Medio Oriente
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Medio Oriente

Una storia dal 1991 a oggi

  1. 352 pagine
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Medio Oriente

Una storia dal 1991 a oggi

Informazioni su questo libro

Questo libro ripercorre le tappe dei tentativi fatti in Medio Oriente per concretizzare una proposta politica alternativa all'Islam, prima dell'11 settembre e soprattutto dopo, quando con la lotta globale al terrorismo si è riproposta una contrapposizione netta tra 'noi' e 'loro', uno scontro tra realtà apparentemente inconciliabili cui si è tentato di dare un nome nuovo, il ben noto 'scontro di civiltà'. Marcella Emiliani analizza in particolare i processi democratici 'drogati', le opposizioni islamiste all'attacco dei regimi in carica, i giochi elettorali in Egitto, Tunisia, Algeria, Giordania, Libano o nell'Autorità nazionale palestinese e gli episodi fondamentali della lotta globale al terrorismo con l'operazione 'Enduring Freedom' in Afghanistan del 2001 e 'Iraqi Freedom' in Iraq del 2003.Un'attenzione particolare è rivolta al fallimento dell'unico serio tentativo di negoziare la pace nel vecchio conflitto arabo-israeliano-palestinese, cioè gli Accordi di Oslo, e alle cause della Primavera araba ancora in corso, che in tutta l'area hanno spinto le generazioni più giovani a ribellarsi contro l'emarginazione, l'assenza di un futuro e la totale mancanza di libertà.

Informazioni

Anno
2012
eBook ISBN
9788858104750
Argomento
Storia

1. La disillusione di fine millennio

Gli anni Novanta del Novecento hanno segnato l’inizio di una stagione di tensioni senza precedenti in Medio Oriente. La fine della guerra fredda, infatti, ha spinto – volenti o nolenti – i regimi della regione a divenire più trasparenti e ad avviare processi di liberalizzazione politica ed economica in risposta: 1) alle pressioni provenienti dall’unica superpotenza uscita apparentemente vincente dallo scontro Est-Ovest, cioè gli Stati Uniti di George Bush senior, che, dopo l’operazione Desert Storm del 1991 per liberare il Kuwait invaso dall’Iraq di Saddam Hussein, si erano proposti come i veri artefici di un nuovo assetto non solo regionale ma internazionale; 2) alle clausole vincolanti delle grandi agenzie di credito internazionali, Banca mondiale e Fondo monetario internazionale (Fmi), che per erogare aiuti richiedevano il rispetto di precise misure di democratizzazione e risanamento economico; 3) alle aspettative della società civile che, per quanto inascoltata e mal rappresentata a livello politico, era conscia della svolta epocale intervenuta con la fine della guerra fredda e aspirava a una maggior libertà e a un benessere diffuso.
Quella che abbiamo definito «stagione di tensioni» in Medio Oriente è stata resa con una perifrasi: il capello di Muawiya. Un capello, si sa, è molto fragile e basta la minima pressione a romperlo. Nella storia dei popoli arabi e islamici si ricorre a questa espressione quando il rapporto tra governanti e governati si fa talmente teso e spasmodico da rischiare di spezzarsi e aprire le porte al caos e all’anarchia (la fitna). Per la storia, Muawiya (661-680 d.C.) è stato il fondatore del Califfato ommiade (661-750 d.C.), cioè della prima dinastia regnante nella storia dell’Islam, che creò gravi tensioni nella umma proprio perché il Profeta aveva sempre stigmatizzato i re e le monarchie. Non a caso il figlio di Muawiya, Yazid, si ritrovò a reprimere la ribellione degli sciiti, che non erano disposti ad accettare né la monarchia sunnita né che a guidarla non fossero i discendenti di Maometto. Fu nello scontro a Kerbala fra Yazid e Hussein (figlio di Ali e nipote del Profeta) nel 680 d.C., che Hussein venne ucciso e il suo martirio diventò il simbolo della rottura sciita. Tutto questo per raccontare i drammi che accompagnarono le prime fasi dello sviluppo politico dell’Islam nel momento in cui, espandendosi in tutto il Medio Oriente e oltre, non poteva più accontentarsi di un’organizzazione semi-spontaneistica basata solo sulla sottomissione della comunità a Dio, ma dovette gioco forza adattarsi a forme di governo imperiali e alla repressione delle espressioni di dissidenza più pericolose. Il capello di Muawiya, dopo la rottura degli sciiti nel VII secolo d.C., riuscì a non spezzarsi più – con conseguenze di quella portata – fino alla Primavera araba del 2011. Ma la fitna che potrebbe derivare dal suo spezzarsi, è un fantasma che ha sempre aleggiato su tutti i regimi, monarchici o meno, che si sono succeduti nella storia dei popoli arabo-islamici fino all’epoca contemporanea.

1. Il capello di Muawiya e il pluralismo autoritario

Tornando agli anni Novanta del Novecento e all’inizio di quello che doveva essere il processo di democratizzazione in Medio Oriente, anticipiamo subito che le tensioni molto gravi ad esso collegate sono state governate – e in parte neutralizzate – dai regimi in carica attraverso quattro meccanismi:
1) la creazione di nuovi spazi politici tenuti sotto un ferreo controllo con un’alternanza di apertura e chiusura dell’arena pubblica, e leggi elettorali che non permettevano una reale rappresentanza delle dinamiche socio-economiche della società (box La manipolazione delle regole elettorali nei regimi pluralisti autoritari);
2) l’affiancamento al settore statalizzato dell’economia di un nuovo settore privato, le cui élites venivano però cooptate all’interno della cerchia di potere dei regimi;
3) il ricorso alla vecchia e consueta repressione brutale ogni volta che le sollecitazioni provenienti dal basso mettevano in pericolo la sopravvivenza dei regimi medesimi, giustificata tra l’altro dalla minaccia islamista radicale che, proprio negli anni Novanta, cominciò a sfidare la stabilità dei vari governi con attentati terroristici sempre più sanguinosi;
4) una limitata libertà di stampa, sempre sottoposta al vaglio della censura di Stato.
Tutto questo ha dato vita a dei regimi «ibridi» che gli studiosi, sbizzarrendosi, hanno definito in maniera diversa: democrazia difensiva, semi-democrazia, pluralismo autoritario, pluralismo per difetto, autocrazia liberalizzata. Definizioni in cui sono chiare due cose: l’introduzione di sistemi multipartitici e la perpetuazione – sotto finte spoglie democratiche – delle vecchie autocrazie. Non dobbiamo poi dimenticare che questa democratizzazione «drogata» ha rappresentato anche la risposta inefficace alle gravi difficoltà economiche che la maggioranza degli Stati mediorientali si è ritrovata ad affrontare quando ha avviato i programmi di aggiustamento strutturale delle agenzie di credito internazionali (Banca mondiale e Fondo monetario internazionale), che hanno prodotto le cosiddette «rivolte del pane», cioè scoppi di rabbia popolare contro la riduzione del pubblico impiego, la tassazione progressiva dei redditi, la sospensione delle sovvenzioni ai prezzi dei beni di prima necessità, i tagli alla spesa pubblica ecc. Processi del genere hanno interessato paesi come l’Egitto, la Giordania, la Siria, l’Algeria, il Marocco, lo Yemen e in misura decisamente minore le petrol-monarchie del Golfo, con la grande eccezione dell’Arabia Saudita. L’esempio egiziano è sicuramente quello più esplicativo.

1.1. Gli equilibrismi del regime di Mubarak in Egitto

Hosni Mubarak, divenuto presidente nel 1981 dopo l’assassinio di Anwar al-Sadat, impresse immediatamente una svolta liberalizzante al suo regime scarcerando tutti i prigionieri politici, consentendo più ampi margini di libertà di stampa e associazione e parlando apertamente di democrazia. Questo iniziale periodo di apertura fu facilitato dalle condizioni economiche dell’Egitto che, negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta, godeva ancora di grosse rimesse dai propri lavoratori all’estero, di una buona rendita petrolifera dai pozzi della penisola del Sinai e, soprattutto, dagli aiuti che arrivavano dagli Stati Uniti a seguito della firma del trattato di pace con Israele e dal graduale riavvicinamento alle petrol-monarchie del Golfo dopo l’operazione Desert Storm del 1991. Già dopo la liberazione del Kuwait però, e in contro-tendenza rispetto alle aperture causate dalla fine della guerra fredda, il suo regime venne ad assumere un carattere sempre più autoritario. Fu infatti prorogata la legge di emergenza in vigore fin dall’assassinio di Sadat e vennero adottate leggi per limitare la libertà di stampa e tenere sotto controllo le elezioni sia ai vertici delle associazioni professionali sia per il rinnovo delle amministrazioni locali e del parlamento. A partire dal 1992, in concomitanza con l’offensiva del Fronte islamico di salvezza (Fis) in Algeria, i gruppi islamisti egiziani intensificarono la loro campagna contro il regime che costrinse il governo a moltiplicare la presenza dell’esercito in aree delicate come il Medio e l’Alto Egitto e a varare una legislazione anti-terroristica che estendeva la pena di morte anche ai soli sospetti. La violenza dei gruppi islamisti radicali, con la Jama’at al-islamiyya in testa, aveva cominciato poi a prendere di mira i turisti, cioè una delle principali fonti di entrate del paese, che nel biennio 1991-1992 registrò un calo di valuta estera del 40%. Le cose peggiorarono nel 1993, quando il ministro degli Interni rimase seriamente ferito in un attentato rivendicato da una fazione del Jihad islamico, le Avanguardie della conquista, che in novembre fecero scoppiare un’autobomba vicino all’abitazione del primo ministro Atif Sidqi. I sospettati di queste azioni terroristiche venivano giudicati da tribunali militari per evitare che gli imputati usassero il dibattimento per fare propaganda al proprio movimento, ma soprattutto per assicurarsi che venissero giudicati in maniera rapida e inflessibile. Nel solo 1993 i tribunali militari condannarono a morte trentotto militanti islamisti, ventinove dei quali vennero impiccati. Il rapporto fra regime e gruppi islamisti radicali stava diventando una vera e propria emergenza nazionale e, nello stesso governo, c’era chi sosteneva la necessità di dialogare con i leader del Jihad islamico e della Jama’at al-islamiyya in carcere, nel tentativo di frenare la loro campagna di destabilizzazione. Tra i fautori del dialogo c’era il ministro degli Interni, Mohammed Abd al-Halim Moussa, che venne rapidamente sostituito da Mubarak col generale Hassan Mohammed al-Alfi per ribadire la linea dura del regime. Per tutta risposta, il Jihad islamico e la Jama’at al-islamiyya alla fine del 1993 presero la decisione di coordinarsi per poter far fronte comune contro le forze di sicurezza, e per l’occasione scelsero quale leader spirituale di questa neonata coalizione lo sceicco cieco Omar Abdel Rahman. Nel frattempo l’Assemblea del popolo, cioè il parlamento, aveva proposto Mubarak per il suo terzo mandato presidenziale (dopo quello del 1981 e del 1987), e infatti il raïs venne confermato in carica con il 96,3% dei voti da un referendum indetto il 4 ottobre 1993. Il suo primo atto, appena rieletto, fu di insignire del titolo onorifico di feldmaresciallo l’allora ministro della Difesa, Mohammed Hussein Tantawi, un onore che dal 1952 era stato accordato solo ad altri tre generali. La maggior parte degli osservatori ne dedusse che in un momento così delicato per la stabilità nazionale, il presidente puntasse a garantirsi l’assoluta fedeltà delle forze armate, vero sostegno del suo regime. Il feldmaresciallo Tantawi è l’uomo che – dopo la cacciata di Mubarak l’11 febbraio 2011 nel corso della Primavera araba – ha assunto di fatto la responsabilità della transizione in Egitto, ma già nel 1993 aveva dichiarato pubblicamente che le forze armate erano pronte ad assumersi la responsabilità della stabilità del paese, soprattutto contro i gruppi islamisti radicali. Più in generale la lotta al terrorismo finì per mettere in sordina qualsiasi progetto di riforma politica, il che significa che già negli anni Novanta e ben prima degli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, la lotta al terrorismo in Egitto divenne funzionale alla perpetuazione del regime autocratico. Gli attentati peraltro non si interruppero né contro i turisti né contro le personalità del governo e delle stesse forze armate. A nulla servirono le ondate di arresti che portarono in carcere decine di migliaia di sospetti militanti dei movimenti islamisti radicali. In questo quadro, il 10 aprile 1994 il parlamento votò una nuova legge che aboliva le elezioni locali e incaricava il ministero degli Interni di nominare i sindaci dei villaggi e delle città minori con la giustificazione che molti di questi non avevano collaborato attivamente alla repressione dell’islamismo terrorista. La legge di emergenza venne prorogata per altri tre anni, e l’Egitto firmò un trattato di estradizione col Pakistan, dove andavano a rifugiarsi molti dei militanti che riuscivano a sfuggire all’arresto. Venne impresso un giro di vite anche alla stampa locale e internazionale perché non fornisse informazioni che potessero danneggiare la sicurezza nazionale, il che significava un rafforzamento della censura su tutti i mass media.
I principali teatri di scontro fra forze di sicurezza e islamisti radicali rimanevano il Medio e l’Alto Egitto, e soprattutto il governatorato di Asyut, dove si registravano scontri quotidiani che lasciavano sul terreno decine di vittime. Nonostante la pesante repressione, la Jama’at al-islamiyya riusciva sempre a riorganizzarsi, e nell’agosto del 1994 cominciò a colpire per la prima volta i villaggi turistici sul Mar Rosso. Non si attenuava nemmeno la pressione del regime sulle formazioni islamiche più moderate come i Fratelli mussulmani (gli Ikhwan). In previsione delle elezioni parlamentari, in calendario per il novembre 1995, fin dal gennaio dello stesso anno cominciarono a essere arrestate, con l’accusa di collusione con i movimenti islamisti radicali, decine di Fratelli e soprattutto quanti di loro vincevano le elezioni all’interno delle associazioni professionali di categoria. In febbraio il parlamento arrivò ad approvare una legge che conferiva ampi poteri al ministero degli Interni per intervenire nelle elezioni delle associazioni di categoria e dei sindacati proprio per prevenire l’elezione degli Ikhwan nei loro organi direttivi. A nulla valsero le proteste delle associazioni per il rispetto dei diritti umani, ma anche dei deboli partiti di opposizione e dei pochi intellettuali che osavano denunciare gli abusi del regime e delle forze di sicurezza.
Il 26 giugno 1995 il presidente Mubarak sfuggì per miracolo a un attentato nel tragitto fra l’aeroporto e il centro di Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, dove doveva presenziare alla sessione annuale di apertura della Organizzazione dell’unità africana (Oua, poi diventata Unione africana). Mubarak fece immediatamente ritorno a Il Cairo e tre giorni dopo accusò il Sudan dell’attentato, rivendicato poi, all’inizio di luglio, dalla Jama’at al-islamiyya. Ma la Jama’at al-islamiyya come era riuscita a organizzare un attentato in Etiopia? Fu il regime etiope a rivelare in settembre che i nove membri del commando della Jama’at avevano ricevuto sostegno e addestramento in speciali campi organizzati vicino a Khartoum, dunque i sospetti dell’Egitto erano fondati. Su quest’onda, nel 1996 Mubarak riuscì a ottenere l’imposizione di sanzioni contro il Sudan, che nello stesso anno espulse Osama bin Laden, visto che ospitare terroristi del suo calibro cominciava a costargli troppo. Nella sua offensiva contro gli islamisti radicali, Mubarak si spinse ad accusare diversi paesi europei, tra cui Francia, Gran Bretagna e Germania, di dar asilo a finti rifugiati politici che in realtà erano solo «criminali islamisti». Era la prima volta che un presidente arabo osava puntare il dito contro l’Occidente accusandolo di collusione, per quanto indiretta, col terrorismo e la cosa fece ancora più scalpore perché venne fatta nel corso di una visita ufficiale di Mubarak a Parigi. Ma che l’islamismo radicale si stesse diffondendo anche nella felice «isola» occidentale era già stato confermato, nel gennaio del 1996, dal tribunale americano che aveva condannato all’ergastolo lo sceicco cieco Omar Abdel Rahman per l’attentato al World Trade Center di New York nel 1993, condanna che aveva spinto la Jama’at al-islamiyya a minacciare altri attacchi terroristici contro gli Stati Uniti e tutti i suoi alleati. Nel frattempo si erano moltiplicati gli attentati nel Medio e Alto Egitto dove si erano ormai create delle vere e proprie enclaves in cui gli islamisti radicali godevano del pieno appoggio della popolazione e riuscivano quindi a tenere in scacco le forze di sicurezza. Nella repressione della primavera del 1996 la polizia rivelò di aver arrestato 245 membri di un’altra organizzazione estremista, Scomunica e egira, sparita dalle cronache fin dagli anni Settanta. Il sospetto era che queste denominazioni venissero usate in maniera intercambiabile a seconda del momento storico, ma che in realtà facessero capo a uno zoccolo duro rappresentato dalla leadership del Jihad islamico e della Jama’at al-islamiyya. L’elenco degli attentati compiuti dagli islamisti radicali egiziani sarebbe molto lungo, ma oltre che in Egitto arrivarono a colpire anche in Croazia, in Svizzera e in Pakistan (dove, a Islamabad, venne ucciso l’ambasciatore egiziano). Non meraviglia che nel febbraio 1997 un decreto presidenziale estese per altri tre anni lo stato di emergenza. A nulla valsero le proteste delle associazioni per il rispetto dei diritti umani che continuavano a denunciare il ricorso alla legge marziale per soffocare qualsiasi opposizione interna. Era difficile per loro farsi ascoltare, non solo per la censura del regime ma anche perché l’escalation della violenza non si fermava. Il 17 novembre 1997 un attentato della Jama’at al-islamiyya al tempio della regina Hatshepsut a Luxor provocò la morte di settanta persone, fra cui cinquantotto turisti stranieri. Fu dunque un colpo micidiale per l’industria del turismo egiziana, ma anche per la credibilità della campagna anti-terroristica del governo. Nel clima concitato che seguì all’attentato, il presidente Mubarak sostituì il ministro degli Interni con il responsabile dei servizi di sicurezza, Habib Ibrahim al-Adli, ma rimaneva difficile capire cosa stesse succedendo nella galassia dei movimenti terroristi. All’inizio di dicembre del 1997, infatti, un comunicato della Jama’at al-islamiyya condannò l’attacco di Luxor creando una notevole confusione nell’opinione pubblica. Solo nel maggio 1999 i servizi di sicurezza svizzeri (la Svizzera aveva accolto diversi rifugiati politici egiziani) affermarono che dietro il massacro di Luxor c’era Osama bin Laden, ormai riparato nell’Afghanistan dei talebani.
Nel frattempo, nel novembre 1995, in Egitto si erano svolte le elezioni legislative alle quali i partiti di opposizione si erano presentati più deboli e divisi che mai, non essendo riusciti a formare un fronte unito contro il partito del presidente, il Partito democratico nazionale. In vista delle elezioni il regime aveva preso di mira soprattutto i Fratelli mussulmani, che avrebbero dovuto presentarsi come indipendenti, e ne fece arrestare a decine prima ancora che si aprissero i seggi elettorali. Erano cadute totalmente nel vuoto le proteste di partiti della sinistra, come il Raggruppamento nazionale progressista unionista (Tajammu) e il Partito nasserista, o di un partito liberale come il neo-Wafd, contro gli arresti e il deferimento ai tribunali militari dei membri della Fratellanza mussulmana. Le elezioni si svolsero in due turni, il 29 novembre e il 6 dicembre 1995, e dei 444 seggi del parlamento 316 furono vinti dal Partito democratico nazionale, 6 dal neo-Wafd, 5 dal Tajammu, uno solo dai nasseristi e dal Partito socialista laburista. I restanti 115 seggi andarono a candidati indipendenti, 99 dei quali si affrettarono a unirsi al Partito democratico nazionale subito dopo l’esito del voto. L’affluenza era stata solo del 50% degli aventi diritto, a riprova non solo della scarsa fiducia dell’opinione pubblica nel processo elettorale, ma anche del clima di grave insicurezza in cui il paese versava. In tutti i casi il Partito democratico nazionale si ritrovava in una posizione talmente forte da configurarsi quasi come un partito unico. Dal canto suo Mubarak, fin dal 1994, si era assicurato il controllo diretto sui ministeri più importanti – Difesa, Interni e Esteri – che aveva avocato a sé. Dall’alto di questo monopolio del potere il regime fece approvare dal parlamento due leggi volte a conquistare consenso presso l’opinione pubblica: da una parte, nel gennaio 1996 fece emendare la legge che ancorava il legislativo al rispetto della sharia, limitando i casi in cui un cittadino poteva essere perseguito per comportamenti «non conformi all’Islam»; dall’altra, fece varare una nuova legge sulla stampa che ampliava la libertà di espressione, mantenendo l’unico divieto di critica nei confronti del presidente e della sua famiglia. Questo non impedì alla polizia nel 1997, nel 1998 e nel 1999 di imprigionare diversi giornalisti perché ritenuti simpatizzanti dei movimenti estremisti islamici o perché avevano criticato l’operato di singoli ministri. Venne mantenuta, invece, la più totale chiusura nei confronti della Fratellanza mussulmana che il reg...

Indice dei contenuti

  1. — dedica
  2. Introduzione
  3. 1. La disillusione di fine millennio
  4. 2. Islam e democrazia: il Maghreb
  5. 3. Islam e democrazia: il Machrek
  6. 4. L’11 settembre e il battesimo di sangue del terzo millennio
  7. 5. Il bilancio della lotta globale al terrorismo
  8. Conclusioni
  9. Glossario
  10. Schede

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