La civiltà del riuso
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La civiltà del riuso

Riparare, riutilizzare, ridurre

  1. 138 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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La civiltà del riuso

Riparare, riutilizzare, ridurre

Informazioni su questo libro

Il libro di Viale è una specie di fenomenologia del nostro rapporto con gli oggetti, nata dall'urgenza di raccontare una vera e propria rivoluzione culturale in atto: il paradigma che contrappone il nuovo all'usato viene scalzato dall'affermarsi del concetto di riciclo.Michela Finizio, "Il Sole 24 Ore"C'è di tutto nel nuovo libro di Guido Viale, meglio se questo tutto è vecchio, desueto, abbandonato.Alberto Papuzzi, "Tuttolibri"Il nostro vizio è la fretta con cui trasformiamo tutto e subito in rifiuti. Secondo Viale – è una ipotesi, un progetto e un augurio – «l'epoca del consumo forsennato potrebbe essere solo una parentesi nella storia dell'umanità».Alfonso Berardinelli, "Avvenire"Usato come nuovo, usato perché è ecologico, usato perché non posso fare altrimenti, usato perché mi ricorda qualcosa o qualcuno: le cose hanno una vita che ci riguarda da vicino. Molto di più di quanto crediamo. Potrebbero essere loro il fulcro della civiltà del terzo millennio.

Domande frequenti

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Informazioni

1. La vita delle cose

Perché l’usato?

Ci sono cose che esistono da sempre; o da molto tempo. E che noi continuiamo a usare. Innanzitutto il nostro pianeta; poi le montagne, i fiumi, i laghi, il mare, i boschi, il paesaggio. Poi le cose artificiali, fatte da noi umani: le città, le strade, i ponti, gli edifici. Poi, molti oggetti: soprattutto quelli che fanno parte dell’antiquariato. Poi, un antiquariato di seconda categoria, fatto di oggetti nati più di recente, che chiamiamo modernariato, dentro il quale può essere fatta rientrare anche gran parte di quanto ci è stato lasciato – e abbiamo conservato – dai nostri genitori o dai nostri nonni. E molto altro ancora.
L’uso e il riuso di queste «cose» le consuma; alcune le abbiamo ridotte in cattivo stato. A volte le restauriamo; altre volte le lasciamo andare in malora, senza preoccuparci di chi vorrebbe o dovrà ancora usarle dopo di noi. Quanto meno sentiamo una cosa «nostra», anche se è nostra più di ogni altra – ed è il caso del pianeta Terra –, tanto meno ce ne prendiamo cura.
Riusare molte di queste cose già usate non ci crea problemi. A volte siamo persino orgogliosi degli oggetti usati che possediamo, perché il tempo – e l’uso che ne è stato fatto prima di noi – dà loro una patina di nobiltà. Ma il più delle volte non ci accorgiamo nemmeno che stiamo riusando cose già usate da decine, migliaia, milioni o miliardi di esseri umani prima di noi. O accanto a noi.
A volte, invece, ce ne vergogniamo; oppure riusare qualcosa che è già stato usato da altri ci fa schifo; e vorremmo che tutto intorno a noi fosse nuovo di zecca. Ma non sempre è possibile. E lo sarà sempre meno in futuro.
Raramente, però, ci soffermiamo a riflettere sul fatto che quando andiamo al cinema o al bar ci sediamo su poltroncine già usate da migliaia di altri clienti; quando dormiamo in un albergo ci infiliamo tra lenzuola già usate centinaia di volte e dopo la doccia ci strofiniamo con asciugamani che hanno conosciuto intimamente molti altri corpi; e quando andiamo al ristorante mangiamo in piatti strausati da altri e ci mettiamo in bocca forchette e cucchiai che hanno toccato già molte altre bocche. Ma se incontriamo le stesse cose in un mercatino dell’usato, il pensiero di avere a che fare con oggetti che non usiamo noi per la prima volta ci trattiene spesso dall’acquistarli.
E ancora. I musei sono per antonomasia il luogo in cui si conservano cose usate: da altri popoli, altre civiltà, altre epoche, altri lavoratori, altri padroni di casa, altri collezionisti. Li frequentiamo non solo per guardare gli oggetti esposti, ma soprattutto per respirare un po’ dell’aria – e dell’aura – che quegli altri da noi vi hanno infuso. Usandoli prima di noi.
Le cose del mondo hanno una vita propria. E nella loro vita anch’esse si usano e riusano reciprocamente, come parti, o fasi, o manifestazioni di cicli tra loro interconnessi: catene trofiche; cicli chimici, come il ciclo planetario del carbonio; cicli fisici, come quello dell’acqua; o cicli geologici, meteorologici e biologici, come quelli dell’ambiente naturale in cui viviamo. Sono tutti processi che si intersecano costituendo sistemi complessi che è difficile anche solo descrivere. L’uso e il riuso fanno parte di una dinamica intrinseca alla realtà. Che cosa cambia, allora, quando il riuso investe invece l’insieme o una parte dei beni prodotti dall’attività umana?
Interrogare l’usato, farlo parlare, cercare di capire di quali inquietudini, di quali abitudini, di quali interrogativi sia il veicolo, e in che modo e attraverso quali processi lo diventi, è cosa che ci riguarda tutti.

Oggetti, merci, cose

Le cose che ci circondano non sono solo «oggetti», cioè entità con un peso e una dimensione che concorrono alla costituzione materiale del mondo in cui viviamo (lo spazio fisico, la res extensa di cui parlava Cartesio). E non sono nemmeno solo «beni», o «risorse», che è la veste che esse assumono quando emerge in primo piano l’uso che ne possiamo fare, o il denaro che ne possiamo ricavare: il loro valore d’uso o il loro valore di scambio, per usare una terminologia che ha attraversato l’intera storia dell’economia politica.
Le cose, sia quelle fisiche che quelle immateriali (ma in questa sede parleremo soprattutto delle prime, anche se emergerà ben presto che la distinzione tra questi due ordini di realtà è meno chiara e netta di quanto immaginiamo), sono anche, e soprattutto, portatrici di senso: un senso che a volte siamo noi ad attribuire loro – ciascuno a modo suo – ma che molto più spesso ci si impone con la forza di una evidenza ineludibile.
In questi casi, che sono la maggior parte, anche se per lo più ci si presentano in forma inconsapevole o irriflessa, è per noi molto difficile distinguere e separare questi tre aspetti: la dimensione fisica dell’oggetto, il valore utilitaristico o economico del bene e il suo senso, cioè il cumulo di rimandi a cui la cosa ci invita. Soprattutto perché quei rimandi le si sono stratificati sopra e si presentano a noi come le bucce di una cipolla che, a furia di sfogliarla, si dissolve tra le nostre mani senza che mai si riesca ad arrivare al suo cuore. A causa di questa complessità, l’indagine sulla natura e la realtà delle cose che ci circondano esige che ci poniamo in uno stato di sospensione rispetto alle urgenze della vita quotidiana.
Questa sospensione ha molte forme. Può essere, soprattutto se l’oggetto è «nuovo» – appena uscito dalla fabbrica –, una valutazione sommaria della complessità dei processi che ne hanno reso possibile la produzione. Una complessità, frutto della divisione del lavoro, che i primi economisti pensavano di poter risolvere e misurare con la somma delle ore di lavoro richieste dalla sua produzione.
Oggi, tuttavia, c’è un’ipertrofia delle conoscenze tecniche e scientifiche applicate alla produzione anche del più semplice dei manufatti. E viviamo in un’epoca di globalizzazione dei mercati, che fa sì che i diversi materiali e i diversi componenti dell’oggetto che ci sta di fronte percorrano anche numerose volte il giro del mondo prima di approdare nelle nostre mani. Per questo è sempre più difficile misurare il valore economico di un bene con il tempo di lavoro necessario a produrlo.
Come vedremo, però, questa considerazione – questo rimando al lavoro, e soprattutto alla fatica, al sudore, alle sofferenze, alle illusioni e alle delusioni che hanno accompagnato la produzione di un bene e preceduto la sua comparsa e il suo arrivo sullo scaffale di un negozio o di un supermercato – è resa comunque sempre più difficile dall’«aura» di cui la società contemporanea circonda ogni oggetto prodotto per essere comprato e venduto.
Quella sospensione può essere però, soprattutto se l’oggetto è «vecchio» ed è già stato usato e riusato da altri prima di noi, il rimando alle forme e ai modi di questo uso che ci hanno preceduto; o al contesto sociale e culturale in cui questi modi sono nati e si sono sviluppati. O anche alla personalità e al ruolo ricoperto da chi l’oggetto lo aveva in uso. O, ancora, soprattutto negli oggetti di fattura artigianale, in cui i materiali utilizzati – legno, pietra, pelle, terracotta, ossa, fibra naturale; o anche i metalli lavorati in modi particolari – recano ancora una traccia della loro origine, un rimando ai cicli biologici, ai processi geologici o alla manipolazione umana a cui quei materiali sono stati sottoposti.

Nuovo e usato

Sono questi rimandi a costituire per lo più il «lato positivo» dell’usato, il suo fascino, la sua attrattiva, la ragione per cui esso può venir ricercato; cosa resa massimamente esplicita negli articoli di antiquariato e, a un livello di maggiore banalità e di minor esclusività, in quelli di modernariato. A fronte del suo «lato negativo», cioè delle stimmate che esso invece impone e trasmette a chi si avvale di qualcosa di usato – che sia stato comprato, ereditato o anche solo conservato «troppo» a lungo – quando nel suo utilizzo predomina il mero aspetto utilitaristico. In questi casi, il suo non essere «alla moda» soverchia i possibili rimandi a quella stratificazione di senso, più ricca perché più antica, che il tempo per lo più deposita sugli oggetti.
La dicotomia elementare tra nuovo e usato ci dice infatti che, a ragion di logica, l’usato è più ricco di senso e più «nobile» del nuovo proprio perché vecchio o antico; e che il nuovo dovrebbe intervenire solo là dove l’usato non è più in grado di sopperire ai bisogni dei viventi: o per la sua quantità insufficiente; o per una naturale consunzione, che non fa altro che ridurne la quantità effettivamente disponibile; o perché il nuovo incorpora conoscenze che prima, al tempo dell’oggetto usato, ancora non erano disponibili.
A complicare i termini di questa dicotomia intervengono tre meccanismi che sono la molla degli odierni mercati e, attraverso di essi, sono anche la molla dello «sviluppo» economico, o di ciò che comunque si intende con questo termine: questi meccanismi sono l’innovazione tecnologica, la pubblicità e la moda.
Si tratta di meccanismi che, nella forma e con la rilevanza che hanno assunto nel mondo contemporaneo, hanno poco più di un secolo di storia e in molti casi anche meno. Perché un tempo il ricorso a cose usate da altri, o la riparazione e il riuso, fino alla consunzione, di oggetti che noi stessi avevamo già usato, erano nell’ordine delle cose.
Lungo la gran parte della nostra storia – scrive la storica americana Susan Strasser (2000, p. 22) – la popolazione di tutte le classi e in tutti i luoghi ha conservato una quotidiana cura per gli oggetti, per il lavoro incorporato nel crearli e per i materiali da cui erano ricavati. Perfino gli americani dell’Ottocento e del primo Novecento, entusiasticamente inclini a una cultura da consumatori, riparavano, riusavano, conservavano e così via.
L’innovazione tecnica può creare nuove tipologie di prodotti che prima non c’erano, e con questo creare nuovi – e per molti versi sacrosanti – bisogni che i prodotti vecchi e usati non sono in grado di soddisfare. Medicina, telecomunicazioni e mobilità sono stati i campi privilegiati di questi processi nella vita quotidiana di oggi: non si può curare la poliomielite con le sanguisughe; né parlare agli abitanti degli antipodi con segnali di fumo; e nemmeno fare in veliero uno dei tanti viaggi che oggi si fanno in aereo.
Però, tutti gli ambiti della vita umana, compresi i più intimi, sono stati in realtà investiti dalla diffusione del progresso tecnico, rendendo progressivamente inutilizzabili attrezzi, manufatti e modalità d’uso ormai «superati» e riempiendo la nostra vita e le nostre abitazioni di prodotti e marchingegni sempre più complessi.
L’innovazione tecnica può intervenire anche mettendo a punto nuovi processi produttivi, che rendono più economica ed efficace, e per questo conveniente, la produzione degli stessi beni, o delle stesse tipologie di beni di un tempo, modificando con ciò anche il loro aspetto. In entrambi i casi, vista sotto questa luce, la tecnica ha effettivamente cambiato l’ambiente in cui viviamo, al punto da rappresentare il destino stesso della nostra esistenza: dapprima in Occidente, poi sull’intero pianeta.

La pubblicità e la sua aura

Ma a imprimere velocità e frenesia a questo processo, a trascinare sempre più l’intero sistema produttivo verso i mercati di sostituzione, quelli che né colmano vecchi bisogni insoddisfatti, né soddisfano bisogni nuovi, ma creano il bisogno di sbarazzarsi del vecchio (producendo montagne di rifiuti) per accedere al nuovo (dilapidando sempre nuove risorse), è stata la pubblicità. La pubblicità è la vera grande innovazione che ha cambiato il volto dell’economia del ventesimo secolo.
Oggi la pubblicità, grazie soprattutto ai progressi delle telecomunicazioni, raggiunge ogni angolo del mondo; accompagna in modo indissolubile ogni prodotto; controlla economicamente, attraverso i mass media, tutta l’informazione; si deposita in modo irreversibile nella coscienza e nell’inconscio di ciascuno di noi, plasmandone personalità, desideri e orientamenti.
La pubblicità circonda di un’«aura» nuova le cose del mondo, soprattutto quelle che hanno assunto o assumeranno la forma di risorse o di beni. Ma questo è un destino che ha ormai investito la totalità del nostro mondo, compresa l’aria fresca che respiriamo, l’acqua potabile che beviamo, il paesaggio che ci circonda, la conoscenza, la bellezza; e tutto il resto.
Ma si tratta di un’aura che trasforma e distorce profondamente la «realtà ultima» di ciò che accompagna: per esempio, conosciamo quello che mangiamo più attraverso la marca dei prodotti che il valore nutrizionale o l’origine dei nostri alimenti (e niente illustra meglio questo paradosso del rapporto tra i bambini e le loro «merendine»); scegliamo che cosa indossare dalla griffe della «casa» che ha prodotto il nostro abbigliamento; riconosciamo i luoghi che frequentiamo dagli slogan che li hanno pubblicizzati; decidiamo i nostri acquisti, sia quotidiani che straordinari, sulla base di un sistema di rimandi di cui la pubblicità esplicita è solo una componente, e forse neanche la principale. Gran parte del lavoro viene infatti svolta da personaggi creati e promossi perché il loro stile di vita, cioè i loro consumi, i beni di cui si circondano, si impongano a tutti come standard irrinunciabili.
Questo universo, l’universo della pubblicità esplicita o implicita, trasferisce in un mondo virtuale le merci, cioè le cose create per essere vendute, la cui finalità principale è quella di realizzarsi nella vendita e generare un profitto. Questo mondo virtuale è un mondo illusorio, nel senso etimologico del termine: da in e ludus, che ci fa entrare nel gioco (Bourdieu, 2001, p. 173). Un gioco di regole istituite da chi vuole venderci i suoi prodotti. In esso l’immagine prende il sopravvento non solo sul suo supporto materiale (l’oggetto), ma anche sui processi produttivi e sociali che hanno messo capo a esso (gran parte di ciò che costituisce il «di più» che la cosa ha rispetto all’oggetto: il suo senso).
Di fatto – ha scritto uno studioso del senso delle cose; o della loro perdita di senso – la pubblicità omette c...

Indice dei contenuti

  1. 1. La vita delle cose
  2. 2. Il distacco: tenerezze e rancori
  3. 3. Ambigue passioni
  4. 4. In cammino verso il riuso
  5. 5. Cose da recuperare
  6. 6. La cultura del riuso
  7. 7. Condividere i beni
  8. 8. Il souk della sostenibilità
  9. Bibliografia