Val più la pratica
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Piccola grammatica immorale della lingua italiana

  1. 192 pagine
  2. Italian
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Piccola grammatica immorale della lingua italiana

Informazioni su questo libro

Non ha la rigidità del manuale, la boria dell'erudizione, il sussiego cattedratico. Estroso, ricco di aneddoti, De Benedetti vivacizza, talvolta quasi romanzandole, annose questioni e nuove prospettive. Davvero utile, potrebbe ispirare l'apertura di sportelli istituzionali: un servizio pubblico per dispensare consigli sulla lingua. "L'espresso"Un'opera insolita nel panorama italiano recente. Con la brillantezza del giornalista, questa grammatica affronta questioni che di solito trattano i linguisti. De Benedetti ha la capacità di scrivere con brio di argomenti di sintassi piuttosto complessi. "Tuttolibri"La lingua è più una terra da sezionare e lottizzare o un mare da navigare andando su e giù sulle onde? La risposta del linguista De Benedetti è già nel titolo. Chi poi leggerà tutto il volume troverà una scorrevole successione di esempi, ragionamenti, aneddoti e opinioni. L'unica competenza specifica richiesta al lettore è parlarlo e leggerlo, l'italiano. "il Venerdì di Repubblica"Splendida antigrammatica della lingua italiana corrente. Ironica, innovativa. E contro tutti i conservatori nemici di una lingua viva. "Magazine del Corriere della Sera"

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Informazioni

1. Totem e tabù

Ditemi pure che sono strano, ma a me da piccolo la grammatica piaceva da morire. Mi piaceva scrivere paginate di coniugazioni verbali, dissezionare nomi e aggettivi al microscopio estraendone radici e desinenze, classificare le parole in articoli, avverbi e congiunzioni, come altri bambini più sani di me facevano con le farfalle o i fossili.
Non ero – e non sono mai stato – un secchione. Però mi piacevano i giochi, e la grammatica, per come la vedevo io, era un bellissimo gioco di incastri, pazienza e precisione, come il Lego e i puzzle.
Poi arrivarono le scuole superiori, un’altra età e un’altra grammatica. La vita cominciò a sembrarmi opaca e piena di contraddizioni, e l’ambiguità di quella ‘nuova’ grammatica, tutta analisi logica e prescrizioni spesso incoerenti e immotivate, corroborò tale impressione. Mi avevano assicurato che tutte le frasi erano dotate almeno di un soggetto e di un verbo, ma io trovavo in continuazione enunciati orfani di mamma o papà. Mi avevano spiegato che il soggetto «fa l’azione», ma io lo vedevo spesso subire inerme i colpi impietosi di verbi come «cadere», «soffrire» o «essere picchiato», di fronte ai quali non poteva agire e tanto meno reagire. Mi avevano garantito che conoscere la grammatica era importante per imparare a scrivere meglio, ma io continuavo a prendere cinque e mezzo nei temi in classe anche se ero in grado di distinguere il complemento di specificazione da quello di materia. Mi avevano insomma fatto capire che la grammatica aveva una risposta per tutto, ma quando avevo qualcosa da domandarle mi sembrava che lei per prima avesse le idee piuttosto confuse.
La grammatica, che mi aveva attratto da bambino per la sua geometrica precisione, stava iniziando a rivelarsi molto più astratta e imprecisa di quanto immaginassi, e più diventava imprecisa più mi appariva paradossalmente pedante, e più mi appariva pedante meno mi piaceva. Forse era solo una questione di età e di nichilismo adolescenziale, visto che non capitava soltanto a me e visto che ai tempi anche la matematica mi faceva lo stesso effetto. Ma forse c’era anche qualcosa d’altro, in quel voltarle le spalle: qualcosa che aveva a che fare con il suo carattere non sempre ragionevole, col fatto che mi sembrava un catechismo ancora più dogmatico di quello vero e senza neppure la prospettiva di una redenzione della lingua che giustificasse il sacrificio di studiarla.
Per la riconciliazione dovetti attendere gli anni dell’università. Lei smise di fare la petulante e riconobbe i suoi errori. Io mi scusai per aver dubitato di lei e ricominciai ad amarla nella sua grandiosa incompiutezza. Perché se c’è una cosa che ho capito, riavvicinandomi alla grammatica in età matura, è che è piena di imperfezioni.
Ne elencherò alcune:
1. le regole grammaticali sono piene di eccezioni e di irregolarità (vedi le coniugazioni verbali);
2. molte regole hanno formulazioni vaghe e imprecise (vedi la definizione di soggetto);
3. alcuni fenomeni della lingua non sono riconducibili a regole, al massimo a regolarità (vedi l’uso delle preposizioni);
4. molte regole variano in funzione dello spazio, del tempo e del contesto (vedi la differente distribuzione d’uso di passato prossimo e passato remoto tra il Nord e il Sud d’Italia).
In generale, alla grammatica non si può chiedere troppo. Le si può chiedere a che cosa servono le preposizioni, ma non per quale motivo si va «al cinema» e «in discoteca»; le si può chiedere la coniugazione del trapassato remoto ma non per quale ragione la gente non lo usa quasi più; le si può chiedere dove deve cadere l’accento su una determinata parola ma non perché i parlanti dicano indifferentemente «èdile» e «edìle», «mòllica» e «mollìca», e così via.
Poi, conoscendola a fondo, della grammatica ho capito anche un’altra cosa, e cioè che è meno spigolosa di come la si dipinge e di come, in un certo senso, la gente vorrebbe che fosse. Al contrario, ha un’indole relativamente mite e un’intima – e apprezzabile – vocazione al dubbio.
Il problema è che i parlanti più scrupolosi, da lei, si aspettano responsi chiari e univoci. Vogliono sapere se sia giusto o sbagliato usare «lui» anziché «egli» in funzione di soggetto, quale sia l’ausiliare da usare con i verbi «potere» e «dovere», se si possa incominciare una frase con «dunque», «allora» e «quindi» oppure no. La grammatica, secondo costoro, deve enunciare verità, non seminare dubbi; indicarti la strada, non metterti di fronte a un bivio; separare ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, non consentire rapporti promiscui tra l’uno e l’altro.
Quando qualcuno, magari un linguista, prova a spiegargli che la grammatica – in particolare una certa grammatica di tradizione scolastica – è spesso incoerente e inaffidabile; che non si può ridurre tutto alla dicotomia giusto/sbagliato ma esistono tante sfumature intermedie di accettabilità; che alcune regole tramandate di generazione in generazione addirittura non esistono; che non sta scritto da nessuna parte che non si possa scrivere, e soprattutto dire, «il libro l’ho letto»; che la lingua, come scriveva uno dei più illustri presidenti dell’Accademia della Crusca, Giovanni Nencioni, «esiste prima della grammatica e spesso nonostante la grammatica»; quando – dicevo – qualcuno prova a spiegargli tutto questo, la loro reazione è insieme di delusione e di incredulo scetticismo, come se un prete gli andasse a raccontare che Dio non esiste.
Ora, la questione non è se Dio esista o meno, ma se la grammatica possa essere considerata un’entità immutabile e trascendente, se l’essere derivata, come è il caso dell’italiano, da una storia letteraria sublime possa conferirle attributi divini. Ebbene, la risposta è: no, no e no. No perché la lingua, anche se la tradizione cerca di fissarla in un canone «definitivo», non cessa mai di cambiare. No perché molti di quelli che la vulgata grammaticale considera errori – dall’anacoluto alla concordanza a senso – vantano lunghi e nobili trascorsi letterari. No, soprattutto, perché la grammatica è innanzitutto un dispositivo di funzionamento interno alla lingua, non solo la sovrastruttura che le si costruisce addosso.
Proverò a spiegarmi con una similitudine sportiva, perché mi sembra che possa illuminare bene la questione e perché non vedevo l’ora di parlare di calcio. Orbene, se giocate a calcio o lo seguite, saprete che esiste un regolamento che enuncia una serie di norme e stabilisce determinate sanzioni per chi le infrange. Sgambettare involontariamente il rivale è penalizzato con un calcio di punizione, commettere fallo di mano in area viene punito col rigore, tirare un calcione all’avversario mentre la palla è lontana comporta l’espulsione.
Immaginate però che un giocatore afferri la palla con le mani e si lanci verso la porta avversaria come un rugbista. Come si comporterà l’arbitro in quel caso? Dovrà espellere il giocatore, d’accordo. Ma prima di espellerlo rimarrà qualche istante attonito e pensoso a riflettere sul fatto che quel gesto non è un semplice fallo, ma qualcosa di più: è l’infrazione di un principio, di un patto costituente – «a calcio si gioca con i piedi» – che sta alle fondamenta del gioco e che viene osservato dai professionisti come dai bambini che giocano con una palla fatta di stracci.
Ora trasferite la situazione dal campo di calcio a quello della lingua. Osserverete che anche lì ci sono varie tipologie di infrazioni, dalle lievi trattenute (gli errori di punteggiatura) agli sgambetti veniali (il classico «a me mi»), fino ai calcioni a palla lontana (la maggior parte degli errori di ortografia). Ma oltre a queste infrazioni diciamo così codificate, ci sono cose che a nessuno, nemmeno al più incolto dei parlanti, verrebbe mai in mente di scrivere o di dire. Per esempio: «l’ho dato a egli» oppure «arrivo per mezz’ora». Frasi del genere non sono neppure catalogabili come errori: sono autentiche bestialità, sono l’equivalente del giocatore di calcio che corre per il campo con la palla in mano, sono, in definitiva, sequenze che nessun italiano madrelingua potrebbe mai pronunciare. Tutto questo per dire che un conto è l’infrazione di una convenzione, che produce al massimo una sgrammaticatura, e un conto è la violazione della legge naturale di una lingua, che genera espressioni agrammaticali, collocando chi le enuncia al di fuori del perimetro dell’italiano.
Ma il punto non è nemmeno questo. Il punto è che la grammatica scientifica non si preoccupa tanto di prescrivere quanto di descrivere, analizza cioè come i parlanti si comportano nei fatti, non come dovrebbero comportarsi. Ne consegue che il compito del linguista non è quello di irreggimentare la lingua ma solo di capire come funziona e di darne una rappresentazione. Dunque la prima domanda che gli si deve fare non è «si può dire questo?» o «è giusto quest’altro?», ma solo «come funziona?» e «perché funziona così?». Poi, sulla base di questo, può anche fare il consulente di etichetta (si fa, non si fa), ma non è quello il suo ruolo primario.
La cosa dovrebbe risultare sufficientemente chiara, ma non manca di generare qualche confusione. In particolare, i paladini del buon parlare e del buono scrivere sono vittime di diversi malintesi: confondono la sgrammaticatura con l’agrammaticalità, sovrappongono il concetto di «bello» all’idea di «corretto», scambiano le loro idiosincrasie personali per errori inaccettabili. Soprattutto, considerano soltanto la dimensione normativa della grammatica, trascurando colpevolmente quella descrittiva, che è come se pretendessimo, per tornare alla similitudine di prima, di illustrare a qualcuno le regole del calcio senza avergli preliminarmente spiegato che si gioca con un pallone.
Questo sbilanciamento verso una grammatica di tipo normativo deriva, come accennavo nell’introduzione, da una diffusa preoccupazione per le sorti della lingua italiana. Una preoccupazione senz’altro lodevole, come lodevole è l’impegno per cercare di contribuire alla salvaguardia di qualcosa che, nel bene e nel male, è quasi l’unico retaggio di un’identità comune. Solo che quando i signori di cui parlavo prima si mettono a tempestare le redazioni dei giornali di lettere indignate e apocalittiche sul destino dell’italiano, a creare associazioni per la difesa del congiuntivo o del pronome dativo «loro» (su Internet ne esistono varie), e a trillare come metal detector impazziti ogni volta che rilevano un congiuntivo mancato a meno di due metri di distanza, rischiano di apparire – come dire? – un tantino integralisti.
Così integralisti da diventare – scriveva sempre Giovanni Nencioni – «più cruscanti della Crusca», cittadini di un «paese iperreale» (questa invece è di Stefano Bartezzaghi) in cui la grammatica della gente comune è, almeno nelle velleità, molto più rigida di quella che propongono i linguisti di mestiere.
Un catalogo ricco e variopinto di tali velleità è rappresentato dai quesiti inviati alla «Crusca per voi» (la rivista di consulenza linguistica editata fino a qualche anno fa dall’Accademia della Crusca) da cultori e appassionati a vario titolo della lingua italiana, che si rivolgono al grammatico come ci si potrebbe rivolgere al dottor House o a Nostradamus, ottenendone però risposte non sempre all’altezza delle loro aspettative iper-puriste.
Ecco alcuni esempi di tali quesiti:
«Si può cominciare un periodo con ma o però?»
«Perché non si insegna a sostituire alle forme scorrette degli imperativi fai, vai, dai, stai le corrette forme grammaticali fa’, va’, sta’, da’?»
«Dicendo ‘in casa di X ci sono dei bei quadri’ non si raddoppia l’indicazione del luogo perché ci significa lì?»
C’è quello che domanda, quello che condanna e quello che avanza proposte. C’è quello che vagheggia una lingua bella, quello che la pretende corretta, e quello che si accontenterebbe che fosse quantomeno logica, suggerendo allo scopo soluzioni improbabili come l’abolizione del verbo «suicidarsi», in quanto tautologico.
Il problema è che spesso nemmeno le spiegazioni e le rassicurazioni degli esperti riescono a tranquillizzare i neo-cruscanti, che si comportano come quelli che vanno dal medico perché vogliono sentirsi dire che sono ammalati e non si rassegnano fino a quando non ne trovano uno che certifica la loro malattia – vera o presunta – e li riempie di placebo.
Addirittura, come osserva Luca Serianni, c’è chi per eccesso di zelo (e di presunzione) critica gli usi linguistici degli stessi accademici, un po’ per il sommo piacere di prenderli in castagna, un po’, soprattutto, perché molti si ritengono altrettanto «abilitati a interpretare la norma grammaticale». Ora, immaginatevi la scena di un insigne storico della lingua costretto a replicare a un lettore della «Crusca per voi» che lo bacchetta per l’uso troppo parsimonioso delle maiuscole (tutto vero). Ho provato tra me e me a figurarmi situazioni simili: un giocatore di calcio che ammonisce l’arbitro; un alunno che porta il professore dal preside; mio figlio quando si mette a spiegarmi i film che vediamo insieme; un proprietario di reti televisive che si lamenta perché i suoi stessi telegiornali ce l’hanno con lui. Poi mi è venuto in mente che tutte queste situazioni le ho vissute (il prof portato dinanzi al preside da un alunno ero io) o viste su YouTube, e ho capito che nessuna evocava in me un’idea di rovesciamento della realtà e dei ruoli più vivida di quella dell’anziano linguista accusato di eccessiva modernità da uno sbarbatello (nel senso dell’esperienza) amante delle lettere, in particolare, appunto, delle maiuscole.
A questo punto sorge spontanea una domanda: ma se i neo-cruscanti sentono una necessità così imperiosa di stabilire una norma univoca, e se nello stesso tempo non si fidano del tutto dei linguisti di professione, considerati troppo lassisti e inutilmente eruditi, a quale autorità in materia, a parte il loro sentire, si rimettono? La risposta ce la suggerisce di nuovo Luca Serianni:
Il lettore della «Crusca per voi» è sensibile all’autorità di dizionari e grammatiche, ma in primo luogo (...) alla norma linguistica interiorizzata, così com’è andata stratificandosi non tan...

Indice dei contenuti

  1. Introduzione
  2. 1. Totem e tabù
  3. 2. Senza «e» e senza «ma»
  4. 3. In principio era il soggetto
  5. 4. Dislocazione fatale
  6. 5. Ora pro nomi
  7. 6. (Non) c’è di «che»
  8. 7. La congiuntura del congiuntivo
  9. 8. Puntini di vista
  10. 9. Ripetere, ripetere, ripetere
  11. 10. Trappole per Trap
  12. 11. Cose che capitano
  13. 12. Dove ti porta il predicato
  14. 13. Il complemento di fine e la fine dei complementi
  15. 14. Minima immoralia
  16. Ringraziamenti