Il Tirocinio formativo attivo
A volte la vita offre dei segnali così lampanti che possono soltanto esser fraintesi. E, dunque, avrei dovuto capire tutto dall’inizio, dalla prima lezione del corso abilitante, dal suo argomento drammaticamente profetico: il bullismo.
Piaga contro cui la scuola si scaglia e combatte, fenomeno di primario interesse per qualsiasi insegnante attento al delicato sistema di relazioni che regola i rapporti tra gli alunni, tale comportamento vessatorio non caratterizza unicamente le dinamiche tra ragazzi, ma ahimè interessa anche i rapporti tra gli adulti se chiusi tra le mura di un’aula scolastica. Se retrocessi, anche solo per un quarto d’ora, a scolari. Non si tratta di mobbing, atteggiamento fin troppo raffinato: è puro bullismo.
Quando infatti, con un ritardo di due mesi, sono entrata a far parte del gruppo di futuri docenti del Tfa, quando mi sono aggiunta ai famosi quattordici, sono stata subito guardata con sospetto e mai accolta da tutti nel branco.
Fatta eccezione per poche persone di senno, la mia classe mi ha immediatamente respinto, non rispondendo quasi mai ai miei saluti, ignorandomi, facendomi alzare dalla sedia perché «eravamo seduti noi qui, spostati subito!».
Di molti membri del gruppo, non ho mai appreso neppure i nomi di battesimo poiché, in tanti mesi di lezione, questi futuri educatori non mi hanno rivolto nemmeno una parola. Perché?
Perché ero un’idonea in sovrannumero, una che sì ha superato tutte le prove per accedere al corso, ma non è vincitrice. E allora che vuoi? Hai fatto un ricorso? Ci vuoi rubare il posto?
No, non ho fatto nulla: il Miur mi ha convocato. Mi trovavo in un’altra dimensione prima che quella mail, piovuta come una cartolina per il militare, mi portasse a Roma, ospite di mio fratello con una sedia per armadio e un gatto che ha deciso di dormirmi in faccia.
«Come ti chiami?».
«Aspetta un attimo: stai parlando con me. Come mai?».
«Anche io sono un’idonea in sovrannumero».
Ho conosciuto Monica in una pausa tra le lezioni di didattica, accanto alle cartine del mondo arrotolate e poggiate sulla parete del Dipartimento di Geografia. Anche io e lei, spalle al muro, eravamo accartocciate in un angolo sicché abbiamo cominciato a chiacchierare.
Capelli ricci, grandi occhi grigi e un’aria fragile, Monica arrivava ogni mattina da Grottaferrata e, dopo le lezioni, correva a Termini per riprendere il treno verso casa.
Parlava poco, ma i suoi occhi diventavano sempre più grandi davanti alle bizzarrie del Ministero. Quando poi arrivava al culmine dello sbarramento oculare, sembrava fosse sempre sul punto di scoppiare a piangere e invece dava spazio a una saggia risata con cui ricollocava tutte le cose nella giusta prospettiva.
Ma non eravamo sole. Fuori dal cerchio magico, con noi c’erano anche Viola che avevo conosciuto durante la prova scritta del Tfa e che adesso tentava, con sperticate smancerie, di accaparrarsi le simpatie della classe. E Antonio, restauratore ai Musei vaticani, atterrito dalla sua improvvisa esistenza da fantasma, avvilito dal tentativo di conciliare gli orari di lavoro e quelli delle lezioni, e immiserito dall’infinità di taxi presi di corsa per spostarsi da un capo all’altro di Roma. Con ironia e cinismo, Antonio ha alleggerito la greve atmosfera in cui eravamo piombati dandoci un motivo per non scappare a gambe levate da quell’aula asfittica.
«Ma io ho un figlio, una moglie, degli amici, una vita... Ma ’sti ragazzini perché ce l’hanno con me? Tutti mi dicono di lasciar perdere, ma io non voglio. Ho fatto tanto per arrivare fin qui. Ho pure pagato tremila euro di tasse!».
«Passerà, Antonio, è solo un momento».
Un innaturale sentimento zen si era impossessato di me. Probabilmente rappresentava un antidoto a un destino ineluttabile. Ad ogni modo, ero cosciente che aver trovato altri tre incomodi su quell’isola deserta era stato un colpo di fortuna.
Come mai, però, i colleghi avessero reagito in modo così ostile al nostro ingresso in classe non lo sapremo mai, ma dall’angolo in cui ci avevano stretto e, forzatamente, collocato abbiamo avuto un punto di vista privilegiato sulle cose e uno sguardo speciale sulle lezioni di quel corso che ci avrebbe dovuto portare direttamente nella scuola, come aveva assicurato il Miur, e che invece ci ha messo davanti all’ennesimo concorso a cattedra.
Se dovessi scegliere un’immagine emblematica dell’ostracismo nei nostri confronti, ritornerei a una mattina alla Galleria Nazionale di Arte Moderna quando, dopo un’approfondita visita guidata alla collezione, ci siamo ritrovati tutti nell’atrio del museo, all’interno dell’installazione ambientale di Alfredo Pirri, con i piedi su un pavimento di specchi pieno di crepe e incrinature.
La superficie specchiante, fragile e deteriorata, riempiva interamente lo spazio dell’ingresso e dialogava con alcune sculture femminili di epoca neoclassica, mentre noi quattro, estromessi da qualsiasi tipo di conversazione, camminavamo in punta di piedi sulle spaccature. Congedata la guida, d’un tratto la classe si è raccolta in un angolo della sala per una foto di gruppo e, come un sol uomo, cogliendo il riflesso del pavimento, ha esclamato un lunghissimo «Cheese». Nel frattempo noi reietti seguivamo la scena a pochi metri di distanza finché, consapevoli della nostra solitudine, abbiamo ceduto anche noi a un selfie consolatorio.
Conservo ancora la foto in cui compaiamo tutti e quattro, in cerchio, mentre sorridiamo ricomposti in mille frammenti di specchi.
Anche le relazioni si incrinarono sempre più col passare del tempo.
«Io non sono qui per caso!».
Così tuonò una dei colleghi-bulli, la mattina della prova finale, con lo sguardo torvo verso noi altri che, intanto, giacevamo sul fondo dell’aula, liquefatti dalla canicola di luglio. Non ci ha mai detto il suo nome, ma per noi era Cromagnon a causa dell’acconciatura e i modi di fare palesemente primitivi. Era sempre accompagnata da un ragazzo più mite che, con tenerezza, chiamavamo Vasariello, e da una Velma Dinkley di Scooby-Doo talmente impostata che, quando parlava (sempre con altre persone), sembrava doppiata da una voce fuori campo.
Dove eravamo finiti? Possibile che esistessero umani di questo genere, tanto competitivi, pronti a diventare insegnanti?
Probabilmente la selezione dei docenti dovrebbe passare anche per dei test psicoattitudinali giacché, oltre al sapere, il professore dovrebbe dimostrare un certo equilibrio comportamentale e dovrebbe essere consapevole della responsabilità culturale e civile del proprio operare, senza mai trascurare il ruolo di educatore e, soprattutto, senza dimenticare chi è l’adulto e chi la persona in fase di crescita all’interno del rapporto docente-discente.
Purtroppo, da alunna e poi da insegnante, ho assistito a un gran numero di scorrettezze da parte dei prof; tuttavia posso testimoniare che, fortunatamente per la sopravvivenza dell’istituzione scolastica e della specie umana, molti docenti aderiscono alla causa dell’insegnamento come a una missione e la presenza del pessimo docente (che, statisticamente, spetta a tutti con gravi rischi per l’avvenire intra ed extrascolastico dell’allievo) è sovente equilibrata da figure impreviste e salvifiche. Con quanto impegno abbiamo studiato, infatti, le materie dei professori che ci hanno affascinato restituendo loro, attraverso lo studio stesso, l’amore per la conoscenza che ci hanno dispensato!
Proprio a causa di tale tacito equilibrio cosmico-scolastico, in antitesi al gruppo di bulli del Tfa, a me e alla mia compagnia di ripudiati è toccata in sorte una squisita professoressa di storia dell’arte, tanto paziente quanto appassionata, che ci ha accolto e permesso di accompagnarla nelle sue ore tra le classi del liceo artistico di via di Ripetta in cui abbiamo svolto il tirocinio.
La professoressa Giorri: chioma biondissima, trucco perfetto e tacchi vertiginosi a prova di sampietrini. Un’ex insegnante universitaria, satura del mondo accademico, tornata al liceo come estremo atto di libertà.
La scuola in carne e ossa, d’altra parte, era un’altra delle ambientazioni del corso abilitante all’insegnamento poiché, oltre alle lezioni universitarie, il Tfa prevedeva un numero sterminato di ore di tirocinio osservativo, ovvero l’attività di spettatore silente, in classe, mentre il docente spiega o interroga, sotto gli occhi interdetti dei ragazzi che, alla fine dell’anno, si rassegnano alla presenza di un muto soprammobile che tutto osserva senza proferire verbo.
Se nel frattempo i nostri compagni del corso abilitante avevano già intrapreso il tirocinio in una scuola, noi quattro, arrivati all’ultimo minuto, ci siamo ritrovati con 475 ore da trascorrere osservando gli alunni con il binocolo, il berretto verde militare e la guida per il riconoscimento delle diverse specie aviarie. Viola riuscì a trovare un liceo nei pressi di casa sua, mentre con Antonio e Monica, prima di approdare in via di Ripetta, abbiamo bussato ogni martedì alla porta della segreteria dell’università in cerca di una scuola disposta ad accettarci.
«Si può?».
«Un’altra volta voi tre? Ve l’ho detto: il liceo dovete trovarlo voi. Sul sito dell’ufficio scolastico regionale è pubblicato l’elenco degli istituti che hanno aderito al progetto. Ma dovete sbrigarvi perché siamo a marzo e fra un po’ la scuola finisce. Le ore dovete farle tutte, anche se avete cominciato a frequentare il corso più tardi rispetto agli altri».
Monica riuscì a ribattere alla segretaria Mannocchi.
«Sì, siamo in cerca delle scuole, ma molte non ci accettano perché non hanno più posto per i tirocinanti. Ad esempio, ho contattato il liceo a Centocelle, ma mi hanno risposto che purtroppo non possono».
«Perché lei vuole la scuola sotto casa! Facile, eh».
«Veramente abito a Grottaferrata».
«E allora perché non si cerca una scuola dalle sue parti?».
«Ma ha detto che non devo andare in una scuola nei pressi di casa mia».
«Cerchi una scuola in un borgo della provincia, una vicina al suo paese. Ma faccia presto!».
La burocrazia ha spesso delle ragioni che la ragione non comprende e, dunque, l’unica soluzione è cedere al paradosso senza farsi troppe domande.
Con un movimento del piede e delle anche, la dottoressa Mannocchi schizzava da un angolo all’altro della stanza in...