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L’Austria era un paese ordinato?
1.1. Il primo martire
È la sera del 2 agosto 1882. Il sole è da poco calato e le vie del centro di Trieste sono percorse da una suggestiva fiaccolata. Sfilano veterani e reduci dell’esercito asburgico, perché è una giornata di festa per la città. Si celebrano nientemeno che i 500 anni – mezzo millennio – della “dedizione” di Trieste all’Austria, quando l’orgoglioso comune adriatico decise che, come signore, un lontano duca tedesco era decisamente meno ingombrante della vicina Repubblica di Venezia1. Il giorno prima è stata inaugurata una grande Esposizione, alla presenza del fratello dell’imperatore, l’arciduca Carlo Lodovico, ed ora la folla si riversa lungo le strade. Dalla via San Spiridione, cuore della ricca ed influente comunità greca, il corteo preceduto dalla banda svolta per il Corso, quando, all’improvviso, dall’alto cade una bomba all’Orsini, vale a dire una granata a mano del tipo inventato dal patriota italiano Felice Orsini per un attentato a Napoleone III e da allora entrata nell’uso dei terroristi di tutta Europa. Un boato, il panico, il sangue. Sono una ventina i feriti che rimangono sul lastricato ed un ragazzo di 16 anni, Angelo Fortis, muore.
Chi è stato? Non si sa. Ufficialmente, non lo sappiamo neanche noi, perché la relativa inchiesta si è conclusa con un nulla di fatto. Non sempre però la verità storica coincide con quella giudiziaria e capita che testimoni poco entusiasti di collaborare con le autorità si lascino maggiormente andare nei loro ricordi. È questo il caso dei sodali di Wilhelm Oberdank, che si fa chiamare Guglielmo Oberdan, giovane triestino di madre slovena e sentimenti italianissimi, che pochi anni prima ha disertato dall’esercito asburgico ed è fuggito in Italia, dov’è entrato in contatto con gli ambienti del garibaldinismo. Neanche due mesi dopo, Oberdan viene coinvolto in un’altra azione terroristica, anche se abortita: il tentativo di uccidere l’imperatore Francesco Giuseppe in visita a Trieste. Tradito, arrestato nei pressi del confine italiano, immediatamente processato, Oberdan viene condannato a morte, ma le autorità vorrebbero attribuirgli anche l’azione di sangue del 2 agosto.
Fig. 1. Mappa del confine tra Regno d’Italia ed Impero asburgico, con l’indicazione del Litorale austriaco.
Alcuni conti tornano: la presenza del giovane a Trieste dal 31 luglio al 3 agosto è accertata, le bombe sequestrategli al momento dell’arresto sono identiche a quelle utilizzate nell’attentato, come pure ad un’altra ritrovata, grazie ad una soffiata, a bordo di un piroscafo proveniente da Venezia. Dunque, è palese l’esistenza di un unico disegno volto a dar forma esplosiva al malcontento degli ambienti del radicalismo irredentista contro il riavvicinamento fra Italia ed Austria sancito dal patto della Triplice Alleanza, stipulato nel maggio del medesimo anno.
Fig. 2. Guglielmo Oberdan, protomartire dell’irredentismo italiano a Trieste.
Però, ci sono due inciampi. In primo luogo, mancano prove certe a carico di Oberdan. Inoltre, il giovane è reo confesso del tentato assassinio dell’imperatore, ma nega recisamente ogni responsabilità per l’attentato d’agosto. Di conseguenza la magistratura, ligia alle procedure, lo manda assolto nonostante la convinzione degli inquirenti della sua colpevolezza2.
Probabilmente, hanno ragione. Alcune testimonianze raccolte negli ambienti dell’irredentismo danno per certa la sua responsabilità diretta, attribuzione ripresa anche nei successivi studi di parte nazionalista e recepita in genere dalla storiografia, mentre altre voci più imprecise lo vedono comunque coinvolto anche se non protagonista del lancio dell’ordigno3. Il rifiuto di ammettere la colpa andrebbe attribuito in questo caso all’intento di Oberdan non già di evitare la pena di morte, comminatagli in ogni caso per il tentato regicidio, ma di conferire al suo operato un significato ben diverso e politicamente assai più accettabile. “Non fosse altro, getterò il mio cadavere fra l’imperatore e l’Italia, e la gioventù italiana avrà almeno un esempio”: è questo il proposito espresso da Oberdan alla vigilia della sua seconda spedizione ed al quale si mantiene fedele durante tutto il procedimento, in modo da offrire di sé l’immagine di un martire senza macchia e non di un assassino di fanciulli. Tale strategia otterrà uno strepitoso successo, ponendo le basi di uno dei miti fondanti dell’irredentismo, destinato a duratura fortuna4.
Alle sue spalle sta anche la consapevolezza che le reazioni all’attentato del 2 agosto sono state tutt’altro che positive, a Trieste come in Italia. L’opinione pubblica considera del tutto inaccettabile una siffatta esplosione di violenza politica, fortemente deprecata non solo dai lealisti asburgici, che all’epoca sono assai numerosi nella città giuliana, ma anche dai patrioti moderati e dal governo di Roma. L’“Indipendente”, che pure è un giornale triestino di orientamento patriottico, parla senza mezzi termini di una “folle azione criminale contro cittadini inermi e pacifici”, mentre il ministro degli Esteri italiano, Mancini, dichiara: “Se dalle indagini dovesse risultare effettivamente che il reo è un italiano, egli lo considererebbe nemico d’Italia come dell’Austria-Ungheria, e che nessun castigo gli sembrerebbe troppo severo per punire il misfatto”5.
Il nucleo di cospiratori rimane dunque isolato e si sfalda. È l’inizio di una mutazione del movimento irredentista. Nato all’estrema sinistra risorgimentale, portato alla ribalta da una cellula terrorista che le polizie italiane ed austriaca temono contigua a quell’anarchismo che negli stessi anni arma la mano di tanti altri attentatori, quarant’anni dopo nelle sue espressioni più radicali si avvicinerà invece all’estrema destra nazionalista. Quanto alle pratiche di lotta, l’irredentismo adriatico, che conoscerà un grande sviluppo solo nel successivo decennio, batterà altre strade, assai più prudenti, tanto che Ernesto Sestan, con un’affermazione che ha fatto scuola, ha potuto sostenere: “L’irredentismo italiano fu pacifico e legalitario. Gli animi potevano essere gonfi di passione, ma non armavano la mano, non trasmodavano in azioni di forza. Si combatteva con armi legali”6.
Il giudizio è condivisibile se riferito all’insieme del movimento – comprendendovi anche l’azione, pur non priva di ambiguità, del partito liberal-nazionale politicamente egemone a Trieste – perché in effetti l’irredentismo adriatico non segue l’esempio di quello irlandese o di quello bulgaro, centrati sulla lotta armata, ma preferisce la dialettica con le autorità asburgiche all’interno delle istituzioni, dietali e comunali. Ciò non toglie, però, che i più giovani fremano e si lascino andare volentieri a quelle che i benpensanti considerano intemperanze da riprovare, ma con qualche indulgenza, mentre le autorità le qualificano come puro terrorismo. È questo ad esempio il caso dei “petardieri”, che fanno esplodere alcuni ordigni nei pressi di uffici statali o delle abitazioni di funzionari asburgici a Trieste e Gorizia fra il 1868 ed il 18927.
Fig. 3. Dimostrazione a Trieste per l’università italiana.
Lo stesso accade a Fiume, qualche anno dopo. Di fronte ai tentativi di magiarizzazione avviati dal governo di Budapest, mentre la maggior parte della popolazione sostiene la battaglia legale condotta dal partito autonomista, un gruppetto di giovanissimi mette mano all’esplosivo e nell’ottobre del 1913 fa scoppiare una bomba – badando bene che non si faccia male nessuno – su di una finestra del palazzo del governatore magiaro. Per la verità, le bombe del periodo sono due, perché nel successivo mese di marzo un...