III. Corpo sacro e corpo eroico
Morti eccellenti dentro tombe sacre
Ciò che affligge gli eroi omerici è prima di tutto la perdita del corpo. Quando uno di loro muore, la sua «vita», come un alito di vento, esce dalla bocca «piangendo la giovinezza e il vigore». Questo esile soffio, che Omero chiama «psiche», è destinato a diventare un concetto decisivo nel pensiero occidentale: già con Platone, o poco prima, «psiche» sta a indicare non la vita che svapora insieme all’ultimo respiro, ma l’anima, intesa come unica parte immortale dell’essere umano. Nella «psiche», secondo Platone, si compie tutto ciò che rende l’uomo veramente diverso dagli altri esseri viventi, poiché in essa, e solo in essa, risiedono le forze che fanno pensare e sentire, ed è la psiche-anima ciò che regola tutta la complessità della vita intellettuale ed emotiva. Io non riesco a convincere Critone qui presente – dice Socrate alla fine del Fedone (115c-d) – che il Socrate che tra poco giacerà immobile, dopo avere bevuto la cicuta, non è quello vero, ma un altro. Il vero Socrate è quello la cui anima sta per entrare nella vita che inizia dopo la morte, mentre quello che vedrete sarà solo un corpo senza vita.
Per Platone e altri sapienti della Grecia classica (come, prima di lui, gli Orfici) il corpo è un semplice involucro: la tomba in cui l’anima sta imprigionata in attesa di liberarsene con la morte.
Al contrario, per un eroe omerico perdere il corpo significa perdere la parte essenziale di sé, e infatti quando Odisseo incontra Achille nell’oltretomba e incomincia a elogiare la sua gloria, si sente rispondere: «Non lodarmi la morte, splendido Odisseo. Preferirei essere il servo di un salariato a giornata piuttosto che regnare su tutte le ombre dei morti» (Odissea, XI, 488-490).
L’immortalità di un eroe omerico non è connessa alla sopravvivenza dell’anima: ciò che per lui supera la morte è piuttosto qualcosa di legato alla vita, vale a dire la gloria conservata nella memoria collettiva e cantata dagli aedi, il ricordo delle imprese compiute che si trasmette alla società dei vivi di generazione in generazione.
Ma c’è anche qualcosa di molto concreto che gli consente di proiettare la sua identità oltre la vita: la tomba innalzata a un morto illustre, che è il vero luogo della gloria di un eroe. Lì riposano i suoi resti e tutti i viandanti, vedendola, ricorderanno il suo nome insieme alle sue imprese.
Quella piccola parte del corpo che rimane, trasformata in cenere o inumata, ma resa perenne dalla sepoltura, scavalca il tempo effimero dell’esistenza e costituisce la sola, vera porzione d’immortalità che tocca a un uomo. Per questo gli eroi omerici hanno quasi l’ossessione di essere sepolti con tutti gli onori (dato che la sepoltura è «il dono [ghéras] dovuto ai morti»); sprezzanti d’affrontare la morte, queste strane creature provano orrore pensando al loro corpo gettato in pasto ai cani e scomparso tra le infinite ossa che biancheggiano anonime sul campo di battaglia. Chi non viene sepolto, pianto, ricordato, è quasi come se non avesse nemmeno vissuto.
Omero racconta che la tomba di Achille fu costruita ai bordi dell’Ellesponto, sopra una lingua di spiaggia, e i suoi compagni gli alzarono un tumulo alto «perché fosse visibile da lontano, agli uomini che vivono ora e a quelli che saranno in futuro» (Odissea, XXIV, 83-84). Nella primavera del 334 a.C. il tumulo dell’eroe (o quello che s’indicava come tale) fu visitato da Alessandro il Macedone appena sbarcato in Asia per l’impresa che lo avrebbe reso padrone del mondo. Achille per Alessandro non era solo un eroe, ma l’eroe per eccellenza: dal suo maestro Aristotele aveva imparato ad amare l’Iliade e aveva scelto come modello (lo fu, effettivamente, anche nella realtà) il principe degli eroi achei. Alessandro versò libagioni sulle tombe degli eroi di cui si vedevano i sepolcri e insieme agli amici più fidati corse nudo intorno a quella di Achille, come si usava fare in onore dei defunti, deponendovi una corona di fiori.
Il caso ha consentito di scoprire una tomba di questo genere, che una comunità dell’isola di Eubea costruì per un condottiero del quale, al contrario degli eroi omerici, resta il sepolcro ma non più il nome. Essa si trova nei pressi del villaggio di Lefkandi e risale al 1000-950 a.C., proprio all’inizio del cosiddetto «medioevo greco».
Lefkandi era un modesto insediamento, non una grande città come Micene, eppure il monumento funebre è impressionante: si tratta di un edificio che terminava in forma di abside, lungo 45 metri e largo 10, in mattoni di argilla coperti di malta, sorretto da 67 colonne di legno. È la tomba di un principe, che fu cremato sul posto (il basamento della pira è stato trovato sotto il pavimento); le sue ceneri furono poi collocate in un’urna di bronzo. Accanto all’urna, i segni del potere: una spada di ferro (all’epoca metallo raro) e una lancia, con una cote per affilarla: anche dopo la morte il guerriero avrebbe avuto modo di brandirla.
Ma il guerriero non aveva affrontato da solo il viaggio verso la terra dei morti. Accanto all’urna è stato recuperato lo scheletro di una donna coperta di gioielli d’oro; presso il teschio stava un pugnale con l’elsa d’avorio. La donna del guerriero aveva accompagnato lo sposo nella morte: si era suicidata, oppure era stata sacrificata, proprio con quella lama. In un altro locale sono stati rinvenuti gli scheletri di quattro cavalli sacrificati in onore del morto (proprio come Achille sacrificò cavalli, oltre che cani e persino vittime umane durante il funerale di Patroclo). Dentro la tomba erano stati deposti vasi e oggetti preziosi provenienti da ogni parte del mondo.
Questa «stanza della morte» non era rimasta intatta: qualche tempo dopo il funerale era stata interrata, e sopra vi era stato accumulato un tumulo. Sarebbe interessante trovare tracce di un culto compiuto in questo luogo in onore del morto; si tratterebbe allora di un vero e proprio «anello di congiunzione» tra le tombe e il culto degli eroi diffuso successivamente nella Grecia storica. Sarebbe la prova che il sepolcro era diventato un luogo sacro, che il guerriero morto era diventato un eroe e riceveva offerte sull’altare sopra il suo sepolcro e che, come tutti gli eroi, il suo corpo rendeva sacro il luogo e proteggeva il territorio da nemici e carestie. Sembra però (almeno sinora) che non esistano tracce di questo a Lefkandi.
Il morto di Lefkandi può però fare supporre altre cose. Come avvenne nel caso di Patroclo, Achille, Edipo e di altri eroi del mito, viene naturale pensare che per completare gli onori resi al principe defunto fossero stati celebrati giochi atletici. Esiodo (nell’viii secolo a.C., circa due secoli dopo la costruzione della tomba di Lefkandi) racconta di avere partecipato lui stesso a Calcide, proprio sull’Isola Eubea, ai giochi funebri di un nobile chiamato Anfidamante, e di avere vinto in quell’occasione la gara di poesia.
Probabilmente lo stesso era accaduto a Lefkandi; durante il funerale, i cantori avranno celebrato le gesta del guerriero o quelle dei suoi antenati, o cantato i miti di altri eroi con cui egli era collegato. È facile pensare che poi, attorno al sepolcro dell’ignoto guerriero, fossero fioriti racconti, celebrati da rapsodi locali. Avremmo quindi la documentazione dell’esistenza di quella catena rituale così importante per la costituzione del patrimonio di miti greci, e che funziona secondo queste tappe: un signore è sepolto splendidamente, viene onorato come eroe, riceve offerte, la memoria delle sue imprese è consegnata ai cantori che ne trasmettono il ricordo «affinché i futuri le sappiano», come diceva Omero.
Il principe di Lefkandi era un guerriero e un guidatore di cavalli, come gli eroi omerici; era padrone di terre; nel suo palazzo i mercanti d’oltremare venivano ben accolti con i loro preziosi prodotti. La donna sacrificata accanto a lui, infatti, rivestiva preziosi gioielli d’oro provenienti dalla Mesopotamia, che tuttavia erano molto più antichi di lei, forse persino di circa mille anni. Facevano dunque parte di un tesoro che fu speso nella glorificazione del morto, proprio come Achille elargisce i tesori dei suoi forzieri offrendoli a piene mani ai vincitori dei giochi funebri in onore di Patroclo.
Il nobile di Lefkandi era un grande signore aristocratico che nel cuore dell’epoca buia che seguì il crollo degli splendidi reami micenei perpetuava la tradizione di splendore e di grandezza dei guerrieri omerici: lo si potrebbe definire il ponte tra il mondo miceneo e quello delle aristocrazie greche del primo arcaismo.
In Omero il culto dei morti è quasi inesistente e non vi è nemmeno la chiara documentazione del fatto che i sepolcri degli eroi ricevessero offerte né che egli credesse a presenze divine operanti dal cuore della terra: l’unico riferimento è quello all’eroe Eretteo (il quale tuttavia era in origine una divinità ctonia, poi trasformata in eroe) a cui gli Ateniesi ogni anno offrivano sacrifici di tori e agnelli (Iliade, II, 541-556).
Tuttavia, la cosa è quasi implicita: a che cosa servirebbero altrimenti le preziose offerte che Achille dona al sepolcro di Patroclo se non a consolare il morto nella sua tomba e a offrirgli un tributo? Gli eroi di Omero operano viventi tra i viventi, ma conoscono altri eroi della generazione più anziana, come Edipo o Atreo, che si presuppone fossero stati sepolti con tutti gli onori.
Del resto, già nell’epoca in cui Omero compose i suoi poemi, attorno all’VIII secolo a.C., il culto legato alle tombe eroiche, vere o fittizie che fossero, appare ben radicato in Grecia e nelle colonie greche del Mediterraneo. Come durante il medioevo occidentale ogni città possedeva il «suo» santo, da venerare nel luogo in cui era sepolto, di cui gloriarsi, e di cui raccontare storie miracolose, così ogni città piccola o grande in Grecia esibiva il suo eroe, o per meglio dire la sua comunità di eroi.
La venerazione degli eroi, per antichi che fossero, continuò a mantenersi tenacemente nelle città che ne custodivano le tombe e di cui questi esseri erano stati un tempo i benefattori. Fondatori di città o di altre pubbliche istituzioni ricevevano culti nel centro della piazza, antichi guerrieri erano venerati devotamente dai loro più lontani discendenti, e di alcuni di questi culti possiamo seguire le tracce (archeologiche e letterarie) per uno spazio più esteso di mille anni.
Uno di essi fu Aristomene, il re dei Messeni, il quale aveva guidato il suo popolo nella disperata difesa contro Sparta verso il 650 a.C. Dopo la morte, egli divenne per il suo popolo un personaggio a metà tra storia e leggenda. Di lui si raccontavano avventure mirabolanti: tra l’altro una volta, mentre cadeva in un precipizio, fu sostenuto da un’aquila in volo e in un’altra occasione evase da una fossa scavando una buca sotterranea dietro una volpe che gli aveva mostrato la via. Si diceva che dopo la morte gli era stato aperto il petto e si era scoperto che il suo cuore era completamente coperto di peli (indizio di coraggio straordinario).
Gli abitanti di Rodi custodivano una tomba di Aristomene, alla quale rendevano regolari onori di culto, sostenendo che alla fine si era ritirato in volontario esilio sull’isola ed era morto lasciando lì la sua discendenza. Egli dormiva il riposo degli eroi, morto eppure ancora in qualche modo vivente, sempre venerato dal suo popolo sottomesso agli Spartani, pronto però a risvegliarsi per guidare i suoi discendenti alla ribellione: il suo fantasma fu visto alla testa della falange tebana a Leuttra nel 371 a.C., nel giorno che vide il crollo dell’egemonia spartana e – attraverso le armi di Tebe – la rinascita della libertà dei Messeni.
Quando Epaminonda, dopo la clamorosa vittoria che segnò il declino di Sparta, decise di fondare una città che diventasse la capitale della rinata Messenia libera, un sogno miracoloso gli indicò il luogo in cui avrebbe dovuto sorgere il nuovo insediamento, proprio là dove un tempo Aristomene aveva sepolto gli oggetti sacri delle Grandi Dee, patrimonio del suo popolo, perché non cadessero in mano agli Spartani.
Un’altra tomba di Aristomene si mostrava appunto in Messenia: le reliquie dell’eroe, si diceva, erano state traslate in patria da Rodi in obbedienza a una prescrizione del dio di Delfi. Pausania visitò quel sepolcro e racconta che ancora alla sua epoca, più di ottocento anni dopo la morte di Aristomene, vi si celebravano riti. Il sacrificio era costituito da un toro che veniva legato alla colonna innalzata sopra il tumulo; naturalmente l’animale, selvaggio di sua natura e forse avvertendo l’approssimarsi del colpo mortale, non stava immobile ma si agitava infuriato cercando di spezzare i lacci. Ora, se la colonna alla quale l’animale era avvinto, quando il toro smaniava e saltava, si metteva a ondeggiare, la cosa era interpretata come un presagio favorevole, se invece rimaneva ferma era segno di calamità per la Messenia. Dal cuore della terra l’eroe Aristomene continuava a parlare ai suoi compatrioti.
I miti eroici non sono leggende prodotte dalla fantasia dei poeti, ma molto spesso sono incardinati nella realtà dei luoghi e dei culti. Un caso famoso di recupero del passato è quello che si riscontra a proposito della grotta di Itaca, la «grotta delle Ninfe», che si apre proprio nella baia in cui l’Odissea ambienta il ritorno di Odisseo in patria.
In questa caverna sono stati trovati frammenti di tripodi di bronzo risalenti al primo arcaismo. Non sappiamo quando e perché siano stati trasportati lì; certo è che quel luogo era sede di un culto, legato alla figura del re di Itaca. C’è chi pensa che sin dalle origini, dal IX-VIII secolo, nella grotta di Itaca si celebrassero riti in onore delle Ninfe e di Odisseo, il cui nome si legge tra l’altro su una maschera (di epoca più tarda, però) trovata nello stesso luogo.
Frequentemente le tombe di eroi erano identificate con resti di edifici dell’età del bronzo, le cui rovine affioravano numerose dalla terra ed erano facilmente identificate con le tombe di eroi del mito.
A Delo, alcuni ruderi dell’età del bronzo divennero le «tombe» delle vergini Iperboree, vale a dire le fanciulle che dal lontano settentrione (a quanto si raccontava) giunsero sino all’isola sacra di Apollo, nel cuore dell’Egeo, portando offerte al dio che era venerato pure nell’estremo nord dell’Europa con l’epiteto di Apollo Iperboreo.
Circa milleduecento anni più tardi rispetto all’epoca in cui il nobile di Lefkandi e la sua donna fecero costruire il loro palazzo funebre, il viaggiatore Pausania, verso la fine...