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Parlare non è necessario
Parlare non è necessario. Scrivere lo è ancora meno. Per milioni di anni gli antenati degli esseri della specie umana hanno vissuto sulla Terra gridando come gli altri animali, ma senza parlare. Non sappiamo bene quando sono apparse fra le altre scimmie quelle che meritano, secondo le nostre vedute scientifiche d’oggi, il nome di esseri umani. Pare comunque certo che questo evento si è compiuto più di un milione di anni fa. Nemmeno sappiamo bene quando i gruppi umani più antichi sono passati dal grido alle parole. C’è chi abbassa molto la data dell’apparizione della parola, fino ad arrivare a qualche decina di migliaia di anni fa. C’è invece chi pensa a date parecchio più antiche. In ogni caso, ne sappiamo abbastanza per affermare che per centinaia di migliaia di anni esseri molto simili alle donne e agli uomini di oggi hanno vissuto sulla Terra senza parola. Essi sapevano camminare su due gambe. Avevano, cioè, la ‘stazione eretta’. Come noi, mangiavano già cibi di natura varia e usavano materiali per costruire strumenti. Con l’aiuto di tali strumenti fabbricavano ripari, altri strumenti, armi da caccia, da difesa, da offesa. Dunque, per aspetti essenziali erano già come noi. Ma quasi certamente non parlavano.
Poi comparve la parola. Dopo di allora passarono certamente decine e decine di migliaia di anni. Finalmente i lontani discendenti dei primi esseri umani che avevano parlato sentirono il bisogno di fissare, di far durare in qualche modo le parole che fino ad allora erano state solo dette e udite. Li spinsero a ciò ragioni religiose, come il bisogno di determinare e tramandare la forma dei riti, delle cerimonie, delle preghiere, e ragioni economiche, come definire proprietà, contratti, conti, ecc.
Per soddisfare questi bisogni nacquero circa 4.000 anni prima di Cristo le prime scritture, su pietra, tavolette di argilla, legno. Furono inizialmente scritture ‘ideografiche’. Gli ‘ideogrammi’, come per esempio i ‘geroglifici’ degli antichi Egizi o quelli in uso in Cina ai nostri giorni, non indicano il suono di ciascuna parola, ma piuttosto l’idea, il suo significato.
Ogni parola aveva un suo ideogramma. Leggere e scrivere era un’arte riservata a pochi. Preti e sacerdoti, scrivani e copisti erano i professionisti dello scrivere e del leggere.
Passarono secoli. Poi, in una regione che pare debba collocarsi a metà strada fra Egitto e Israele, nella penisola del Sinai, dalle scritture geroglifiche furono ricavati i segni del primo alfabeto, le ‘lettere’, ciascuna capace di individuare un suono e di distinguerlo dagli altri suoni della lingua.
Le parole di una lingua sono migliaia e migliaia, come poi torneremo a vedere meglio. Di conseguenza, migliaia e migliaia debbono essere i segni ideografici. In teoria, ogni parola ha il suo ideogramma, il suo disegnetto necessario a fissarla per iscritto. Imparare, ricordare, sapere usare e riconoscere migliaia di ideogrammi era ed è un’arte difficile. Perciò era cosa riservata a pochissimi eletti e professionisti.
L’invenzione della scrittura alfabetica fu una vera, grande e pacifica rivoluzione. Un comune vocabolario scolastico italiano o francese o inglese, ecc. contiene dalle cinquantamila alle centomila parole diverse. Tutte queste decine di migliaia di parole sono scritte combinando poche decine di lettere: l’alfabeto italiano, per esempio, ha appena ventuno lettere.
Il fatto è che le lingue hanno sì migliaia, anzi decine di migliaia di parole diverse; ma il corpo delle parole, il seguito di suoni con cui distinguiamo ciascuna parola dalle altre e al quale diamo il nome tecnico di ‘significante’, è costruito con un numero molto limitato di tipi diversi di suoni. Combinando poche vocali e qualche decina di consonanti costruiamo raggruppamenti nei quali la diversità è garantita da due fatti: la diversa natura dei suoni e il loro diverso ordine. Per esempio gatto e rive sono due parole fatte di suoni diversi: si distinguono perché i suoni sono diversi. Ma rive e veri sono due parole fatte degli stessi suoni. Tuttavia non le confondiamo tra loro perché è diverso l’ordine in cui i suoni sono collocati. Questa diversità di ordine basta a garantire la diversità dei significanti delle due parole.
La scoperta della scrittura alfabetica ha permesso di riprodurre per iscritto questo stesso meccanismo. Non più un segno per ogni parola, ma un segno per ogni tipo di suono: dunque pochi segni, variamente raggruppati, per riprodurre gli innumerevoli diversi significanti di ciascuna parola.
L’invenzione dell’alfabeto è avvenuta verso la fine del secondo millennio avanti Cristo. Da allora, scrivere e leggere è stato molto più facile. Non solo sacerdoti e scribi, ma anche commercianti, artigiani, agricoltori hanno potuto cominciare a imparare l’arte dello scrivere. Una parte di gente, in ciascun popolo, di generazione in generazione ha fatto largo uso dell’alfabeto. La scrittura ha permesso di fissare in testi scritti i racconti, le storie, le leggi, le notizie tecniche, le osservazioni scientifiche, i consigli.
Dal Sinai l’arte della scrittura passò ai Fenici. Questi la diffusero nel Mediterraneo e, in particolare, la passarono ai Greci. Dai Greci presero il loro alfabeto i Romani e gli Etruschi. Mille anni dopo l’invenzione, l’alfabeto era diffuso, sia pure presso gruppi ristretti di popolazione, in larga parte dell’Europa e dell’Asia.
Ma la marcia verso la conquista dell’alfabeto è poi continuata solo con enorme lentezza. Appena quattro, cinque generazioni fa, la conoscenza e la pratica della scrittura erano molto diffuse tra i popoli di religione cristiana che dal Cinquecento si erano ribellati alla Chiesa di Roma, cioè tra i Protestanti: dunque, nei paesi dell’Europa centrosettentrionale e nei paesi di lingua inglese. Ma altrove, anche in Europa, buona parte della gente era tenuta dai gruppi dirigenti in condizioni tali che non imparava a usare l’alfabeto. La maggior parte della gente era ‘analfabeta’. Questa condizione era ancor più diffusa in Africa, in Asia, nell’America spagnola e portoghese. Insomma, gli analfabeti erano, cent’anni fa, la grandissima maggioranza del genere umano.
Le lettere delle nostre scritture, a mano corsive o a stampa, derivano dall’alfabeto latino. I Latini (e gli Etruschi) presero il loro alfabeto dai Greci che, a loro volta, lo avevano ricevuto dai Fenici. I Fenici, di lingua e stirpe semitica (affine a Ebrei e Arabi), erano un popolo di commercianti, vissuto sulle coste dell’attuale Palestina. Navigando per il Mediterraneo, verso il 1000 a.C. scoprirono l’alfabeto usato da poverissime tribù semitiche del Sinai, lo migliorarono e lo fecero conoscere agli altri popoli del Mediterraneo. Le tribù del Sinai avevano copiato la forma dei loro segni alfabetici dai geroglifici egiziani: questi erano disegni schematici che indicavano la cosa corrispondente a ciascuna parola. I geroglifici erano, insomma, ideogrammi. In teoria, per ogni parola della lingua ce ne sarebbe voluto uno. In pratica gli Egiziani si erano contentati di circa 3.000 geroglifici. Nel 1799 fu scoperta a Rashid (Rosetta), alla foce del Nilo, un’iscrizione in geroglifici egiziani e in greco e un dotto francese, Jean-François Champollion, poté cominciare a decifrare l’antica scrittura egiziana, rimasta fino ad allora misteriosa (e ancora oggi chiamiamo «geroglifico» uno scritto che non si capisce). Le tribù del Sinai ebbero un’idea geniale. Per gli Egiziani, ogni disegno indicava una e una sola intera parola. I pastori del Sinai capirono che ciascun disegno poteva indicare solo il suono iniziale della parola corrispondente. Così il disegno della testa del toro non indicava più tutta la parola alef, “toro”, ma solo la a iniziale; il disegno della tenda, beth, indicava b, ecc. Chiamiamo questa tecnica ‘principio dell’acrofonia’ (ossia “del suono iniziale”). Con pochi segni (venti, venticinque) da allora in poi fu possibile scrivere milioni di parole diverse.
Poi le cose sono cambiate. Nel 1848 Karl Marx (1818-1883) e Friedrich Engels (1820-1895) scrissero e lanciarono il Manifesto del partito comunista. Il Manifesto si chiudeva con l’indicazione di dieci «misure», dieci tipi di provvedimenti per i quali proletari e comunisti dovevano battersi «nei paesi più progrediti» per vincere il predominio delle classi borghesi fino ad allora dominanti. La decima «misura» era così formulata: «Educazione pubblica e gratuita di tutti i fanciulli. [...] Combinazione dell’educazione con la produzione materiale».
La diffusione del movimento socialista e comunista già durante l’Ottocento portò alla diffusione dello scrivere e del leggere in classi che fino ad allora erano state tenute lontano dalla scrittura. In questo secolo, le grandi rivoluzioni socialiste hanno legato la propria sorte a grandi campagne di alfabetizzazione di centinaia di milioni di donne e uomini.
Dinanzi a questa pressione popolare anche fuori dei paesi protestanti i gruppi dominanti hanno dovuto cedere in gran parte il loro tradizionale e quasi esclusivo privilegio della scrittura. Inoltre, la natura stessa della produzione industriale ha suggerito ai padroni di far diffondere tra i lavoratori qualche minima capacità di leggere e scrivere.
Ma il cammino è stato e resta lento. L’analfabetismo domina ancora gran parte delle popolazioni del Terzo Mondo.
Anche nei paesi dell’Europa meridionale vivono milioni di analfabeti. In Italia, coloro che spontaneamente si dichiarano analfabeti o tali sono dichiarati dal loro capofamiglia, durante l’ultimo censimento della popolazione sono risultati 1.608.212 (beninteso nella popolazione di età più che scolastica, dai sei anni in su). Ma questo non deve fare credere che la capacità di scrivere e leggere sia pacificamente estesa a tutto il resto della popolazione adulta. Nella grande maggioranza, coloro che non hanno completa...