VI.
Combattere sul mare
1. «Instructi de arte maris»
Manovrare una galea non era, certo, cosa facile, soprattutto in caso di mare mosso o molto mosso: sovente, le ondate si rovesciavano sulla coperta, infradiciando i vogatori. La manutenzione, inoltre, doveva essere continua. Talvolta, ad esempio, l’uso e l’umidità curvavano i remi, e occorreva averne sempre di scorta per mantenere l’efficacia della voga. Tutto ciò spiega perché, più d’una volta, Pisani e Genovesi avrebbero stentato a darsi battaglia, ponendosi al riparo in qualche porto e attendendo il bel tempo, evitando di lanciarsi in infruttuosi inseguimenti, anche se – va detto – non sempre le fonti (cronachistiche ma anche documentarie) sono esplicite in proposito. Senza dubbio, per far fronte a situazioni di difficoltà, l’organizzazione della vita di bordo doveva seguire regole precise. Soprattutto in caso di conflitto. Solitamente, la galea era posta sotto il comando d’un «capitaneus», nominato appositamente dai vertici comunali (da non confondere col «patronus», figura di pari grado attinente alla marina mercantile). In genere, si trattava d’un uomo d’esperienza, ma era anche possibile che tale carica fosse affidata a figure di spicco, di valenza politica ma ben poco esperte di cose di mare, attorniate da appositi «consiliarii» per la tattica da seguire e da ufficiali per la conduzione dell’imbarcazione. Quello di «capitaneus», a ogni modo, non era il grado di comando più alto. Nel 1282, il comune genovese stabilì di riservare il titolo di «admiragius» a chi avesse avuto il comando di almeno 10 galee. Un’apposita magistratura, il Consiglio di Credenza, formata da 16 uomini – probabilmente, due per ciascuna delle otto «compagne» cittadine –, creata nel 1283, avrebbe avuto la responsabilità della gestione generale della guerra, compresa la possibilità di spendere moneta, naturalmente di comune accordo con i due capitani del popolo. A Pisa, tale funzione sarebbe stata svolta, invece, per volere del Consiglio, da due «Capitani gienerali de la guerra di mare», che avrebbero avuto capacità di comando sopra gli ammiragli e gli ufficiali, affiancati da un «Capitano generale di guerra» competente esclusivamente per le questioni riguardanti «l’isula di Sardignia»; a tutti gli effetti, uno dei teatri principali dello scontro. Non diversamente da Genova, si trattava prevalentemente di nomine politiche; ciò che non esimeva, tuttavia, i prescelti dal prendere parte alle operazioni belliche in prima persona.
A quest’altezza, dunque, generali, ammiragli e capitani – titolazioni scevre di tutte le implicazioni d’età moderna e contemporanea – possedevano una propria fisionomia, risultando i principali depositari delle volontà dei vertici comunali. Il gruppo degli ufficiali era completato dal comito, la principale figura di collegamento tra i marittimi e lo stato maggiore, da un «subcomito», da alcuni «nauclerii» e piloti – possibilmente «boni et idonei» –, deputati al governo tecnico dell’imbarcazione, e da uno scrivano, che aveva la responsabilità del registro di bordo, su cui erano annotati, oltre ai conti aperti all’equipaggio – di cui era indicato il nome, il patronimico, la provenienza, l’attività svolta a terra, la data d’inizio del servizio e la paga mensile – e agli artigiani che avevano lavorato alla costruzione, all’allestimento o al riattamento dell’imbarcazione, informazioni sull’acquisto di materiali, attrezzature mobili – per lo più alberi e remi, ma anche forniture belliche e oggetti d’uso comune (si va dalla grattugia per il formaggio alla «mannaia pro iusticia») –, cibo e bevande (e, pertanto, sulla dieta dei marinai, degli ufficiali e dei passeggeri), accompagnate da notazioni relative ai costi, ai tassi di cambio o ai sistemi metrici e ponderali in uso.
Una voce importante era costituita dal potenziale di difesa e di offesa. Ogni galea imbarcava, infatti, un certo numero di armati («socii» o «supersalientes») – inizialmente arcieri; poi, sempre più spesso balestrieri –, oltre a una cospicua dotazione d’armi. Secondo la legislazione genoves...