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Dalla periferia al mondo
Sono nato sessantotto anni fa in un piccolo paese della Carnia, la zona montuosa del Friuli. A Tualis, periferia della periferia: so bene che cosa significa vivere ai margini.
Sono cresciuto in una terra bella e difficile che si è progressivamente spopolata. Sin dall’infanzia sono stato testimone della quotidiana necessità dell’emigrazione per tanti compaesani: emigrazione verso la pianura, o in altri luoghi d’Italia e, soprattutto, verso l’estero. Svizzera, Francia, ma perfino Canada e Sudafrica hanno ospitato in anni non così lontani tanti uomini e tante donne “liberi e costretti”. Così le parole del poeta Leonardo Zannier, originario proprio della mia terra, che intitolò una raccolta di struggenti poesie sulle storie degli emigranti Libers di scugnî lâ, “Liberi di dover partire”. E così è, ancora oggi, ogni migrante: libero, sì, ma di fatto costretto a partire.
Ricordo l’esperienza faticosa del lavoro nei campi, sin da ragazzino. E la realtà delle scuole elementari pluriclassi, perché non c’erano alunni in numero sufficiente per garantire sezioni omogenee per età e fasi di sviluppo.
Ho vissuto sulla mia pelle l’esperienza della marginalità a partire dalle situazioni più banali: penso, ad esempio, alla difficoltà degli spostamenti. Quando mi trasferii in seminario, arrivare a Udine rappresentava un vero e proprio viaggio, e chi come me proveniva dalla montagna, sperimentava un senso di diversità, di appartenenza ad un mondo altro. C’era poi la difficoltà delle famiglie a fare visite frequenti per via delle distanze e dei costi, a differenza di quanto accadeva ai compagni “di pianura”.
Anche il seminario, per il modo in cui l’ho vissuto io, è stato un luogo di periferia, di lontananza dal centro – che dovrebbe essere il Vangelo –, e di separazione dal contesto dei rapporti sociali: sono stati anni di isolamento dal resto del mondo, in cui ci preparavano a diventare funzionari della religione, uomini chiamati a essere fedeli prima che al Vangelo al papa, ai vescovi, agli altri preti, ad “accontentare” i superiori e la gente.
Eppure, queste mie esperienze di esclusione, che mi hanno costretto a grandi sacrifici, mi hanno anche arricchito enormemente. Per la bellezza dei luoghi innanzitutto: sono sempre con me i rimandi interiori poetici, fiabeschi, legati ai colori dell’autunno, ai copiosi e soffici candidi manti bianchi di neve. E poi, i silenzi intensi delle lunghe giornate invernali che mi hanno sollecitato a una continua ricerca di introspezione e meditazione.
Penso anche che il confronto costante, fisico, materico quasi, con i confini stabiliti dalle montagne mi abbia stimolato ad andare oltre, a coltivare una dimensione di apertura come elemento strutturale dell’esistenza.
La terra in cui sono nato è considerata un luogo marginale, ma allo stesso tempo è importante per la sua storia, per il crogiolo di popolazioni e lingue che vi si sono intrecciate, e per un confine – quello con la ex Jugoslavia – denso di significati. Una terra militarizzata e presidiata perché ritenuta, fino al 1989, il baluardo dell’Occidente nei confronti del mondo comunista (benché la Jugoslavia di Tito fosse un caso anomalo, in quanto paese comunista non allineato). Oggi rimane la memoria dei luoghi: le caserme ed altre strutture militari abbandonate.
La marginalità può essere una condanna, ma apre anche a inedite possibilità. Più volte ho pensato che ci sia un forte nesso tra le mie origini periferiche e la determinazione a fondare un luogo di accoglienza per stranieri, segno della volontà e dell’urgenza di aprirsi al mondo intero. Mi riferisco al Centro di accoglienza per immigrati, profughi e richiedenti asilo “Ernesto Balducci” di Zugliano (Udine) a cui dedico da ventisette anni tanta parte del mio impegno.
L’aver vissuto la periferia ha stimolato in me l’attenzione nei confronti di chi vive in altre periferie e da esse proviene, mi ha sollecitato a realizzare un luogo di accoglienza per loro. E questa scelta mi fa sperimentare nuovamente “l’essere periferia” nella mia comunità e nella Chiesa.
Mi pare di poter dire che solo dalle periferie può partire e aver séguito un cambiamento autentico della società e del mondo, per il quale le parole giustizia, accoglienza, pace, custodia di tutti i viventi, solidarietà e verità diventino esperienza quotidiana.
Non è stato per caso che proprio a padre Balducci – altro marginale, altro periferico – abbiamo voluto dedicare il nostro Centro di accoglienza e di promozione culturale, a pochi mesi dalla sua morte avvenuta nella primavera del 1992. “Sono figlio di un minatore – diceva Ernesto – e il ricordo della vita dei minatori è rimasta una costante nel mio itinerario di coscienza”.
E ancora: “Le mie radici profonde sono rimaste in quell’isola sommersa in cui presi ad elaborare, attingendo alla terra dei padri, la trama simbolica del mio sogno, prima di fare i primi passi nella storia. Anche quando ho messo piede nei palazzi, fosse il Quirinale o il Vaticano, o mi sono seduto in cattedre o tribune prestigiose, mi sono sempre sentito altro, mi sono sempre sentito guardato, mentre mi intrattenevo con la gente del potere o della cultura dominante, da un occhio segreto che mi teneva sotto controllo, impedendomi di civilizzarmi fino in fondo. E bene hanno fatto gli uomini del potere a non fidarsi di me, che sono stato sempre un cospiratore, ostinatamente fedele ad un sogno impossibile”.
E ancora: “Lo spettacolo quotidiano di una vita eroica, di sacrifici incredibili, di una dedizione al lavoro eccezionale: questo scenario di una vita con dispendio di sé, al di là di ogni limite, mi ha molto marcato; ed insieme a questo, la memoria di una trama di felicità, di compensazioni interiori di una bellezza fiabesca”.
C’è un passaggio che padre Balducci riconosceva come essenziale per la propria formazione. Era il 1944 ed Ernesto si trovava nel paese natale quando portarono le bare di venticinque giovani minatori uccisi dai nazisti perché difendevano le miniere. Erano suoi coetanei, alcuni erano stati suoi compagni di classe. Così esprimeva quel ricordo indelebile: “Rammento ancora quando tornarono le bare al paese agghiacciato. Quando le venticinque bare vennero portate in paese, un urlo si levò dalla folla. Io ero stretto fra la gente. Non ero uno spettatore, ero un traditore. Me ne ero andato per una strada dove uno passa per rivoluzionario solo perché scrive un articolo coraggioso che potrebbe perfino impedirgli la carriera. Quando più alto si fa in me il fastidio morale per questo mondo, mi capita di tornare a quegli anni lontani in quella piccola scuola invasa dalla tramontana, dove l’ideologia della prepotenza cercava di corromperci. Non c’è riuscita. Ma mentre Eraldo, Mauro, Luigi e gli altri hanno pagato con la vita la fedeltà al vero, io, noi sopravvissuti, che andiamo facendo? Celebriamo la Resistenza che fu un immenso, glorioso sogno di pace e lasciamo che i ‘nazisti’ dell’anno Duemila vadano disseminando su tutto il pianeta gli ordigni della morte. Questo sì che è un tradimento”.
Nel cimitero di Santa Fiora la tomba di Ernesto è proprio accanto a quelle dei suoi venticinque compagni di scuola. Lui si era sentito un traditore rispetto alla loro scelta di sacrificare la propria vita; ora la vicinanza fisica dei loro resti mortali assume una dimensione reale e simbolica insieme.
Su queste radici e su questo tronco è cresciuto e si è irrobustito padre Balducci, ha ramificato e fatto crescere le foglie e i frutti della fede autentica, della giustizia e della pace, dell’incontro con l’Altro, della relazione fra comunità locale e comunità mondiale, disegnando i tratti dell’uomo planetario.
Mi viene in mente anche la figura di padre Davide Turoldo, che pure ha vissuto la marginalità e l’ha assunta come faro illuminante per le scelte della sua vita: “L’ultimo figlio di nove, dell’ultima casa del paese. Mai un paio di scarpe; appena gli zoccoli d’inverno, e mio padre e mia madre non avevano colpa. In casa non c’erano neppure i centesimi per il pane. Che disastro in casa mia!”. “Io non ho mai conosciuto il pane, il pane lo mangiava solo chi si ammalava, ma era un caso, e io, uscito dalla casa più povera, anche oggi sono orgoglioso di essere stato così povero. Infatti, è a questa povertà che io devo tutto, povertà che penso sia la salvezza non solo degli individui, ma della stessa società: non ci salveremo se non da poveri. E la prima mia radice è la terra, il mio Friuli, quello prima del terremoto e delle autostrade”.
L’esperienza esistenziale concreta della povertà, come condizione di vita, segna in profondità la sua persona; fra le scelte a cui può orientarsi si profila quella di una relazione con il Dio di Gesù di Nazareth, che guarda costantemente i poveri, che sceglie i poveri, che è al loro fianco, che infonde coraggio e fiducia per un cammino di liberazione e di vita che conduce alla scelta della povertà come essenzialità, sobrietà, condivisione, liberazione dai bisogni indotti e artificiosi.
“Nessuno sa dire mai nulla di questi misteri – affermava –. Tutto è grazia, in questo caso anche la miseria. I poveri sono stati la causa della mia vocazione; i poveri sono il contenuto della mia fede, fonte di ispirazione della mia poesia e della mia predicazione. Per loro mi sono fatto voce, sempre a sognare i grandi sogni di umanità e giustizia”.
E i poveri sono stati infatti sempre presenti nelle omelie che padre Davide pronuncia nel Duomo di Milano a partire dal novembre del 1943, per dieci anni.
E mi sovviene ancora, fra le tante altre possibili, la vicenda dell’amico don Luigi Ciotti, cresciuto nella periferia del Bellunese, poi a confronto con l’emigrazione a Torino, e con i giovani che dormivano sui treni nella stazione di Porta Nuova. Racconta Luigi che la percezione più nitida della sua vocazione di prendersi cura delle persone che fanno fatica, che vivono ai margini, gli è venuta dall’incontro con un uomo che viveva su una panchina in un giardino a Torino. Poi c’è stata la strada e i suoi abitanti come università e come docenti di vita, il giorno dell’ordinazione a prete, e il cardinale Michele Pellegrino che gli assegna come parrocchia proprio la strada, la periferia. Questa centralità della periferia ha condotto don Ciotti con tante amiche e amici collaboratori, compagni di strada, a vivere l’esperienza del Gruppo Abele e poi di Libera, che nel 2015 ha compiuto vent’anni di presenza e di impegno.
Mi pare che Luigi viva da anni il suo appassionato impegno per la giustizia e la legalità proprio perché continua a condividere la condizione dei più deboli, cercando di compiere con loro un percorso di liberazione e di vita nuova.
Con questo non intendo dire che chi ha origini privilegiate non possa aver accesso alla chiamata più profonda in direzione della carità: alle volte accade “qualcosa” di inedito, di sorprendente, come nella vicenda di don Lorenzo Milani. Giovane benestante, di famiglia borghese, prima avviato agli studi e poi determinato a diventare prete con una scelta radicale. Da subito convinto che l’essere prete significa favorire la formazione delle coscienze, avviò una scuola popolare a San Donato di Calenzano perché gli operai potessero imparare ad esprimersi. Assegnato a una parrocchia sperduta che stava per essere soppressa, attuò la sua profezia di prete e di maestro vivendo la straordinaria esperienza della scuola di Barbiana, che da luogo di emarginazione divenne riferimento luminoso: formazione delle coscienze, apprendimento delle lingue, assunzione di responsabilità nella libertà. Da lì, il prezioso insegnamento che l’obbedienza non è più una virtù quando diventa conformismo e complicità con il male: ciascuno è responsabile di tutto. La giustizia, la condivisione con le storie dei deboli, l’obiezione di coscienza e la costruzione della pace, la parola appresa e comunicata, tutto originato dalla fede come coinvolgimento totale della vita.
Alcuni dei suoi alunni di allora ne testimoniano la memoria viva; la casa canonica, luogo di quell’esperienza, è oggi preservata per ribadire che non ci può essere nessun utilizzo né strumentalizzazione, perché continua a parlare con la sua forza, a cominciare da quel cartello sulla parete leggibile oggi come allora: I care, mi sta a cuore, mi interessa, sono coinvolto anch’io. Il contrario del motto fascista “me ne frego”.
Don Lorenzo è partito dal centro, ma poi ha scelto la periferia e vi si è incarnato totalmente; e da questa periferia – Barbiana – con i suoi ragazzi ha guardato la vita, la scuola, il mondo, la Chiesa.
Ho voluto ricordare le esperienze di padre Balducci, di padre Turoldo, di don Ciotti e di don Milani (sono alcuni di coloro che in un mio libro precedente ho chiamato “compagni di strada”) non certo per suggerire analogie con il mio vissuto. Non avrebbe senso, e non lo dico per falsa umiltà. Ci tenevo invece a sottolineare alcune esperienze luminose e positive che ci ricordano uno dei compiti del nostro essere nel mondo, atei o credenti che siamo: prenderci cura di chi è come noi, prenderci cura di chi sembra diverso perché ha meno di noi.
E il progetto incarnato dal Centro Balducci vuole andare nella stessa direzione: nelle pratiche quotidiane, nelle emergenze, nei tanti momenti di riflessione e di approfondimento quello che vogliamo realizzare è il confronto vero tra le situazioni più diverse. Da questo confronto io imparo ogni giorno che non deve esistere periferia, non devono esistere margini: ogni uomo è un centro, ogni donna è un centro.
In questo piccolo paese del Friuli – Zugliano conta oggi 1650 abitanti – si può affermare senza enfasi che in questi anni è passato il pianeta e che i segni dell’“uomo planetario” prefigurato da padre Balducci si sono intravisti nei rappresentanti delle diverse tribù della Terra (per riferirmi ancora al suo linguaggio). E ciò vale sia per le persone accolte, sia per quelle invitate agli incontri culturali – alcune note nel mondo, come il Dalai Lama e l’altro premio Nobel per la pace Adolfo Peréz Esquivel; altre meno conosciute o sconosciute ai più, ma egualmente importanti per la pregnanza delle loro testimonianze a nome della propria comunità.
Sono passate da Zugliano persone prov...