonna sonora è il ronzio delle scale mobili che salgono e scendono per nessuno. In questo momento lo shopPINg mall assomiglia veramente al p...

Indice dei contenuti

  1. Introduzione. Il libro nero del consumismo
  2. 1. Nessun nonluogo è lontano. Il centro commerciale
  3. 2. L’odore dei sogni. La megaprofumeria
  4. 3. Il trionfo del libro mercato. La libreria
  5. 4. Buy buy baby. L’ipermercato
  6. 5. Prendete la falce, comprate il martello. Il megastore di hobbistica e giardinaggio
  7. 6. Indumentum regni. Il negozio di abbigliamento in franchising
  8. 7. Eco te absolvo. Il negozio biologico
  9. 8. Cantami o divano. I negozi di arredamento
  10. 9. Una boccata d’Asia. Il negozio cinese
  11. 10. Il mio regno per un caveau. La banca
  12. Epilogo. Consummatum est