Cos'è la ricerca della felicità
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Cos'è la ricerca della felicità

Informazioni su questo libro

La felicità può essere un oggetto di un esame razionale? La felicità è uno stato d'animo o è qualcosa che coinvolge la nostra intera vita e i suoi valori? Quanto dipende da noi e quanto dalle circostanze esterne? È il fine ultimo di ogni nostra azione? C'è un bene specifico capace di renderci felici o è sempre necessario un assortimento di beni? È possibile essere felici nonostante il pensiero della morte?

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Informazioni

Cos’è la ricerca della felicità

La domanda

Interrogàti in proposito, molti di noi ammetteranno che la ricerca della felicità ha un peso importante nella loro vita e di certo nessuno dirà che la questione è futile o irrilevante.
Eppure, se proviamo a chiederci reciprocamente in che cosa consista la felicità, le risposte che emergeranno non potranno che stupirci per la loro varietà. Prima di tutto, e più ovviamente, persone diverse associano la felicità ad attività diverse: c’è chi è felice quando va in barca a vela, chi quando studia, chi mentre ascolta musica e chi mentre fatica per tenere il corpo in allenamento.
Se si trattasse di stilare una lista completa delle attività o delle situazioni in cui qualcuno è felice, l’impresa sarebbe disperata e perciò sembra più promettente cercare una descrizione generale della felicità, cercare di individuare cioè le caratteristiche che tutte le manifestazioni della felicità hanno in comune.
Si potrebbe iniziare dicendo che la felicità è un particolare stato d’animo di piacere, ma subito si dovrebbe precisare che non ogni piacere è pertinente: un bicchiere d’acqua quando ho sete mi ristora e mi dà piacere ma non incide molto sulla mia felicità. Dovremmo stabilire il tipo di piacere che si accompagna sempre alla felicità, e qui qualcuno dirà: un senso di pienezza e di soddisfazione che tiene dietro a certe attività o situazioni, ma qualcun altro obietterà che forse è piuttosto un senso di attesa e di preparazione che precede queste attività. Non faticheremo a riconoscere entrambi questi aspetti in numerosi episodi della nostra vita; sappiamo che spesso l’attesa di un evento desiderato (un incontro, una festa, un concerto) è il momento di massima felicità, e che l’evento stesso comporta sempre un’ingiustificata delusione. Ma sappiamo anche che in altre occasioni la felicità viene dopo, quando per esempio contempliamo con soddisfazione un lavoro finito.
È anche implicito nel nostro modo di parlare della felicità, il riconoscimento del fatto che si tratti di qualcosa di speciale, di qualcosa che non ci accompagna in ogni istante della vita, ma che gratifica solo certi momenti particolari. Non ci scandalizza quindi che questi momenti supremi, rari e fuggitivi siano difficili da descrivere nei termini della nostra vita quotidiana, che richiedano una serie di metafore come «toccare il cielo con un dito», «essere in uno stato di grazia», le quali alludono appunto all’uscita dalla propria condizione media per accedere a un’esperienza eccezionale.
D’altra parte c’è del vero anche nell’idea contraria, secondo cui la felicità ci coglie invece nella quotidianità, proprio quando non facciamo nulla per conquistarla, e forse non è poi così sicuro che bere un bicchiere d’acqua non incida mai sulla nostra felicità.
Queste intuizioni, spesso in contrasto tra loro, possono indurre l’impressione che la questione della felicità sia materia per poeti e romanzieri e che sia impossibile farne l’oggetto di un esame razionale, fondato cioè su precise definizioni e su argomentazioni capaci di convincere chiunque.
Invece l’etica degli antichi si è sviluppata come disciplina razionale ponendo al proprio centro l’idea di felicità. Non è che gli antichi avessero un concetto di felicità molto più univoco e chiaro del nostro, perché anche per loro i valori della vita si presentavano in una varietà apparentemente irriducibile, ma riuscirono, con un poderoso sforzo di sintesi e di astrazione, a selezionare alcune risposte precise, alcuni candidati più importanti, per esempio il piacere e la virtù, capaci di sintetizzare i valori più significativi della vita.
Finora abbiamo considerato la felicità come uno stato d’animo, come una condizione che si estende solo per un breve lasso temporale. Ma non possiamo anche parlare della felicità come di una condizione che può caratterizzare la durata di un’intera vita? La felicità di cui ci importa veramente è quella dell’istante, o quella complessiva della nostra vita?
Se la domanda sembra retorica tanto da invogliarci a rispondere che ci importa solo del presente immediato, dovremmo forse provare a riformularla e chiederci: siamo veramente felici in un istante se questo istante non è aperto al futuro? Se, come l’ultima sigaretta del condannato a morte, quell’istante non ammette alcuna prospettiva?
Ecco che ci accorgiamo che per pensare alla felicità dobbiamo allargare l’orizzonte della nostra considerazione all’intera vita e – così facendo – sembra che il concetto di felicità ne guadagni in oggettività perché non è più limitato all’esperienza immediata, inevitabilmente soggettiva. Una vita felice, infatti, non è semplicemente una successione di minuti, di ore e di giornate vissute con animo lieto, è piuttosto una vita piena e realizzata, cioè una vita che ha senso e valore.
Se valutati nell’arco di una vita, gli stati d’animo felici assumono un rilievo del tutto diverso. Per esempio, è fuor di dubbio che ci sentiamo immediatamente felici se mangiamo senza freni ciò di cui siamo più golosi; ma è altrettanto fuor di dubbio che tale cedimento va a discapito della felicità, solida e soprattutto duratura, che potremmo derivare dal sentirci in forma dopo un pasto leggero ed equilibrato. Se vogliamo occuparci della nostra felicità, siamo perciò continuamente chiamati a confrontare occasioni di felicità diverse, imparando a scegliere quella che ce ne garantisce la maggiore.
La possibilità di istituire questi confronti e di risolverli ragionando, conferisce significato all’idea che è possibile distribuire la felicità nel tempo in modo tale da raggiungerne il più possibile nel corso della vita.
Dunque è possibile per l’uomo organizzare la propria condotta di vita, i suoi comportamenti, in modo tale da sviluppare la capacità di procurarsi la felicità. Un uomo che riesce a vivere in questo modo è tradizionalmente chiamato virtuoso.
Ma è cosa semplice conseguire la virtù?
Non proprio. In primo luogo perché è evidente che la nostra vita non è solo né principalmente un ragionare su cosa sia meglio fare. Anzi, a guardare bene, i momenti di decisione ponderata – quelli cioè in cui pesiamo i pro e i contro di una certa scelta – sono una piccola minoranza e spesso decidiamo istintivamente secondo attitudini determinate dal nostro carattere. I momenti di dubbio, quelli in cui esitiamo sul da farsi, sono piuttosto rari; è come se una buona parte della nostra vita si svolgesse avendo una specie di pilota automatico inserito.
Ma ciò dobb...

Indice dei contenuti

  1. Cos’è la ricerca della felicità
  2. L’autore