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Tredici giornalisti quasi perfetti
Informazioni su questo libro
«Oggi un film che ritraesse fedelmente il lavoro della maggior parte dei cronisti li mostrerebbe seduti in permanenza davanti a un computer, in quello che assomiglierebbe a un call center. Lo spazio per osservare la vita da vicino, per incontrare persone, per gli amori, per le bevute, per le sciocchezze, per le baraonde, per le avventure e per mettersi nei guai, è oggi molto ridotto. Com'è tutto diverso, molto, molto diverso dalla vita dei grandi cronisti.» Curiosità, tenacia, capacità di interpretazione, prosa brillante: i segni particolari di giornalisti quasi perfetti.
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GiornalismoXI. Ernie Pyle. Il cronista che non dimenticò mai per chi scriveva
Per i non americani dell’era postbellica ci vuole un po’ di tempo per avvicinarsi all’opera di Ernie Pyle. Per diverse ragioni. Aveva un nome che lo faceva assomigliare a un attore con una particina in La vita è meravigliosa. Le sue corrispondenze di guerra furono la base per il film I forzati della gloria. Sicché, appena si sente il suo nome è facile pensare a lui come espressione di una cultura popolare e ben localizzata, capace di spingersi lontano dalle coste americane non più di un barcone fluviale dell’Hudson. L’equivalente giornalistico, se volete, delle associazioni studentesche, dei picnic parrocchiali e dei pomeriggi a baseball: molto americano, molto tribale, qualcosa che un estraneo potrebbe non capire sino in fondo.
È un’idea che però non dura a lungo se si prendono tra le mani alcune delle cronache di guerra di Pyle. Leggetele e documentatevi sulla sua vita, e capirete che ciò che fece, e soprattutto il modo in cui lo fece, lo rendono non solo un cronista molto speciale ma anche un personaggio che seppe impartire lezioni universali. Nella seconda guerra mondiale sviluppò, attraverso la carta stampata, un rapporto con un pubblico di massa paragonabile solo a quello raggiunto da pochi altri attraverso network radiofonici o televisivi. Le sue cronache dalla parte dei soldati americani mentre combattevano in Nordafrica, Italia, Normandia e Pacifico assomigliavano di più a lettere inviate a casa che ad articoli convenzionali, ed erano lette in circa 14 milioni di case, perché pubblicate in contemporanea su 400 quotidiani e 300 settimanali. Tale era l’affetto che la gente provava per lui, come costanti erano i pericoli cui andava incontro, che la rivista «Time» lo definì «l’uomo a cui in America dedicano più preghiere». E quando morì, falciato da un mitragliere a Ie Shima, a poche settimane dalla fine della guerra, fu pianto in pubblico dal presidente, come da pezzi grossi e generali, ma soprattutto, in privato, dai tanti soldati semplici, e dai loro familiari, per i quali i suoi dispacci erano diventati la forma di collegamento quasi quotidiano con i loro cari.
Ma se allora fu ricordato come un’istituzione americana, è sul piano giornalistico che oggi deve essere apprezzato, perché ciò che fece di Pyle un grande reporter fu il suo essere in perfetta sintonia, quasi fosse una sorta di radiotelescopio umano, sia con i temi trattati sia con i lettori. Non era un trucco né un caso. Né Pyle era una specie di «sensitivo» di provincia, nato con un talento per l’empatia che lui non riconosceva né capiva. In realtà era qualcosa di molto più semplice: un cronista che per anni girò l’America, incontrando probabilmente più lettori in più Stati di qualunque giornalista prima e dopo di lui. E avendo incontrato tutti questi potenziali lettori, li ascoltò; e quando si trovò lontano, a scrivere dei loro figli, fratelli, mariti e cugini in uniforme, ebbe la buona educazione e il buon senso di non dimenticare mai per chi stava scrivendo. È una capacità che i giornalisti di entrambe le sponde dell’Atlantico, separati dai comuni lettori dai viaggi in auto, dalle grandi ambizioni, dalla raccolta delle notizie da lontano per mezzo di telefono e internet, e dai programmi politici, un giorno potrebbero perdere.
Ernest Taylor Pyle nacque il 3 agosto 1900, figlio unico di una coppia di piccoli agricoltori di Dana, nella Vermillion County, in Indiana. La sua infanzia in questa terra di ruscelli, campi e boschi, con amici come Thud Hooker e i ragazzi Saxton, ebbe tutti gli ingredienti di un’esistenza alla Huckleberry Finn, tranne uno: il suo carattere. Ernest, perché così lo chiamarono sempre in famiglia, era timido e irrequieto, tratti che rimasero con lui il resto della vita. Non voleva finire le superiori, desiderando invece entrare in Marina, ma i genitori lo dissuasero. Non riuscirono però a trattenerlo nella fattoria. A 18 anni andò all’Università dell’Indiana a studiare giornalismo, in parte perché provava una certa attrazione per la vita itinerante, ma soprattutto perché gli avevano detto che la materia era «una cosa da niente». Scrisse e poi fece anche da redattore per il «Daily Student», ma, come da sua consuetudine, non rimase per l’intera durata degli studi. Se ne andò, alcuni mesi prima di diplomarsi, per fare il cronista al «La Porte Herald-Argus», dove si trattenne per alcuni mesi, quindi puntò a est, per il «Washington News», un tabloid da un centesimo di dollaro, appena diciotto mesi di vita e ancora così traballante da aver cambiato, poco prima del suo arrivo, tre capocronisti in un giorno solo.
Entrò nel giornale nel 1923 come cronista, ma presto i direttori scoprirono che aveva un talento raro per i titoli, e in un tabloid questo era un patrimonio troppo prezioso per sprecarlo battendo la città a caccia di storie. Fu così trasferito al desk e qui, forse per la prima volta nella sua vita, scoprì un lavoro e un’atmosfera che non lo fecero sentire come uno semplicemente di passaggio. Conduceva una vita regolare, giocava a carte con gli amici, si innamorò di una giovane donna, un’impiegata statale di nome Jerry Siebold, e, come non gli era mai capitato, si calmò. Tre anni a scrivere titoli e a migliorare i testi, tuttavia, furono abbastanza, e nel 1926 Pyle e Jerry lasciarono i rispettivi lavori, comprarono per 650 dollari una Ford scoperta a due posti e partirono per un giro degli Stati Uniti. Dieci settimane e 9.000 miglia dopo raggiunsero New York, arrancando per Fifth Avenue, come Pyle scrisse successivamente, «sotto una pioggia battente, con due soli cilindri e bozze grandi come bollitori su tutte e quattro le ruote, e dovemmo vendere quell’oggetto prezioso per appena 150 dollari per avere qualcosa da mangiare». Dopo due soli giorni alla ricerca di un lavoro, Pyle trovò un posto nel terzo turno, da mezzanotte alle otto di mattina, del desk del «New York World». Presto cambiò di nuovo lavoro, trasferendosi al «New York Post», ed entro l’anno fu di ritorno a Washington come redattore incaricato delle notizie d’agenzia. Aveva appena preso possesso della nuova scrivania che gli fu chiesto se, come attività secondaria, poteva curare una rubrica di aviazione, sulla base di uno dei suoi interessi e dell’entusiasmo suscitato dal volo transatlantico di Lindbergh, nel 1927.
Così, per qualche anno avrebbe iniziato ogni mattina telefonando a tutti gli aeroporti locali per avere notizia degli aerei in arrivo o in partenza, finito l’editing intorno alle due del pomeriggio e poi sarebbe andato al vecchio Washington-Hoover Airport, all’Anacostia Naval Air Station, in piccoli aeroporti come College Park, nel Maryland, o il Bolling Field dell’esercito. Presto si fece così conoscere dai piloti e dal personale degli aeroporti che, si diceva, se un pilota si lanciava con il paracadute in un’emergenza, Pyle riceveva una telefonata prima che l’uomo toccasse terra. La rubrica ebbe un tale successo che divenne un lavoro a tempo pieno, ma nel 1932 questa occupazione congeniale ebbe fine. Con suo raccapriccio, gli fu chiesto di diventare direttore amministrativo del giornale. Sentì di non poter rifiutare, e così, dopo una toccante piccola cerimonia in un aeroporto di Washington, quando l’aviatrice Amelia Earhart gli regalò un orologio a nome dei piloti e dei loro assistenti, si accomodò di malavoglia sulla poltrona di direttore di quel giornale con poche risorse. Non aveva un suo ufficio né una segretaria, ma tutti i grattacapi di far uscire un discreto giornale con troppo poco personale. Non era una sfida che lo soddisfacesse. «È un lavoro duro e snervante», scrisse all’amico Gene Uebelhardt, «e non ho modo di scrivere niente». La sua vita era «monotona e deprimente», e tre anni di questa routine incisero sulla sua pazienza e sulla sua salute. Nel 1934, dopo una grave influenza, il medico gli consigliò di prendere un bel po’ di sole. Di nuovo, lui e Jerry partirono con la loro automobile, questa volta diretti verso l’Arizona e la California. Si sarebbe rivelata una delle convalescenze più produttive nella storia dei giornali, creando quel ruolo che fece di Pyle prima una firma letta in lungo e in largo e poi una leggenda. Lui e Jerry stettero via per un paio di mesi, e al ritorno Pyle scrisse una serie di pezzi sul viaggio. Gli articoli riscossero un grande successo di pubblico e Pyle, cogliendo l’opportunità di sbarazzarsi della vita da dirigente, riuscì a convincere George «Deac» Parker, suo caporedattore, a nominarlo corrispondente itinerante per l’agenzia di stampa Scripps-Howard. Il suo compito sarebbe stato girare l’America e scrivere sei pezzi a settimana sulla gente e i posti che incontrava. «Ho avuto un colpo di fortuna», scrisse a Gene Uebelhardt. «Andrò dove mi pare e scriverò quel che mi pare. È il tipo di lavoro che ho sempre desiderato».
Pyle e la moglie lasciarono Washington il giorno prima del suo trentacinquesimo compleanno. Nei cinque anni successivi finirono tre auto macinando centinaia di migliaia di chilometri. Percorsero l’America da un capo all’altro 35 volte, si spinsero a nord, nel Canada e in Alaska, discesero per mille miglia il fiume Yukon, quindi andarono alle Hawaii e in Sudamerica, che poi lui girò in aereo. Ogni settimana spediva 6.000 parole – sei pezzi da 1.000 – a Washington, dove venivano pubblicati in contemporanea da un numero crescente dei giornali Scripps-Howard. Alcuni servizi erano centrati sulle grandi storie del momento – per esempio, il primo, l’8 agosto 1935, fu dalla casa nel New Jersey di Bruno Hauptmann, il rapitore del figlio di Lindbergh. Alcuni furono in tutto e per tutto delle cronache, come la prima seduta della Corte suprema nella sua nuova sede («Ho sfidato la tradizione e il buon gusto e indossato la mia giacca da ippodromo a scacchi bianchi e marrone, con il maglione verde e i pantaloni grigi»). E quando passò per Hollywood, intervistò, tra le altre star, Ginger Rogers, Shirley Temple, Joan Crawford, Clark Gable e Olivia De Havilland («Così bella che non ho potuto far altro che restare impalato a guardarla»).
Ma Pyle non era troppo interessato alle notizie convenzionali, e sicuramente non ai servizi speciali sulle celebrità. Una volta disse a un amico di aver passato tre settimane senza mai leggere un giornale né ascoltare la radio. Quel che amava di più era raccontare delle persone e dei posti che incontrava sulla strada: Rudy Hale, il cercatore professionista di serpenti a sonagli di Yuma, in California; Gutzon Borglum, che stava scolpendo i volti di quattro presidenti sulla parete rocciosa del monte Rushmore, nel South Dakota; Josie Pearl, un cercatore d’oro di Winnemucca, nel Nevada; Ike Proebstal di Tacna, in Arizona, che trovava uomini dispersi nel deserto; Conrad, il cuoco del ristorante La Fonda di Santa Fe, che cucinava il tacchino rendendolo così tenero che «si poteva tagliare con uno sguardo»; la gazzarra in Ontario quando i famosi cinque gemelli Dionne furono esposti ai turisti; il vecchio agricoltore di Hiawatha, nel Kansas, che spendeva tutti i suoi soldi facendo erigere effigi a dimensione naturale di sé e della moglie defunta (undici fino a quel momento); Sim Webb di Memphis, che era il fuochista di Casey Jones; William Andrew Johnson, l’ultimo schiavo vivente che era stato proprietà di un presidente; Fred Hisey, un vecchio amico del «Washington News», ora in carcere per omicidio al Lorton Penitentiary, in Virginia; la coppia di pensionati che viveva nella Death Valley, a 130 chilometri dal negozio più vicino; Cannon Ball Baker, recordman automobilistico di Indianapolis, nell’Indiana, che aveva attraversato gli Stati Uniti per 118 volte; Ad e Plinky Topperwein di San Antonio, nel Texas, la migliore coppia di tiratori scelti dell’Ovest; e migliaia di altri americani meno leggendari.
Queste scene e questi personaggi venivano descritti in testi che assomigliavano non ad articoli ma a lettere inviate a casa da un amico in viaggio. Qui, per esempio, Pyle è sulla terra riarsa di Montana, South e North Dakota durante la siccità.
Una siccità non è un evento spettacolare [...]. I raccolti sono andati. Gli agricoltori sono sul lastrico. Il caldo è terribile. L’intera situazione è orrenda. Eppure state certi che uno cresciuto in città, che abbia sentito della siccità e sia venuto a vedere la devastazione, resterebbe deluso [...].
La gente non boccheggia bisognosa di acqua. Le case non prendono fuoco. Il bestiame non muore sulla strada. I camion non portano via famiglie dall’espressione terrorizzata prima del tramonto. I contadini non si atteggiano e non piegano il capo dallo sconforto [...]. Noi abbiamo l’immagine di agricoltori riuniti in gruppo a prendere decisioni disperate. Una siccità non è così. Una siccità non attraversa mai con certezza una crisi. Un agricoltore non sa mai in quale giorno o persino in quale settimana è andato in rovina.
Intervistando regine dello spettacolo a Hollywood, annotava:
Sono stufo di cercare di scrivere sulle grandi regine del cinema. È vero che quelle che alla fine sono riuscito a vedere sono state molto gentili. Ma la trafila per cui bisogna passare, il tempo perso e le attese, i pochissimi minuti preziosi che alla fine ti concedono, la loro apparente incapacità di perdere il controllo e parlare con franchezza, tutto questo mi fa star male.
E favoleggiava su Ervin Robertson, la cui dieta un tempo era stata tanto pessima da perdere tutti i denti per lo scorbuto, e così, vivendo nella isolata Eagle, in Alaska, si era fatto da sé le sue dentiere:
Per i quattro denti anteriori usò denti di bighorn. Diceva che sono quasi come i denti dell’uomo, tranne che per la lunghezza; così li aveva solo accorciati con la lima. Per i posteriori, da ogni lato, usò denti di caribù. E per molari, denti di orso [...]. Forgiò la sua placca in alluminio, realizzò i fori per i denti, ce li mise e poi fece colare l’alluminio fuso per tenerli fermi. Gli ci volle un mese. Fece sia quelli di sopra che di sotto. E li portò per quasi venticinque anni. Mi disse di averci mangiato un mucchio di carne d’orso, ma non l’orso da cui provenivano i denti.
Era un’esistenza davvero nomade. «Non ho una casa», scrisse. «La mia casa è dove è il grosso dei miei bagagli, e dove si ferma l’automobile, e dove di volta in volta ricevo la posta. La mia casa è l’America». È una frase insolitamente aulica per uno che era sempre modesto nei confronti di se stesso (temeva di non piacere alla gente), e modesto nei suoi bisogni. L’annotazione riportata sul suo diario il 3 agosto 1935 è tipica:
| Stanza per la notte | $ 2,00 |
| 2 Colazioni | $ 0,75 |
| Benzina (Andover, N.J.) | $ 1,06 |
| Frutta | $ 0,94 |
| 2 Cene (Perona Farms) | $ 2,20 |
| $ 6,95 |
Spesso dei privati lo invitavano a fermarsi da loro, ma lui trovava sempre una scusa e si fermava invece al motel del posto. «Li incontri, ci parli, cerchi di capire cosa sia interessante, ne scrivi, riparti», scrisse.
Dietro questa battuta spiritosa da B-movie c’era una grande tecnica. Come molti bravi autori che un tempo avevano lavorato diet...
Indice dei contenuti
- Introduzione
- Il mondo del cronista. Come, dove e quando è cambiato il mestiere in 150 anni
- I. William Howard Russell. L’uomo che inventò le corrispondenze di guerra
- II. Edna Buchanan. Il miglior cronista di nera mai esistito
- III. Abbott Joseph Liebling. Le battute di spirito più memorabili di ogni tempo
- IV. George Seldes. Un cronista che diede fastidio ai potenti
- V. Nellie Bly. Il miglior cronista infiltrato della storia
- VI. Richard Harding Davis. Uno dei migliori cronisti «puri» di ogni tempo
- VII. Januarius Aloysius MacGahan. Forse, l’autore del più grande pezzo di giornalismo di tutti i tempi
- VIII. James Cameron. Il «non plus ultra» del corrispondente estero
- IX. Floyd Gibbons. Il più alto esempio del cronista a caccia di un incarico
- X. Hugh McIlvanney. Il migliore autore che abbia mai prestato le sue parole alla carta stampata
- XI. Ernie Pyle. Il cronista che non dimenticò mai per chi scriveva
- XII. Ann Leslie. Il cronista in assoluto più versatile
- XIII. Meyer Berger. Il cronista del cronista
Domande frequenti
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