Diario di una mamma in pappa
eBook - ePub

Diario di una mamma in pappa

  1. 160 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Diario di una mamma in pappa

Informazioni su questo libro

Diario di una mamma in pappa è un viaggio tra emozioni, dubbi, qualche vittoria di una madre inesperta alle prese con l'appetito della sua piccola Mangiacarote. Ma è anche un nutriente diversivo per la ragazza, la donna, la femmina che c'è dentro ogni mamma. E di cui è salutare non dimenticarsi mai.

Forse siete diventate madri dopo il primo sguardo al test di gravidanza; avete subito capito cosa fare e come riorganizzare la vostra esistenza meglio di wonder woman. Beate voi. Se invece vi siete accorte di essere diventate mamme solo dopo mesi dalla nascita del fagottino; se le pappe per voi sono una formula alchemica e vi è pure venuto il gomito dell'imboccatrice; se ormai il suono della mail èil diversivo più eccitante di tutta la vostra giornata; se ogni tanto rimpiangete l'ufficio; se la prima volta che siete uscite di nuovo la sera, vi siete addormentate con la cannuccia del cuba libre in bocca; se ora in palestra vi sentite delle marziane e per voi trentotto di febbre vuol dire relax; se vi tocca disquisire sui cibi da femmina e i cibi da maschio; se vostro figlio odia le verdure e urla "Mi t'ingollo!" alla bistecca, nonostante le buone maniere che impartite, allora questo diario è per voi.
La mamma in pappa: la sua inadeguatezza e instabile emotività, la sua assurda voglia di diventare madre, continuando a essere quella di prima. Un po' come voi.

Domande frequenti

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Informazioni

Seconda parte. Da 14 mesi a 2 anni e 5 mesi. Indipendenza & Co

Il giorno dell’indipendenza

Età di Mangiacarote: 14 mesi
Stato d’animo della mamma: sul Titanic
Il passaggio dal mangiare prima degli adulti al mangiare con gli altri componenti della famiglia richiede tre inevitabili abilità:
– brandire il cucchiaio,
– affondarlo nel cibo,
– portarselo alla bocca.
Questo è quello che dice sempre dottoressa Clint. Però non dice solo questo; più o meno dice anche Sentirà di mamme che partono chiedendo gentili: Amorino patato, vuoi provare da solo? e finiscono col legargli il cucchiaio al polso; sentirà di bambini che pensano di essere stati abbandonati a loro stessi e piangono come fontane, oppure scagliano tutto per terra. Qualcuno le racconterà di convulsioni, rifiuti, urla ferine, e di un genitore con le occhiaie fino all’ombelico e la voglia pazza di accendersi una sigaretta appoggiando il gomito al seggiolone. Lei non li ascolti, vada per la sua strada.
Dottoressa Clint ha lo sguardo scintillante di chi ti ha detto che se vai in Vietnam hai otto possibilità su dieci di prendere la malaria e morire, ma anche due possibilità che tutto questo non succeda e, se proprio ci devi andare in Vietnam, è meglio non pensarci. E infatti sono settimane che non ci penso proprio, che non mi figuro neanche un tentativo, che faccio spallucce e dico che fare come gli struzzi e mettere la testa sotto la sabbia è una pratica zen.
Ieri, una giornata di novembre e un temporale alla The Rocky Horror Picture Show.
Mangiacarote è lì in cucina con me, seduta sul seggiolone, il suo piatto di purè davanti. Mi sono svegliata con un umore tardo adolescenziale e non riesco proprio a concentrarmi. Il senso di leggerezza che si è impossessato di me mi fa librare, fa disperdere la mia attenzione in mille direzioni: sono una madre allo stato gassoso.
Tra un mestolo e un piatto da impilare, mi viene in mente che la settimana prossima c’è un concerto di De Gregori, e De Gregori è stato il primo cantante di cui ho imparato le canzoni e il primo concerto del liceo, visto sopra le spalle dell’inseparabile amico Jacopo. E anche se l’amico Jacopo vive e lavora in America ho voglia di scrivergli, di chiedergli delle sue bambine, di proporgli un amarcord tutti insieme la prossima volta che verrà in Italia. Nel frattempo ho acceso il computer e ho avviato Titanic. Sto ballando in cucina, sto cantando, mi sto immaginando ragazzina con la maglietta della Fruit of The Loom. Mi sono dimenticata di Mangiacarote.
Quando mi giro ha il cucchiaio in mano.
Non mi degna di uno sguardo, è concentratissima: lo porta alla bocca. Il purè è ovunque, arrivato fino al pavimento dell’anticamera; ma lei, sulle note di Titanic, sta mangiando da sola come se nulla fosse.
Oggi.
Questa volta faccio finta d’ignorarla.
Mi siedo in cucina col mio portatile dopo averle messo la pappa sul seggiolone. “Tieni Mangiacarote: è tutto tuo!”
Intanto apro il computer. “Devo rispondere a delle persone. Tu mangia, non ti preoccupare.”
Lei mi tira un’occhiata fugace, prende il cucchiaio e fa delle prove di collaudo producendo rombanti UAUAUA. Poi procede tranquilla. Io intanto mi mando una decina di mail con scritto Sì, sì, sì!
È il suo secondo giorno d’indipendenza. La colonna sonora è De Gregori. Alla fine del pranzo, mi alzo e faccio il gesto noncurante di darle io l’ultimo boccone. Si acciglia, come se fosse la prima volta che mi vede fare quella cosa da orrenda mamma tirannica.
Subito mi strappa di mano il cucchiaio di plastica. Ha una forza inaspettata. Allora io (patetica) mi chino, e con intonazione sdolcinata chiedo un po’ di pappa imboccata da lei. Niente. Ricevo un categorico: “No, mio”.
Aggrotto la fronte e penso: egoista, egoista e accentratrice. Tutta sua madre.
Dare per scontato che sappia mangiare e che mangiare è affar suo, anche se il tutto è avvenuto inconsapevolmente, le ha fatto credere nella propria capacità di saperlo fare. Chi crede di poter fare una cosa, la fa, mi diceva sempre mio padre quando ero una ragazza, anche se il cibo non c’entrava nulla.
Devo frenare l’irresistibile desiderio di chiamare dottoressa Clint. “Il mio papà mi ha detto che...”

FUORI PAPPA. Il Testimone

Età di Mangiacarote: 14 mesi
Stato d’animo della mamma: spina staccata
Ieri sera a casa da sola. Mangiacarote a letto. Io: divano, copertina, tazza di camomilla. Su MTV danno Il Testimone, il programma di Pif. Non vedo l’ora di guardarlo dall’inizio alla fine. In questa puntata Pif fa un viaggio in Groenlandia. Ho sempre sognato di andare in Groenlandia. In realtà non succede molto, ma le immagini degli iceberg sono davvero bellissime.
La sera che Pif va a casa della sua guida per cena, gli ospiti cercano di insegnargli il groenlandese. Il groenlandese è una lingua impossibile, fitta e fredda come il ghiaccio, dove ogni tanto ci passa lo spiraglio tiepido di una vocale, ma solo ogni tanto. E poi anche in groenlandese si usa quella magnifica, meravigliosa parola che è mamma.
Sorrido. Faccio un sorso caldo di camomilla. Solo che mamma in groenlandese vuol dire pappa. Mamma = pappa.
Ma è un incubo!
Spengo la televisione. Vado a letto. Cerco di fermare i pensieri paranoidi. Spengo la luce. Cerco di dimenticare.

I loro bisogni

Età di Mangiacarote: 15 mesi
Stato d’animo della mamma: coprolalico
Prima o poi tocca a tutte, anche alle più pudiche: è la questione della cacca.
Tutto ha inizio con la domanda fredda e clinica della pediatra: “Come sono le feci?”.
“In che senso?”
“Colore, consistenza, frequenza.” Chissà perché mentre dottoressa Clint parlava, mi sono immaginata con la faccia immersa nel pannolino.
Una volta sdoganata, la cacca ha iniziato a comparire come esilarante in quasi tutti i discorsi di Mangiacarote, compresi quelli notturni nel lettone. Quando però non viene, viene troppo, oppure è bianca o troppo scura, fa preoccupare, instilla ansia. E, a quel punto, qualsiasi pudore o reticenza precipitano: la invoco, ne chiedo a tutti (maestre, nonni, zii); ogni tanto ne parlo al telefono con la migliore amica milanese (che poi, ho notato, non si fa sentire per qualche giorno).
A volte mi lascio prendere dall’entusiasmo: Che bella! Che bel colore! Che grossa! Per condividere la gioia faccio accorrere chi è a casa; oppure mi attacco al telefono. In casi estremi – è capitato solo una volta... ok, due – mando una foto dal cellulare.
Nei giorni di ansia analitica: Mangiacarote, si vede che hai mangiato verdure; Si vede che le carote e le zucchine ti hanno fatto bene, guarda lì. Oppure: Si vede che hai mangiato schifezze e la pancia è sottosopra, guarda lì.
E così Mangiacarote parla di cacca senza alcun timore, anzi.
Oggi siamo state a pranzo dai miei suoceri e davanti alla pappa della nonna, per un semplice legame di causa-effetto, Mangiacarote ha esclamato Cacca! Bella cacca!, sottointendendo che quella dovesse essere davvero una pappa coi fiocchi.
“Cacca! Bella cacca!”. Ma la nonna invece c’è rimasta malissimo. Si è offesa a morte. Sapevo che era tutta colpa mia, sapevo che me l’ero cercata, sapevo che avrei dovuto scusarmi, ma ho fatto finta di niente. Per punizione ho chiesto lo stesso papposo menu di Mangiacarote.

Parole parole parole (che non funzionano mai)

Età del Reginetto (grande amico di Mangiacarote): 3 anni
Stato d’animo di mamma & Co: ansia di controllo
Il Reginetto è un amico grande di Mangiacarote, suo ideale fratello maggiore. È un bambino buono e gentile che parla molto bene e capisce altrettanto bene. E vive vicino a noi. Lo abbiamo soprannominato così ieri dopo un disastroso pranzo a casa della sua famiglia.
Il Reginetto non ha mai avuto molto appetito, ma nessuno si è mai chiesto perché. Nessuno ha mai ipotizzato che il suo metabolismo forse è a posto così. Quando si siede a tavola cala il silenzio. La mamma lo guarda di sottecchi, il papà anche, la zia pure e così anche i nonni quando ci sono. E ovviamente lo guardano in quel modo anche i malcapitati invitati. Se il Reginetto non accenna a mangiare parte l’invito melodioso della zia, che diventa incoraggiamento della nonna, rimprovero della mamma, minaccia del padre. Padre che poi rivolge il suo sguardo incendiario alla madre, che invece guarda in terra.
Se quest...

Indice dei contenuti

  1. Prologo
  2. Prima parte. Da 5 a 13 mesi. Accorgendosi di essere diventata mamma
  3. Seconda parte. Da 14 mesi a 2 anni e 5 mesi. Indipendenza & Co
  4. Terza parte. Da 2 anni e 6 mesi a 3 anni. Farsi i gusti propri
  5. Quarta parte. Da 3 a (quasi) 4 anni. Parlare, giocare, mangiare