In libreria vengono gli scrittori
«Lorenzo Mercatanti!».
«Oh, Emiliano, ciao. Come va?».
«Piuttosto bene, metto un po’ di libri sugli scaffali. Tu?».
«Non c’è male, dai. Do un’occhiata, se è uscito qualcosa...».
«Beh, quello è un capolavoro...».
Ha in mano un testo di Pierre Drieu La Rochelle.
«Sì, questo lo prendo», dice. «Sono contento che l’abbiano ristampato».
«Un uomo in piedi».
«Coperto di sangue».
«Intanto io mi son letto il tuo romanzo, e l’ho apprezzato tanto».
«Ah, mi fa piacere!».
«Sì, bello. La costruzione, il tono. Ha degli accenti ironici ma amari, il sorriso che rimane a metà. Tipo un blues malinconico, che ti trascina dentro e poi ti stende».
«Grazie, son contento!».
Appoggio la pila di libri che mi tenevo in braccio. «C’è molta Prato, lì dentro. Non so se ti faccio un complimento, ma per me lo è: c’è un’atmosfera, un qualcosa... potrebbe essere un film di Francesco Nuti».
«Madonna che silenzio c’è stasera».
«Ti piace, Nuti?».
«Ho presenti quelli sul biliardo, erano belli... e i Giancattivi!».
«A me piace anche dopo, ho un debole per Checco da Narnali. Ma tu è da tanto che scrivi?».
«Ho cominciato a diciannove anni, e il primo libro è uscito ora che ne ho quarantatré. Da vantarsene, eh?».
«Gli editori sono dei farabutti».
«Tanto non è mica il mio mestiere».
«Perché tu davvero fai quel lavoro lì?».
Annuisce, le biglie nere degli occhi che carambolano sulla valigetta appoggiata per terra.
«Da quattordici anni. Con il mio babbo, che ormai ha perso il conto».
«E sei un rappresentante oppure un agente di commercio?».
«Come dico nel libro: credo un agente di commercio, ma non l’ho mica capito».
Sorride. Mi fa sorridere. Come il titolo del romanzo: Il babbo avrebbe voluto dire ti amo ma lo zio ne faceva anche a meno. Che titolo è? Meraviglioso.
«E che differenza c’è?».
«Uno dei due può chiudere il contratto per conto dell’azienda. Mi sembra l’agente di commercio».
«Allora te lo puoi fare».
Fa cenno di no.
«E vendi filati, stoffe».
«Soprattutto filati».
«Non si può lavorare senza uno come te, in una città come questa».
«È difficile. La piazza si è ridotta ma cambia spesso, in continuazione. Si corre sempre, a Prato. C’è bisogno di uno che la conosca bene, che resti fermo qui».
Nel romanzo ha scritto: «A Prato si è sempre corso parecchio; si è corso dietro al lavoro, fino a raggiungerlo, superarlo e corrergli noi davanti e lui dietro. Anche quando c’è crisi si corre, a vuoto, senza sapere perché e dove si è diretti. Forse sarebbe meglio fermarsi un secondo e chiedersi se il mercato ci vede come leone o come gazzella, o se non ci vede proprio».
«Sicché quando hai cominciato tu, gli affari andavano ancora bene».
«Era un’altra cosa. Io non mi lamento, ma prima era diverso».
«Tutti ricchi...».
«Giravano più soldi, l’indotto era enorme, ci campava tanta gente».
«E non c’erano i cinesi».
«Non c’era la crisi, i cinesi c’erano di già. Che poi i cinesi di Prato mica portano via il lavoro ai pratesi del tessile: fanno mestieri diversi, o come dicono quelli bravi, sono posizionati su segmenti diversi della filiera. Certo non erano i numeri di oggi che la mia figliola più grande dice maremma questi cinesi ma poi esce anche con un’amica albanese, una magrebina... per Prato tutti questi stranieri sono una novità, ma non di ieri. È che a quei tempi Berta filava per tutti, e io di cinesi ne vedevo ma non ne sentivo parlare, né a proposito di rispetto delle regole né a proposito di condizioni di lavoro disumane eccetera».
«Ci hanno mangiato in tanti, sui cinesi».
«Certo, ho un amico collega concorrente che ci mangia tutti i giorni. È di Firenze, sicché per desinare non torna a casa, mangia in un bar che prima era di un pratese e ora l’ha rilevato una cinese. Hanno fatto un patto: non più di dieci euro a pranzo, e lui prende un primo, un contorno, un dolce e un caffè. Lei all’inizio di ogni mese gli fa la fattura di tutti gli scontrini battuti nel mese precedente, che così lui la mette nella nota delle spese da portare al commercialista».
«Vabbé, io intendevo mangiarci in altro senso...».
«Sì sì, anche con gli affitti».
«Ma te lo ricordi il primo cinese?».
«Davvero. Avevo degli amici, a Chiesanuova, la sera al circolo arrivavano questi bambini cinesi a giocare ai videogiochi...».
«Io qua ci venivo poco, andavo sempre a Firenze. Ho studiato lì, lavorato lì. Da dove abitavo, a Calenzano, non era proprio normale uscire a Prato, neanche per una bevuta. E poi i pratesi sono pottini: il bicchiere sul tettuccio della macchina, l’orologio d’oro in bella mostra...».
«Perché, abbi pazienza, i fiorentini come sono? Degli impiegati. Che si cullano sulla loro storia. Com’è che dicono i tedeschi? Gli austriaci guardano con fiducia al proprio passato».
«Beh, anche i pratesi...».
«Beh, ora sì».
«Tu sei nato proprio a Prato».
«Sì, stavo in città, andavo a scuola a piedi. E dopo ho fatto l’università a Firenze, scienze politiche».
«E l’hai finita?»
«L’ho interrotta, ma poi l’ho ripresa. Mi sono sposato, ho cambiato casa, tre figli...».
«E ora dove stai?».
«Su a Schignano».
«Quella sì che è una salita! Per farla in bicicletta, intendo».
«È dura, parecchio».
L’ho provata, ovviamente, e in cima ci sarò pure arrivato, ...