"L'Islam è una minaccia"
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"L'Islam è una minaccia"

Falso!

  1. 240 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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"L'Islam è una minaccia"

Falso!

Informazioni su questo libro

C'è chi pensa che il Califfato sia alle porte e su Roma sventolerà la bandiera nera degli integralisti.Da anni la nostra paura e i nostri sensi di colpa trovano nell'Islam la loro causa prima. Ma davvero siamo condannati, Musulmani e Occidentali, tutti e senza distinzioni, a combatterci senza mai comprenderci?Il terrorismo musulmano, gli episodi di persecuzione anticristiana e i 'migranti' in Europa sono i tre elementi che in Occidente hanno scatenato una diffusa islamofobia fomentata da politici tanto cinici quanto impreparati e da media alla ricerca di notizie forti. L'Islam è una minaccia, dicono o pensano oggi in molti. Ma è verosimile che un miliardo e mezzo di persone voglia assoggettare cinque miliardi e mezzo di altri esseri umani? E se anche ne avessero l'intenzione – finora sbandierata solo da qualche migliaio di militanti dell'ISIS o dai loro leaders – di quali mezzi potrebbero disporre? È vero che i migranti nel nostro continente trasformeranno in poco tempo l'Europa in Eurabia?Franco Cardini esplora il mondo musulmano con occhio sgombro da pregiudizi: una realtà complessa, polimorfa e contraddittoria che appare oggi sospesa tra jihad e Coca-Cola, tra Corano e business, tra richiami alla potenza califfale e suggestioni informatico-telematiche, tra niqab e Gucci. Dati e cifre parlano chiaro: i teen agers musulmani sognano l'Occidente, i suoi beni, l''American way of life', e anche molti militanti jihadisti partecipano in realtà dello stesso mondo immaginario ispirato al consumismo. Intanto, in Occidente, la paura dell'Islam si è rivelata il nuovo Oppio dei Popoli, adoperata troppo spesso per distogliere l'opinione pubblica dai problemi di un mondo nel quale è la finanza brutale del turbocapitalismo a dominare, creando ingiustizia e miseria.

«Il fondamentalismo, per quanto talora così si presenti, non è per nulla un movimento religioso o politico-religioso animato dalla volontà di un 'ritorno alle origini'; non ha niente del movimento tradizionalista. Al contrario, è semmai 'modernista' e 'occidentalista': il suo nucleo forte è costituito dalla volontà di appropriarsi degli elementi di potenza propri dell'Occidente conseguendoli però attraverso il linguaggio e i valori musulmani (non 'occidentalizzare/modernizzare l'Islam', bensì 'islamizzare l'Occidente/Modernità'). Esso non è affatto neppure una forma di 'politicizzazione della religione'; al contrario, è semmai una forma di 'religionizzazione della politica'. I jihadisti nominano di continuo il Nome di Allah, ma pregano poco e trascurano allegramente le cinque preghiere canoniche quotidiane; difficile coglierli con la macchina fotografica o la telecamera mentre hanno in mano un Corano o una subha, mentre è consueto che armeggino con telefonini e computer. La loro ispirazione si presenta come arcaica, ma i loro atteggiamenti sono in realtà postmoderni. Non somigliano affatto agli ansar del Profeta, ma piuttosto ai guerrilleros del 'Che' Guevara o ai politische Soldaten descritti da von Salomon e definiti da Carl Schmitt.»

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Informazioni

1.
A voler essere pedanti

Ad evitare equivoci, carte in tavola. L’Autore di queste pagine non è né un orientalista, né un arabista (uno studioso o un esperto di lingua, di letteratura o di cultura araba), né un islamologo (termine che spiegherò più in là nel capitolo), per quanto a molti amici e colleghi egli di continuo si rivolga per verificare le sue modestissime conoscenze e le sue insicure opinioni. Egli è un docente universitario di storia che, fin dai primi anni della sua attività – vale a dire, ohimè, dagli anni Sessanta del secolo scorso – si è costantemente posto il problema dei rapporti tra le popolazioni e le culture euro-occidentali e l’Islam, anche se si è limitato a lungo a studiare “soltanto” i secoli XI-XV (il che, vi assicuro, non è poco). Egli ha sempre tenuto a impostare e ad analizzare i rapporti tra Europa latinogermanica e Islam nella prospettiva e dal punto di vista appunto occidentali, assumendo come oggetto privilegiato di studi il movimento crociato, l’idea stessa di crociata nella sua dinamica, quindi i pellegrinaggi in Terrasanta, e al tempo stesso – com’era ovvio e necessario – il contesto di tali fenomeni, vale a dire l’insieme dei rapporti religiosi, politici, diplomatici, militari, economico-finanziari, culturali, artistici e anche folklorici tra genti cristiane e genti musulmane, tenendo naturalmente altresì conto di quelle culture bizantina ed ebraica che nello sviluppo del cristianesimo occidentale e dell’Islam nonché nei loro reciproci rapporti ebbero un peso complesso e arduo a valutarsi, ma che resta impossibile e inconcepibile ignorare.
Il corso dei decenni durante i quali si è andata snodando la mia esistenza e alcuni grandi eventi nel corso di essi verificatisi – segnatamente il successo della “rivoluzione islamica” iraniana del 1979 e più ancora poi gli sviluppi del cosiddetto fondamentalismo e la terribile stagione purtroppo ancora in corso, che per convenienza si fa avviare dagli attentati che segnarono l’11 settembre 2001 – mi hanno quasi per i capelli tirato ad occuparmi anche di un lungo periodo di storia successivo a quello oggetto dei miei studi originari e obbligato ad allargare il raggio dei miei interessi nonché (nella misura in cui è stato possibile: con impegno e fatica) delle relative competenze. Sono stato costretto quindi, in altri termini, a “riciclarmi” in una certa misura da medievista in modernista e addirittura (sempre più spesso, negli ultimi anni) in contemporaneista.
Vero è che ho cercato di mantenere le mie competenze di “orientalista-contemporaneista” in un ambito pubblicistico, senza osar di assumere atteggiamenti da specialista, cosa che scientificamente parlando sono lungi dall’essere (ho cominciato cinque o sei volte a studiare arabo ed ebraico, tre o quattro anche turco e persiano: senza andar oltre a risultati che con molta generosità e molto ottimismo si potrebbero definire modestissimi). D’altronde, come ama sovente ricordare il mio illustre amico e collega Luciano Canfora, nella gerarchia accademica germanica non esistono le distinzioni e le periodizzazioni che si usano di solito in Italia e altrove, anche per assicurare spazi esclusivi e privilegiati a forme di competenza analitica che a volte si presentano effettivamente come troppo limitate. Nella nonostante tutto ancor dotta Germania non ci sono cattedre di storia antica, medievale, moderna, contemporanea e così via, bensì di pura e semplice Geschichte: non è, in altri termini, ammissibile che uno storico possa nascondersi dietro l’alibi della sua “specialità” (né, ancora peggio, del suo “specialismo”) per giustificare un’ignoranza relativa ad almeno grandi temi e alle grandi linee istituzionali dello svolgimento del passato. Non può essere ritenuto né decoroso né accettabile che un professore universitario di storia possa rifiutarsi di tenere, ad esempio, una lezione sull’Islam dinanzi a una classe di studenti della scuola secondaria o una conferenza sul medesimo argomento dinanzi a un pubblico colto ma non specialista sventolando l’alibi dell’incompetenza specifica.
Debbo aggiungere che ho condotto una costante attività di redattore di elzeviri, commenti e recensioni sulla stampa quotidiana e periodica di vario ma in genere decoroso livello fino da quando avevo 18 anni, ma con maggior frequenza da quando avevo ormai superato la trentina sino a una continuità che si potrebbe definir professionale. Si tratta – ormai posso dirlo – di una passione che col tempo mi ha portato necessariamente ad esercitare quasi un “secondo mestiere”, garantito e legittimato da tanto di esami e d’iscrizioni all’albo professionale dei giornalisti pubblicisti nonché dal versamento dei relativi, piuttosto gravosi contributi fiscali.
Parliamo pertanto in questa sede di qualcosa che, nella mente e nel pensiero di chi ha scritto queste righe, vuol essere un oggetto di riflessione intellettuale e anzi di studio, sia pur condotto a un livello non propriamente scientifico né strettamente sistematico. Intendiamo presentare un complesso di fenomeni che riguarda la presenza della fede e della cultura musulmane nella storia del mondo e in particolare dell’oggi e di come entrambe siano considerate non tanto al livello degli specialisti o comunque degli studiosi – anche se talora, per forza di cose, a tali ambiti bisognerà pur fare riferimento –, quanto piuttosto a quello di una più vasta e composita opinione pubblica. All’interno di quest’ultima sono infatti compresenti e interagenti diversi livelli di cognizione di causa, da una conoscenza d’origine scolastica (alludiamo alla scuola secondaria o addirittura all’insegnamento e all’istruzione universitari) fino a differenti forme d’informazione desunte da un’ampia ma eterogenea quantità di possibili letture divulgative oppure anche a simpatie, antipatie e/o pregiudizi variamente attinti dall’esperienza personale o familiare, dai talk shows televisivi, dalla stampa quotidiana o periodica, dalla foresta informatica dei “motori di ricerca” e dei blogs, dal “sentito dire”, dalle impostazioni politiche alle quali in un modo o nell’altro ci si sente prossimi, dall’impegno volontaristico e umanitario, dalle aperte ed esplicite – o magari, al contrario, se non addirittura inconsce – forme di attrazione, di sospetto o di repulsione.
Parliamo d’Islam, un tema tanto di grande importanza scientifica e culturale quanto d’innegabile attualità: un termine rispetto al quale si può essere anche molto ignoranti, ma rarissimamente ci si sente estranei e per così dire non coinvolti. Ora, lasciando da parte la non so quanto consistente minoranza che, dinanzi a tale tema, si comporta con la stessa nonchalance con la quale un gatto guarderebbe a un piatto di broccoli bolliti, si può dire che rispetto al mondo musulmano si possono dare alcuni comportamenti di base, ciascuno dei quali scomponibile poi in un’infinita serie di variabili. E qui bisogna cominciare sul serio a intendersi bene: poiché noi vogliamo giungere a parlare di cose, vale a dire di veri e propri oggetti degni di studio e comunque d’attenzione; ma alle cose si arriva pure attraverso quegli affascinanti eppure sovente incerti anzi spesso imprecisi e cangianti segni che sono le parole. Parole che per giunta in molti casi risultano “segni di altri segni”: cioè traduzioni, calchi o adattamenti di altre parole, pensate e pronunziate in lingue straniere magari molto lontane dalla nostra, scritte addirittura secondo sistemi alfabetici ad essa estranei.
Già per indicare colui che per i musulmani è non semplicemente un nabi, un profeta, bensì il vero e proprio rasul Allah, il “Messaggero di Dio” in quanto oggetto originario e primario della Rivelazione divina e della Parola che ne rappresenta l’espressione definitiva ed eterna, il Corano, noi usiamo il suo nome scrivendolo però in una forma che rispecchia la fonetica araba, Muhammad, o persiana, Mohammed, o turca, Mehmet. Un po’ più rara si va facendo ormai, nei nostri idiomi euro-occidentali, l’adozione della forma italiana Maometto, o di quella francese Mahomet, o di quella spagnola Mahoma. In italiano poi il nome Maometto, usato dallo stesso Dante, è stato sovente storpiato in “Macometto” o addirittura in “Malcometto”, con allusione alla malevola “leggenda di Maometto” circolante nell’Europa medievale – ma raccolta anche da autorevoli testimoni, quali Tommaso d’Aquino – secondo la quale il “falso profeta” sarebbe stato un uomo vizioso e crudele che avrebbe fondato una religione lasciva e immorale per puri scopi di potere o perché, essendo un alto dignitario della Chiesa, era deluso e indignato per non esser riuscito ad ascendere al soglio pontificio. In tal senso diveniva ovvio il gioco di parole Maometto-Malcommetto, “colui che commette il male”. Ancora oggi, per quanto questa regola abbia le sue eccezioni, si può sulle prime cogliere la scelta di campo più o meno filomusulmana o antimusulmana dalla forma usata da colui che parla o scrive a seconda che egli usi la forma Muhammad o Maometto: i soggetti afferenti al primo tipo si serviranno di quella, gli altri di questa.
Altre oscillazioni grafiche, a proposito di termini arabi, derivano da pure questioni fonetiche: quando c’imbattiamo nel termine chaykh in francese dobbiamo tener presente che esso equivale alla forma inglese shaykh e che entrambe, nelle rispettive norme fonetiche, rinviano a quel che si esprime con l’italiano “sceicco”, vale a dire il termine – equivalente in modo molto preciso al latino senior, cioè sia “il più vecchio” sia quel che appunto è il dominus, il “signore” – con il quale in arabo s’indica il capo della tribù o quello di una confraternita religiosa o in generale un personaggio autorevole per età e per condizione (in siciliano è rimasto, nel suo valore affettuoso anche se non senza una sfumatura spregiativa, nella familiare denominazione dello “scecco”, l’asino domestico). Leggendo libri e giornali nell’italiano dell’Ottocento e del Novecento, si dovrà tener presente che nella lingua corrente di allora le parole arabe passavano attraverso una trascrizione fonetica alla francese, mentre oggi ha decisamente prevalso a livello internazionale quella inglese.
Ciò premesso, vi sono nella nostra società odierna, come dicevamo, quattro fondamentali modi di porsi dinanzi alla fede e alla cultura musulmane.
Anzitutto, si può essere musulmani. Il musulmano – forma preferibile all’altra, troppo e purtroppo diffusa, “islamico”, a mio avviso da evitare quando si parli di persone fisiche – è colui che aderisce all’Islam, termine arabo che indica propriamente l’intimo consenso e quindi il “fiducioso abbandono” rispetto alla volontà divina secondo la Rivelazione concessa da Dio al profeta Muhammad e testimoniata dal Libro nel quale è contenuta la Sua Parola, il Corano. Con molta inesattezza qualcuno preferisce rendere il senso della parola Islam usando quella che in italiano suona come “sottomissione” (che indica piuttosto una soggezione sopportata controvoglia, di cui si avverta il peso e alla quale intimamente si preferirebbe ribellarsi) o addirittura “fatalismo”: parola quest’ultima che ha una lunghissima e nobilissima tradizione che da alcune culture pagane giunge agli esiti filosofici moderni (Nietzsche, Spengler, Schmitt) ed è intimamente collegata al concetto di “fato”, “destino”, che in arabo si rende con l’espressione maktūb, “era scritto”, e in turco con la parola kismet. Il “credente”, il “fedele” è quel che in arabo si qualifica come mumin o come muslim, parola, questa, dalla quale deriva il nostro “musulmano” e che propriamente indica appunto l’adepto dell’Islam.
Poi, c’è l’“islamista”. Le vicende degli ultimi decenni ci hanno abituati a distinguere dal concetto di musulmano quello che dopo la rivoluzione islamica iraniana del 1979 s’impose con l’aggettivo di “fondamentalista”. Questo termine fu originariamente indicato dalla pubblicistica statunitense che voleva in tal modo dare ai suoi connazionali una più o meno vaga idea di che cosa fosse il movimento che in quella particolare fase storica era rappresentato e definito dallo ayatollah Ruhullah al-Musavi al-Khomeini e dalla sua proposta di una rivoluzione che tornasse alle scaturigini più autentiche e profonde dell’Islam, quindi ai fondamenti della fede dai quali durante lunghi secoli di pratica teologico-politica e popolare, di asservimento quietistico ai poteri politici (per Khomeini e i suoi seguaci questa era stata la secolare colpa del “clero” sciita, i teologi-giuristi sempre soggetti al volere degli shah e soprattutto a quello della dinastia Pahlavi), di progressiva occidentalizzazione dei costumi, ci si era progressivamente allontanati. In realtà, le posizioni di Khomeini venivano da lontano: esse attingevano a una tradizione intellettuale riformistica che si era presentata originariamente in area sunnita già nell’India del Settecento con Shah Waliullah, quindi in Egitto nella seconda metà dell’Ottocento con pensatori come Jamal al-Din al-Afghani e Muhammad ‘Abduh e infine, sempre partendo dall’Egitto e dall’India, nella prima metà del secolo scorso grazie a Hasan al-Banna, il fondatore dei Fratelli Musulmani, e a Muhammad Ali Jinnah9.
L’idea di fondo di questo movimento di pensiero, trasformatosi in forza politica, era che il mondo musulmano dovesse superare la frammentazione e lo stato di torpore che lo avevano progressivamente caratterizzato dal XVI al XIX secolo prima con l’asservimento rispetto ai grandi imperi autocratici che lo avevano dominato tra penisola anatolica e subcontinente indiano (l’ottomano sunnita, il safawide sciita, il moghul sunnita) e quindi con l’acquiescenza ai poteri e alla politica colonialistica degli europei, segnatamente d’inglesi e francesi; la comunità musulmana, l’umma10, avrebbe saputo ritrovare la strada della libertà e della grandezza tornando alla sua unità originaria e attingendo alla forza degli autentici fondamenti della fede. Ai giornalisti statunitensi, sorpresi essi stessi da questi concetti dei quali ignoravano le origini, l’appello di Khomeini apparve molto simile a quello che alla fine dell’Ottocento era stato lanciato ai cristiani aderenti alle Chiese minoritarie e alle sette escluse ed emarginate dalle grandi confessioni cristiane americane – soprattutto la cattolica, l’episcopaliana, la presbiteriana – riunite in congresso a Niagara Falls. Da qui i termini inglesi fundamentalism, fundamentalist, che in Occidente da molti furono ritenuti originari della tematica e del lessico musulmani e che a lungo vennero usati come tali, mentre nel mondo islamico sunnita se ne approfondivano i rapporti con la scuola teologico-giuridica salafita. Ormai i termini “fondamentalismo” e “fondamentalista” appaiono desueti, anche perché sono sempre stati poco comprensibili: gli studiosi francesi, segnatamente Gilles Kepel, hanno proposto di sostituirli con islamisme, islamiste.
Quindi abbiamo l’islamologo, vale a dire lo studioso dell’Islam, quello che in francese sarebbe propriamente l’islamisant. Da noi in Italia, fino a poco tempo fa, tale concetto si usava indicare con il sostantivo “islamista”: quindi, l’“islamismo” era propriamente la scienza che l’islamista praticava. Studiosi di straordinario livello come un Gabrieli, un Nallino, un Rizzitano, erano propriamente non solo arabisti e orientalisti, ma anche appunto islamisti. Nel parlar comune invece – e per evide...

Indice dei contenuti

  1. Premessa
  2. 1. A voler essere pedanti
  3. 2. Uno spettro s’aggira...
  4. 3. Paura, timore e prudenza
  5. 4. I fondamenti dell’islamofobia
  6. 5. “L’Islam moderato non esiste”
  7. 6. “Islam e Modernità sono inconciliabili”
  8. 7. “Esiste un solo Islam”
  9. 8. “I musulmani sono tutti uguali”
  10. 9. “Il Corano è un libro di guerra”
  11. 10. “Europa e Islam sono nemici da sempre”
  12. 11. “I musulmani ci odiano”
  13. 12. “I musulmani stanno invadendo l’Occidente”
  14. 13. “Il jihadismo è una macchina compatta e organizzata”
  15. 14. “Viva le primavere arabe”
  16. 15. Eurabia felix
  17. In conclusione/inconclusione
  18. Glossario
  19. Orientamento bibliografico