9 febbraio 1498. Il «Cenacolo» svelato
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9 febbraio 1498. Il «Cenacolo» svelato

  1. 20 pagine
  2. Italian
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9 febbraio 1498. Il «Cenacolo» svelato

Informazioni su questo libro

Lincontro fra Leonardo e Milano è senzaltro uno dei meglio riusciti nella storia dellarte moderna, e il Cenacolo è solo uno dei capolavori che il genio fiorentino realizza negli anni della sua permanenza alla corte di Lodovico il Moro. Svelato il 9 febbraio del 1498, la pittura murale che decora il refettorio dei domenicani di Santa Maria delle Grazie diventa immediatamente oggetto di universale ammirazione, per la maestria del tocco dellartista e per la sua capacità di dare profondità psicologica ai personaggi, ma anche di molteplici interventi conservativi, poiché la tecnica impiegata ne mette da subito a repentaglio lesistenza. Un dipinto capace ancora oggi di affascinare gli spettatori e su cui da sempre si appuntano le più fantasiose interpretazioni.La Milano dello scorcio del secolo XV è del resto allavanguardia nellarte e nellarchitettura: grazie alla presenza simultanea di Leonardo e di Bramante, responsabili di una svolta capitale nella storia dellarte occidentale, essa è il teatro in cui si forma la maniera moderna e dove si fondono i linguaggi delle scuole artistiche locali. È qui che larte diviene a pieno titolo 'Arte italiana: un raffinato scenario intellettuale e culturale, oltre che artistico, sul cui sfondo già si profila lombra delle guerre dItalia, che di lì a poco determineranno la fine dellindipendenza del Ducato.

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Informazioni

9 febbraio 1498. Il «Cenacolo» svelato

di Pietro C. Marani
«Il 9 de febraro de nostra salute, gli anni 1498 correndo, nell’inespugnabile arce dell’inclita Vostra città di Milano, dignissimo luogo de sua solita residenzia [di Ludovico il Moro], alla presenza di quella constituito», ebbe luogo «uno laudabile e scientifico duello ove da molti de ogni grado celeberrimi e sapientissimi accompagnate». L’epistola dedicatoria del De divina proportione di Luca Pacioli illumina sul contesto non soltanto artistico ma anche scientifico, ingegneresco e tecnologico della Milano degli ultimi due decenni del Quattrocento. Si pensa solitamente che la scena milanese dell’ultimo Quattrocento abbia costituito il primo atto di quella rivoluzione che porta alla grande arte cinquecentesca e che dà poi origine alla diaspora degli artisti convenuti a Milano
– Leonardo, Bramante ed altri – ma non si pensa che questo fu anche il centro di elaborazione di una cultura tecnico-scientifica, in cui Leonardo trovò terreno fertile per l’applicazione di molte delle sue idee tecnologiche, che la cultura romantica e quella della prima metà del Novecento hanno spesso ampliato a dismisura, così da far diventare Leonardo milanese il genio precursore di tante scoperte tecniche e scientifiche.
In realtà, le cose stanno diversamente. Leonardo non fu solo in questo contesto: ci sono state con lui altre grandi figure di artisti, tecnici, gli ingegneri senesi, i fiorentini che lo hanno preceduto nella stessa Milano. Nel «laudabile scientifico duello» di cui ci parla Luca Pacioli: «perspicacissimi Architecti e ingegneri e di cose nove assidui inventori [fra i quali] Leonardo da Venci, compatriota nostro fiorentino, qual de sculptura, getto e pictura con ciascuno el cognome verifica. Commo l’admiranda e stupenda equestre statua» che Leonardo stava componendo, alla memoria di Francesco Sforza, mentre contemporaneamente si dedicava all’«opera inestimabile del moto locale, delle percussioni e pesi, e delle forze tutte, cioè pesi accidentali, avendo già, con tutta diligenzia, al degno libro De pictura et movimenti umani posto fine: quella [la sua opera sui pesi accidentali], con ogni studio al debito fine attende condurre».
È chiarissimo, dalle pagine del De divina proportione, come Leonardo non fosse il solo e non fosse l’unico a Milano, ma condividesse con una serie di architetti, ingegneri e tecnici locali lo studio delle scienze meccaniche la cui applicazione pratica si vede ricordata nella famosa lettera indirizzata a Ludovico il Moro e contenuta in bozza non autografa nel Codice Atlantico f. 1082 recto, dove solo in ultima battuta si fa accenno alla versatilità di Leonardo in scultura e pittura.
Proprio le pagine del De divina proportione illustrano molto bene, nei disegni dei corpi regolari che sono ritenuti desunti da originali di Leonardo, questa continua applicazione della scienza all’arte e chiariscono come lo studio della prospettiva in questi anni finali del Quattrocento, anche qui a Milano, fosse centrale per gli artisti locali. Nella chiesa di Santa Maria delle Grazie si manifesta forse per la prima volta l’inizio di questi interessi per la prospettiva, usata e piegata a fini anche illusionistici, con l’opera di Butinone e Zenale sulle paraste delle cappelle laterali, in sintonia, e forse in anticipo, sull’opera di Bramante in casa Visconti Panigarola con la raffigurazione degli Uomini d’arme (ora nella Pinacoteca di Brera). Nel momento stesso in cui Luca Pacioli ci informa del «laudabile e scientifico duello» che ebbe luogo il 9 di febbraio 1498, ci dà anche notizia che il Cenacolo di Leonardo da Vinci è concluso.
Ma a questa data qual era la situazione artistica milanese? Quali erano gli artisti e quali le reazioni possibili da parte degli artisti locali?
La situazione artistica milanese era in quegli anni ancora contraddistinta da un gusto tardo-gotico, di corte, padano, che ispirandosi ora a Ferrara ora alle corti dell’Italia settentrionale, proponeva figure slanciate, estremamente eleganti, sofisticate, come si può vedere in una delle pale di Ambrogio Bergognone che si trova ora in Ambrosiana o nella Pala Bottigella di Vincenzo Foppa ora nella Pinacoteca Malaspina di Pavia, l’una di gusto quasi ancor cortese, l’altra, più realisticamente aggiornata. Ma ancora in anni immediatamente precedenti al Cenacolo, pur accogliendo istanze prospettiche bramantesche o di gusto illusionistico, il tono della pittura ufficiale era di tipo celebrativo, cortigiano, come dimostra la Pala del Maestro della Pala Sforzesca (circa 1494) ora a Brera o quella della National Gallery di Londra. Un gusto che inclina però, nella sua origine quasi araldica, anche già alla tipizzazione leonardesca, ma molto lontano dal vero e da quella che era la pittura «di naturale» importata da Leonardo.
Anche l’iconografia dell’Ultima Cena si era sedimentata nella cultura settentrionale in forme diverse. La tradizione iconografica verteva su due filoni, di origine tardo-bizantina; entrambi tendevano a illustrare alcuni momenti particolari dei Vangeli. La tradizione medievale aveva preferito quello in cui Giuda intinge il boccone nel piatto, autoidentificandosi come il traditore. Leonardo però portava a Milano una cultura anche centro-italiana, toscana e fiorentin...

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  1. Marani