
- 270 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Guerra
Informazioni su questo libro
La complessità e la pluralità degli itinerari teorici attraverso i quali la cultura filosofica, giuridica e politica dell'Occidente ha pensato la questione cruciale della guerra.
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Informazioni
Argomento
FilosofiaCategoria
Filosofia politicaI. Niccolò Machiavelli (1469-1527)
Il principe
[Il Principe (1513), in Id., Tutte le opere, Sansoni, Firenze 1971, capp. 12, 13, 14, 20 passim (note di C. Margiotta Broglio)].
Data la coincidenza di buone leggi e buone armi, il discorso sulla guerra è parte integrante del discorso sulla politica.
La guerra è un fatto politico, e non può essere gestita da chi non vi è politicamente coinvolto. Le milizie mercenarie che combattono per denaro sono rovinose sia per l’esito della guerra sia per la stabilità politica di chi le utilizza.
Il largo uso di milizie mercenarie ha portato gli Stati italiani a essere privi di capacità politica e militare, in balia degli eserciti stranieri.
Le milizie di uno Stato alleato sono ancora più dannose e pericolose delle milizie mercenarie, perché dipendono da una volontà politica forte e unitaria, estranea a chi se ne serve. Solo l’utilizzazione di armi proprie dimostra che un principe ha virtù, ossia capacità politica e militare.
La guerra deve essere sempre presente al principe, che ad essa deve orientare ogni suo pensiero e ogni sua azione. Egli deve conoscere il proprio territorio per poter sfruttare le sue caratteristiche geografiche da un punto di vista militare, e deve conoscere i grandi storici politico-militari dell’antichità classica, per trarre dai loro libri esempi di arte della guerra.
Il principe nuovo – che ha da poco preso il potere nello Stato – deve armare i suoi sudditi, per renderseli fedeli dimostrando loro la sua fiducia. Se invece il principe conquista un nuovo Stato e lo aggiunge ai propri vecchi domini, allora deve disarmare i nuovi sudditi.
Le fortezze sono utili se si temono maggiormente i nemici esterni che non il proprio popolo, altrimenti non lo sono. In ogni caso, la vera e indispensabile fortezza per un principe è non essere odiato dal proprio popolo.
* * *
Capitolo 12
Quot sint genera militiae et de mercenariis militibus
Avendo discorso particularmente tutte le qualità di quelli principati de’ quali nel principio proposi di ragionare, e considerato, in qualche parte, le cagioni del bene e del male essere loro, e mostro1 e’ modi con li quali molti hanno cerco2 di acquistarli e tenerli, mi resta ora a discorrere generalmente le offese e difese che in ciascuno de’ prenominati possono accadere. Noi abbiamo detto di sopra, come a uno principe è necessario avere e’ sua fondamenti buoni; altrimenti, conviene che ruini. E’ principali fondamenti che abbino tutti li stati, così nuovi come vecchi o misti, sono le buone legge e le buone arme: e perché non può essere buone legge dove non sono buone arme, e dove sono buone arme conviene sieno buone legge, io lascerò indrieto el ragionare delle legge e parlerò delle arme.
Dico, adunque, che l’arme con le quali uno principe defende el suo stato, o le sono proprie o le sono mercenarie, o ausiliarie, o miste. Le mercenarie e ausiliarie sono inutile e periculose: e se uno tiene lo stato suo fondato in sulle arme mercenarie, non starà mai fermo3 né sicuro; perché le sono disunite, ambiziose, sanza disciplina, infedele; gagliarde fra gli amici; fra e’ nimici, vile; non timore di Dio, non fede con li uomini, e tanto si differisce la ruina quanto si differisce lo assalto; e nella pace se’ spogliato da loro, nella guerra da’ nimici. La cagione di questo è che le non hanno altro amore né altra cagione che le tenga in campo, che uno poco di stipendio; il quale non è sufficiente a fare che voglino morire per te. Vogliono bene essere tuoi soldati mentre che tu non fai guerra; ma, come la guerra viene, o fuggirsi o andarsene. La qual cosa doverrei durare poca fatica a persuadere, perché ora la ruina di Italia non è causata da altro che per essere in spazio di molti anni riposatasi in sulle arme mercenarie. [...]
Avete dunque a intendere come, tosto che in questi ultimi tempi lo imperio cominciò a essere ributtato di Italia e che il papa nel temporale vi prese più reputazione, si divise la Italia in più stati; perché molte delle città grosse presono l’arme contra a’ loro nobili, li quali, prima, favoriti dallo imperatore, le tenevono oppresse; e la Chiesa le favoriva per darsi reputazione nel temporale; di molte altre e’ loro cittadini ne diventorono principi. Onde che, essendo venuta l’Italia quasi che nelle mani della Chiesa e di qualche republica, ed essendo quelli preti e quegli altri cittadini usi a non conoscere arme, cominciorono a soldare4 forestieri. El primo che dette reputazione a questa milizia fu Alberigo da Conio, romagnolo. Dalla disciplina5 di costui discese, intra gli altri, Braccio e Sforza, che ne’ loro tempi furono arbitri di Italia. Dopo questi, vennono tutti gli altri che fino a’ nostri tempi hanno governato queste arme. E il fine della loro virtù è stato, che Italia è stata corsa da Carlo, predata da Luigi, sforzata da Ferrando e vituperata da’ Svizzeri. L’ordine che egli hanno tenuto, è stato, prima, per dare reputazione a loro proprii, avere tolto reputazione alle fanterie6. Feciono questo, perché, sendo sanza stato e in sulla industria7, e’ pochi fanti non davano loro reputazione, e li assai non potevano nutrire; e però si ridussono a’ cavalli, dove con numero sopportabile erano nutriti e onorati. Ed erano ridotte le cose in termine, che in uno esercito di ventimila soldati non si trovava dumila fanti. Avevano, oltre a questo, usato ogni industria per levare a sé e a’ soldati la fatica e la paura, non si ammazzando nelle zuffe, ma pigliandosi prigioni e sanza taglia. Non traevano la notte alle terre; qu...
Indice dei contenuti
- Introduzione
- Parte prima. Umanesimo: la guerra e la natura dell’uomo
- I. Niccolò Machiavelli (1469-1527)
- II. Erasmo da Rotterdam (1466-1536)
- Parte seconda. Modernità: la guerra fra ragione, diritto naturale e Stato
- III. Francisco de Vitoria (1483(?)-1546)
- IV. Alberico Gentili (1552-1608)
- V. Ugo Grozio (1583-1645)
- VI. Thomas Hobbes (1588-1679)
- VII. Emer de Vattel (1714-1767)
- VIII. Immanuel Kant (1724-1804)
- Parte terza. Ottocento: guerra, politica, società
- IX. Benjamin Constant (1767-1830)
- X. Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831)
- XI. Carl von Clausewitz (1780-1831)
- XII. Karl Marx (1818-1883)
- Parte quarta. Novecento: la guerra oltre lo Stato
- XIII. Nikolaj Lenin (1870-1924)
- XIV. Ernst Jünger (1895-1998)
- XV. Carl Schmitt (1888-1985)
- XVI. Hans Kelsen (1881-1973)
- XVII. Michel Foucault (1926-1984=
- Bibliografia