1.
L’intuizione profetica di Giovanni XXIII
Quale fu l’idea di concilio che ebbe Giovanni XXIII? Fu un’idea «profetica»? Molto dipende dal senso che attribuiamo alla natura della profezia. Se con profezia intendiamo l’ascolto dello Spirito, che dà origine all’accoglimento nel cuore di un uomo della volontà autentica di Dio sul tempo che viviamo, e il coraggio, la parrhesìa, di annunciare agli uomini quanto è stato accolto nell’obbedienza all’ispirazione ricevuta, allora l’intuizione di papa Giovanni fu profezia che ancora ci interpella.
Questa intuizione trovò la sua espressione più esplicita e articolata nell’allocuzione introduttiva al concilio stesso, la Gaudet Mater Ecclesia che, come sappiamo con certezza, fu opera tutta ed esclusivamente sua. La storia della redazione di quest’allocuzione è stata già descritta attraverso uno studio delle carte personali di Giovanni XXIII e dà un risultato sorprendente: traduttori e consiglieri cercarono di attutire la forza dirompente di alcuni motivi nella forma inizialmente proposta dal papa. Così, ad esempio, un accenno implicitamente polemico alla lotta contro il modernismo è scomparso dalla versione ufficiale. E potrei ancora citare tanti altri esempi. Ma non credo che sia questo il cammino da percorrere, giacché esso provoca la nostra curiosità, ma rischia di oscurare i motivi di lungo corso del pensiero di Roncalli. Ritornerò alla fine, invece, su questo aspetto, sulla eccedenza della visione teologica di Angelo Roncalli rispetto ai consiglieri e traduttori dell’entourage papale, quando parlerò della lettera Mirabilis ille. Ma in primo luogo vorrei chiarire l’idea di concilio che papa Roncalli aveva in mente.
1. L’idea di concilio
È lo stesso Giovanni XXIII che ci aiuta a sintetizzare questa idea nel brano chiave della GME, che citerò per intero nel testo italiano distribuito dall’Ufficio stampa del concilio.
Riporto questa versione – l’unica che il papa in più occasioni ribadì come espressione fedele del suo pensiero – senza entrare nella discussione sulla sua normatività rispetto alla versione latina, per il semplice fatto che essa meglio rispecchia il tipico linguaggio roncalliano.
Il punctum saliens di questo concilio non è dunque una discussione di un articolo o dell’altro della dottrina fondamentale della Chiesa, in ripetizione diffusa dell’insegnamento dei padri e dei Teologi antichi e moderni, quale si suppone ben presente e familiare allo spirito. Per questo non occorreva un concilio. Ma dalla rinnovata, serena e tranquilla adesione a tutto l’insegnamento della Chiesa nella sua interezza e precisione quale ancora splende negli atti conciliari da Trento al Vaticano I, lo spirito cristiano, cattolico ed apostolico del mondo intero, attende un balzo innanzi verso una penetrazione dottrinale e una formazione delle coscienze, in corrispondenza più perfetta alla fedeltà dell’autentica dottrina, anche questa però studiata ed esposta attraverso le forme dell’indagine e della formulazione letteraria del pensiero moderno. Altra è la sostanza dell’antica dottrina del depositum fidei, ed altra è la formulazione del suo rivestimento: ed è di questo che devesi – con pazienza se occorre – tener gran conto, tutto misurando nelle forme e proporzioni di un magistero a carattere prevalentemente pastorale.
Giovanni XXIII propone quindi un concilio che rappresenti una ripresa non di questo o quel punto della tradizione cristiana, ma del suo complesso, per cogliere la sostanza perenne della dottrina cristiana e trasmetterla in una nuova formulazione. Ciò che egli chiede ai padri conciliari è un atto di paràdosis, di dar vita cioè a un evento di tradizione, che presuppone una reinterpretazione volta a distinguere il contenuto del messaggio dal medium espressivo. Egli identifica inoltre questo atto di paràdosis con la natura stessa del magistero, natura che ha un carattere «prevalentemente pastorale». Pastorale cessa quindi di essere l’indicativo di una pratica distinta dalla comprensione della dottrina stessa, per esprimere invece l’ermeneutica della dottrina in quanto discorso rivolto all’uomo nella storia. Questa visione si articola in una triade composta dagli stessi termini chiave usati da papa Roncalli: dottrina, sostanza, rivestimento/formulazione. Solo la comprensione esatta di questi tre concetti, secondo il senso che ad essi dava Roncalli, ci fa comprendere il carattere eminentemente pastorale del magistero della chiesa, di cui il concilio è la massima espressione. Ma per raggiungere questa comprensione è necessario conoscere a grandi linee la teologia sottesa a questo linguaggio, che si allontana da quello comunemente usato nella vulgata dei teologi e dello stesso magistero.
Il luogo privilegiato per studiare questa teologia è costituito, a mio avviso, proprio dalle omelie del vescovo Roncalli prima (sia negli anni del servizio diplomatico che in quelli del patriarcato veneziano) e del papa dopo (seppur in primo luogo sempre vescovo). Manca purtroppo uno studio teologico adeguato dell’omiletica roncalliana, che ne analizzi i registri linguistici. Un compito questo molto vasto, già dal punto di vista quantitativo. Io mi debbo limitare quindi alla sua produzione più squisitamente dottrinale, a quella cioè dove si esprime in maniera diretta e primaria il vescovo dottore della sua chiesa. Questo compito è tuttavia complicato dal fatto che Roncalli fu un papa e, per ciò stesso, gran parte dei documenti da lui firmati e approvati non furono propriamente una sua creazione personale. Sarebbe difficile accettare, per esempio, che anche encicliche come la Mater et Magistra o la Pacem in terris possano essere considerate come testimonianza del suo magistero nel senso più specifico dell’aggettivo «suo». Esse furono produzione di tecnici della questione trattata. Il papa firmandole si assunse senz’altro la responsabilità delle affermazioni, con ogni probabilità poste già da lui stesso ai tecnici come tema da sviluppare, e certamente richiese precisazioni e correzioni. Ma le encicliche non riflettono il suo teologare, a meno che non consti il contrario, non si dimostrino cioè effettivamente frutto della sua stesura personale, con l’impiego delle immagini e dei concetti da lui prediletti. Nell’ambito di questo contributo debbo quindi ulteriormente limitarmi all’analisi di quattro documenti, scelti qui in base a due criteri: per la loro provata autenticità e per lo spessore oggettivo del loro contenuto; essi sono: la lettera pastorale del 1956, scritta come patriarca di Venezia, nel quinto centenario della morte di Lorenzo Giustiniani; l’annuncio del concilio ai cardinali; l’allocuzione di apertura del concilio Gaudet Mater Ecclesia; la lettera Mirabilis ille episcoporum coetus, inviata a tutti i vescovi nell’epifania del 1963, dopo la conclusione del primo periodo conciliare. Il concetto chiave mi sembra proprio quello di «dottrina».
2. La dottrina
Il termine appare in connessione strettissima con la concezione roncalliana del ministero del vescovo e del prete. La connessione, nella lettera sul Giustiniani, viene formulata con una citazione del canone 2 del Niceno II: «La sostanza [nel testo greco: ousia, che la traduzione latina rende con substantia] del nostro sacerdozio sono le dottrine che ci furono divinamente trasmesse». L’argomentazione di Roncalli parte dalla citazione di 2 Tim 3, 15 e 1 Tim 4, 3-16, che egli interpreta seguendo van Est: «Così commenta l’Estio, così sino dal secondo concilio di Nicea [can 11, ma leggi II] si era convenuto».
Se la sostanza del ministero è la trasmissione delle Scritture, a loro volta esse sono intese e lette non nel senso dell’esegesi scientifica, ma nel loro uso credente e liturgico. Le Scritture sono cioè mediate dalla quotidiana meditazione personale e dall’attualizzazione liturgica. Più concretamente, le Scritture sono il Messale e il Breviario, poste in continuo rapporto con il calice dell’eucaristia. In particolare, sempre nella lettera pastorale su Giustiniani, la Scrittura si identifica con il testo pregato. Il patriarca spiega con semplicità questo nesso ai cristiani di Venezia: «Della Bibbia voi sentite parlare più volte. Vi sta innanzi sull’altare del Sacrificio Eucaristico, accanto al calice benedetto. Talora la vedete nelle mani dei vostri sacerdoti che ne scorrono devotamente le sante pagine in atto di sommessa preghiera: ecco il Breviario» (331).
Il nesso Scrittura-dottrina è tuttavia abbastanza complesso e si presenta in almeno due varianti principali. Per un verso infatti si dice che «Il Messale e il Breviario sono sostanza viva di dottrina perfetta» (331). Qui il rapporto tra la Scrittura pregata e la dottrina sembra quello dell’identità. Ma si dice anche che Lorenzo Giustiniani «alla Scrittura [...] attinse l’alta dottrina da lui profusa» (330). La tensione tra le due visioni è sciolta quando viene precisato che questa dottrina attinta alla Scrittura è «come polla scaturiente dalla immensurabile ricchezza della sapienza divina» (330). Dottrina attinta e dottrina originaria sono quindi ambedue dette «sorgente/polla». Questo crea qualche problema, sul quale ritornerò più avanti. Adesso mi preme invece chiarire la concezione della Scrittura come testo pregato e il suo rapporto con la dottrina.
La Scrittura identificata con il testo pregato del Breviario e del Messale, da una parte, e dall’altra il calice, che i fedeli vedono appaiati sull’altare, costituiscono un binomio che ha accompagnato sempre la pietà e la predicazione di Roncalli fin dai primi anni. Il binomio Messale-calice costituisce infatti una delle costanti di lungo periodo della sua sensibilità sacerdotale. Almeno una volta Roncalli addirittura scioglie nel Messale la rigida dizione del «depositum fidei», trasformando così il concetto teoricamente fissato nell’alimento quotidiano della vita cristiana. «Il Messale è il deposito della sacra dottrina, Antico e Nuovo Testamento, dischiusa alla conoscenza delle anime, ad ammonimento quotidiano come in eco della voce stessa di Gesù: se vi piace aggiungete a risonanza e a cantico del cielo e della terra» (SD III, 343).
La Scrittura pregata nella chiesa è quindi a un tempo sorgente della dottrina e dottrina essa stessa. Di essa si dà una sostanza distinta dal rivestimento letterario, per riprendere la nota affermazione che papa Roncalli fece in GME sulla necessità di distinguere la «sostanza del ...