III.
Le indagini
Racconta le indagini sull’omicidio, ovvero che un agente dei servizi contattò il capo dei catanesi in carcere e che costui si mise un registratore nelle mutande e cercò di strappare la confessione di Domenico Belfiore. Racconta anche i depistaggi.
L’avvio delle indagini
Dopo l’omicidio le funzioni di procuratore capo, in attesa della nomina del successore, vengono assunte temporaneamente dal vicario, un magistrato di cui Bruno Caccia non si fidava, il procuratore aggiunto Flavio Toninelli. Proprio a lui spetta prendere la decisione di apporre i sigilli all’ufficio di Bruno Caccia, per impedire l’ingresso di chiunque, prima che venga perquisito dai magistrati a cui saranno assegnate le indagini (quando la vittima del reato è un magistrato, il codice di procedura esclude la competenza dell’ufficio di appartenenza – in questo caso, come abbiamo detto, le indagini spettano alla Procura di Milano). Per farlo, aspetta il 28 giugno (circostanza che, alla famiglia di Caccia, è apparsa subito anomala).
Come raccontano gli articoli di cronaca, il 29 giugno il procuratore capo di Milano, Mauro Gresti, è a Torino per procedere all’ispezione dell’ufficio, insieme al sostituto procuratore Armando Spataro, noto per la sua esperienza in gruppi eversivi, a cui inizialmente viene assegnata l’inchiesta. Nel verbale si dà atto che non è possibile procedere all’apertura del cassetto centrale della scrivania e dell’armadio blindato, in quanto non si trovano le chiavi, che, a detta dei «più vicini collaboratori», erano personalmente custodite da Bruno Caccia. La famiglia sosterrà sempre che le teneva in un mazzo insieme alle chiavi di casa da cui non si separava mai. Ma dopo l’omicidio quelle due chiavi non vengono ritrovate: Carla Caccia sospetterà sempre che siano state sottratte prima che il marito venisse soccorso, e che l’armadio blindato e il cassetto centrale della scrivania siano stati aperti prima dell’apposizione dei sigilli. Del recupero delle chiavi della scrivania si trova traccia in un verbale del 14 luglio, in cui due funzionari di cancelleria attestano che sono state fatte pervenire «dai famigliari del Dr. Bruno Caccia» (che, invece, negheranno sempre). L’apertura ufficiale del cassetto centrale avviene solo in data 20 luglio. Dentro ci sono anche le chiavi dell’armadio blindato, alla cui apertura si procede con l’ausilio di un tecnico, munito di stetoscopio per ricostruire la sequenza della combinazione impostata da Bruno Caccia. Nel verbale di rimozione sigilli viene descritto il contenuto del cassetto (una cartellina con la scritta “petroli”, contenente atti relativi ai processi in corso) e dell’armadio blindato (tra gli atti custoditi, un fascicolo di indagini su dipendenti infedeli della Procura che non trasmettevano gli avvisi di deposito delle sentenze, utili per la presentazione tempestiva degli atti di impugnazione). Nell’articolo di «Stampa Sera» che riporta le operazioni, il cronista scrive:
La violazione del segreto istruttorio era diventata, negli uffici della Procura, una fonte di preoccupazioni di tipo quasi ossessivo. Chi ha dato l’ordine di uccidere il procuratore capo sapeva di essere nel mirino del magistrato, ed ha valutato anche le conseguenze di questa decisione1.
Proprio il procuratore vicario, Flavio Toninelli, nel dicembre 1983 sarà condannato in sede disciplinare, dal csm, per aver parlato troppo con chi non avrebbe dovuto (sanzione comminata: censura e trasferimento d’ufficio). L’illecito risale al 1978. Toninelli avrebbe fatto rivelazioni a una prostituta, legata a lui «da un’affettuosa amicizia, com’è provato in atti». Oggetto dell’indiscrezione la notizia che su tali Walter Signa e Mauro Comba non pendevano ordini di carcerazione. I due saranno condannati per un sequestro di persona a scopo di estorsione e l’affettuosa amica di Toninelli, conoscente di entrambi, era stata sollecitata da loro a chiedere informazioni, in quanto erano venuti a conoscenza di una lettera anonima che accusava del sequestro altri due complici (sulla «Stampa», la notizia del trasferimento d’ufficio viene filtrata: l’affettuosa amica viene indicata come ex segretaria della Procura, omettendo di evidenziarne la reale professione)2.
L’identikit di uno dei due killer di Caccia, intanto, è stato confrontato con foto di bierre latitanti, ma, dopo la lettura del proclama dei terroristi detenuti, la pista dell’eversione viene abbandonata.
Dopo le false rivendicazioni delle br, arrivano altre segnalazioni anonime.
Alle 4,30 del 15 luglio alla centrale del Reparto Operativo dei Carabinieri una telefonata anonima accusa Franco Gonella di essere implicato nell’omicidio. È il titolare di fatto del bar “Monique” di via Tasso, aperto sotto gli uffici della Procura, proprio per cercare l’amicizia dei magistrati e per raccogliere informazioni sui processi. Prima di aprire il bar, era già amico di lungo corso, come vedremo, di un magistrato. Lo stesso magistrato a cui sembra portare l’altra segnalazione anonima pervenuta alla Procura di Torino una settimana dopo. Questa volta è scritta: un messaggio composto con le lettere di un settimanale dalla carta patinata.
«italo esposito abita a torino in via paolini 10. a organizzato la morte del procuratore della republica caccia bruno».
Nessun Esposito risiede in via Paolini, dove coincidenza vuole che abbia sede lo studio in cui, di lì a poco, Luigi Moschella stabilirà il proprio domicilio professionale come avvocato, dopo essersi dimesso dalle funzioni di magistrato, come vedremo, per evitare il procedimento disciplinare a cui sarà sottoposto. Un tale Esposito entrerà in scena durante il processo della tangenti story.
Nessun indizio concreto consente di coltivare le due segnalazioni anonime.
Un’altra pista, aperta da un falsario, sarà subito richiusa. Arnaldo Volpe, ex autista della sipca, una delle società del petroliere Bruno Musselli (imputato a Torino in uno dei processi sui petroli), il 6 settembre dichiara al giudice istruttore di sapere il nome del mandante. Il 29 giugno lavorava come portiere di notte presso l’albergo “Kent” di Milano, quando decise di origliare attraverso la porta della camera di un cliente, Dante Porro, al quale due uomini appena entrati, vestiti in maniera elegante, avevano riferito: «Il servizio è stato fatto». Insospettito, nei giorni successivi aveva di nuovo origliato alla porta della stessa stanza, avendo modo di sentire che il Porro organizzava un attentato al giudice istruttore Vaudano, con l’intesa che questa volta sarebbero state usate modalità diverse rispetto a quelle adottate per l’omicidio di Bruno Caccia. Ma le indagini trovano solo smentite e il sostituto procuratore Francesco Di Maggio, nel frattempo diventato titolare dell’inchiesta per l’omicidio, chiede l’archiviazione e la trasmissione degli atti per procedere per calunnia contro l’«ineffabile» Volpe (che verrà condannato).
Per individuare gli assassini del Procuratore, intanto, cominciano ad attivarsi i servizi segreti. A partire dal casinò di Saint Vincent, dove il sostituto procuratore Marcello Maddalena, il 17 maggio precedente, ha ordinato alla Polizia tributaria una perquisizione per verificare l’ipotesi di riciclaggio di denaro proveniente da riscatti di sequestri di persona. L’inchiesta non contemplava ancora la consapevole partecipazione della dirigenza della casa da gioco. Nel corso dell’indagine per un sequestro di persona, un indagato aveva confessato di essere andato al casinò e di avere cambiato il denaro proveniente dal riscatto con le fiches, salvo non giocarle e infine farsi dare in cambio degli assegni che poi ha messo all’incasso in Calabria. Ma la pista è suggestiva, perché pochi mesi prima è scampato a un attentato esplosivo un magistrato di Aosta che indagava proprio sul casinò di Saint Vincent: alle 8,30 del 13 dicembre 1982 Aosta sembrava Palermo quando era esplosa la 500 del pretore Giovanni Selis, che aveva appena messo in moto per dirigersi in ufficio. L’ordigno con cinque etti di dinamite era stato piazzato nel vano motore, l’esplosione aveva sventrato l’auto e mandato in frantumi i vetri delle finestre del pian terreno e del primo piano dello stabile di via Monte Vodice, lasciando miracolosamente incolume Selis, che se l’era cavata con sette giorni di prognosi, il tempo sufficiente per far rimarginare una piccola ferita alla nuca e un ematoma (il magistrato aveva commentato: «Meno male che non avevo con me le pratiche sul sedile»).
A novembre il comandante della Polizia tributaria di Alessandria, Michele Bertella, va in Procura a Torino a relazionare sulle informazioni raccolte dal “Comandante Rossi” e contemporaneamente invia un rapporto al titolare dell’indagine per l’omicidio di Bruno Caccia, Francesco Di Maggio. Non è facile riassumere confidenze stillate da soggetti invischiati in vicende torbide, e che si contraddicono tra loro. Infatti non sarà trovato nessun bandolo nella matassa quando gli stessi soggetti saranno chiamati dal pm a chiarire.
Il Comandante Rossi al secolo si chiama Enrico Mezzani, è collaboratore del sisde, ma come primo lavoro fa il consulente finanziario3. Prima dell’omicidio si era interessato alla vicenda del casinò di Saint Vincent, entrando in contatto con Bruno Masi (amministratore delegato della società sitav, concessionaria della casa da gioco, che non è ancora indagato, ma teme, secondo qualcuno, l’evoluzione delle indagini, secondo altri, solo i controlli della Guardia di Finanza sulle irregolarità fiscali).
La rete degli informatori del Comandante Rossi si allarga attraverso un altro soggetto con interessi nel casinò, tale ingegner Mariani, amministratore unico della crm, azienda che fornisce motori nautici alle motovedette della Guardia di Finanza. Mariani, a sua volta, mette in contatto lo 007 con Rosario Pio Cattafi, avvocato originario di Barcellona Pozzo di Gotto. Il processo sulla trattativa Stato-mafia, che lo vedrà tra i principali testimoni, è ancora lontano da venire, ma Cattafi, peraltro di famiglia benestante, si è già arricchito col malaffare, se può permettersi una stanza da un milione e mezzo di lire al giorno in un albergo di Beaulieu, dove il Comandante Rossi, ad agosto, va a trovarlo. A suo dire, l’avvocato avrebbe indicato i mandanti dell’omicidio nel gruppo criminale dei Ferlito, che, dopo l’operazione antimafia della magistratura milanese del febbraio precedente, avevano tutto l’interesse a compiere un’azione clamorosa per affermare la propria posizione. In cambio delle informazioni avrebbe chiesto di ottenere attraverso l’agente segreto un porto d’armi. Di per sé l’informazione è inverosimile, perché il gruppo dei Ferlito a Torino non ha alcun interesse.
Cattafi avrebbe poi dato un’altra versione a Mariani, che la riporta in un appunto per consegnarlo, il 3 novembre, allo stesso Comandante Rossi, durante una cena a cui è presente anche Bertella. L’informazione sull’omicidio è solo una delle notizie riportate in una nota scritta a macchina da Mariani e indicata nel punto 19. Il testo è cifrato:
Arch. Caccia Dominioni: è stato fatto fuori non dai calabresi ma da un gruppo di comando a Torino e capeggiato da Epaminonda (catanese). Sempre come sfondo vi è la questione (come giustamente il pretore Selis pensa), inerente a Saint Vincent, Sanremo e Campione.
L’arch. Caccia D. si era confidato con un avvocato dicendo di essere arrivato a delle conclusioni molto importanti e che poteva tra poco procedere contro i tre Casinò. Era certo che tutti i soldi sporchi erano cambiati nei tre Casinò.
Il rapporto continua, ma sembra un espediente per depistare non solo le indagini per l’omicidio, ma anche quelle in corso sui casinò. Marcello Maddalena, pubblico ministero, e Paolo Tamponi, giudice istruttore, che si occupano dell’indagine su Saint Vincent, nemmeno commentano l’informativa. Francesco Di Maggio, che indagherà Cattafi per altri reati, asco...