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«La professione mia è stata et è di littere et d’ogni scientia». Profilo di un imputato
Chi era quell’«homo piccolo, scarmo, con un pocco di barba nera, de età de circa 40 anni»1 fatto arrestare dall’Inquisizione di Venezia nella tarda primavera del 1592? Da dove proveniva? Cosa ci faceva nei confini della Serenissima? Malgrado l’enorme mole di studi condotta sulla vita e sul pensiero del maggiore filosofo del Rinascimento italiano, alcune domande rimangono aperte e resteranno tali forse per sempre.
Sussiste una circolarità tra la biografia di Giordano Bruno, l’interpretazione della sua opera e lo svolgimento del processo. La morte, questo «punto estremo in cui sembra concentrarsi e risolversi tutto il suo destino»2, ha inevitabilmente condizionato la lettura dell’esistenza e del pensiero di un filosofo destinato a diventare un vero e proprio mito, radicato nel profondo della coscienza europea. A partire da quel momento la cultura laica lo avrebbe esaltato come precursore del libero pensiero e il martire dell’intolleranza cattolica. La sua eredità intellettuale sarebbe stata letta, in questa «vulgata», come il lascito dell’affrancatore del pensiero dal dogma religioso e annoverata fra i momenti fondanti la nascita della filosofia moderna3.
Anche per queste ragioni, non è certo semplice abbozzare la storia di vita del Nolano fino al momento dell’arresto, nella Venezia oramai estiva di fine maggio 1592. Nonostante le ricerche condotte negli archivi dei quattro angoli d’Europa in cui, instancabile viaggiatore, visse e lavorò, la documentazione emersa rimane disperatamente scarsa. Molto di ciò che sappiamo si deve dunque, ancor oggi, agli atti del processo: a dichiarazioni fatte in una situazione niente affatto neutra, ove il filosofo aveva tutto l’interesse a smussare gli angoli più ingombranti del suo percorso esistenziale e a illuminarne altri, nell’auspicio che apparissero rassicuranti agli occhi dei suoi accusatori.
1. Un novizio irrequieto
Con grande fierezza Giordano Bruno legò la sua opera e la sua provenienza: l’aggettivo «Nolano» o Nolanus fu da lui impiegato per autodefinirsi o per definire la sua filosofia4. «La professione mia è stata et è di littere et d’ogni scientia», dichiarò ai giudici veneziani nella prima deposizione processuale, affermando al contempo che il suo nome di battesimo era Filippo e che era nato nel 1548 dall’uomo d’armi Giovanni e da Fraulissa Savolina5. Entrambi i suoi genitori, al momento del processo erano morti; né Bruno menzionò mai l’esistenza di fratelli o sorelle.
Alla fine del decennio successivo Filippo si era spostato a Napoli, per proseguire gli studi grammaticali in cui si era distinto nell’infanzia. Nella capitale del Regno spagnolo imparò «littere de humanità, logica et dialettica» e assisté alle lezioni dell’aristotelico Giovan Vincenzo Colle da Sarno. Ricorse anche a maestri che insegnavano al di fuori dell’università, tra cui il padre agostiniano Teofilo da Vairano. È probabile che qui assistesse, accalcato tra la folla, ai suoi primi roghi inquisitoriali: due dei quali furono accesi nell’immensa capitale partenopea il 4 marzo 1564, «con gran concorso di popolo»6. Furono in quell’occasione mandati a morte i nobili napoletani Gian Francesco Alois e Giovan Bernardino Gargano, al termine del secondo processo per eresia calvinista condotto dall’inquisitore Giulio Antonio Santori. Colui che, diventato di lì a qualche anno il cardinale di Santa Severina, un trentennio più tardi avrebbe guidato il processo aperto contro Bruno; con lo stesso, tragico esito.
Il Nolano prese l’abito da novizio domenicano nel giugno ’65. Scelse per sé il nome di Giordano in onore di Giordano Crispo, già priore del locale convento di San Domenico Maggiore e maestro di teologia e di metafisica. Entrando in convento, il diciassettenne si unì a una comunità di circa centocinquanta frati organizzati in forma «democratica», che prevedeva l’elezione diretta dei principali organi (maestro e capitolo generali, maestri provinciali, priori dei conventi) e il voto della comunità anche per l’ammissione dei novizi. Quella partenopea era probabilmente la più numerosa fra le comunità monastiche maschili di una città già di per sé turbolenta. Peculati, latrocini, ribellioni alla regola, fughe dal convento erano la norma prima e, a lungo, anche dopo le riforme tridentine; ciò accanto ai non rari casi di ferimenti, detenzioni di armi, omicidi, frequentazioni di prostitute all’interno delle mura conventuali che emergono dalle carte dei processi coevi istituiti dai padri provinciali7.
Se l’isolamento e la meditazione non erano dunque, di norma, la ragione principale che spingeva gli adolescenti ad abbracciare vita regolare, maggiore attrattiva dovettero esercitare – anche su Bruno – le autorevoli tradizioni intellettuali domenicane e la possibilità di conseguire un «lettorato», laurea abilitante all’insegnamento negli Studi domenicani. San Domenico Maggiore comprendeva il più importante Studium generale del Mezzogiorno. Senz’altro Bruno vi seguì il corso formale di teologia incentrato sulla Summa di Tommaso d’Aquino, il più prestigioso trattato medievale in materia, la cui influenza sulla filosofia cinquecentesca era ancora enorme. La recita degli uffici, l’esercizio del canto liturgico, lo studio delle Costituzioni e delle leggi dell’Ordine, la lettura dei libri devozionali e delle biografie degli uomini esemplari completavano il tempo di lavoro nelle ore diurne, interrotte dai pasti in comune e concluse da non molte ore di sonno.
Nel dialogo Cabala del cavallo Pegaseo, stampato a Londra nel 1585, Bruno avrebbe ricordato che nella comunità napoletana circolavano diversi testi di dubbia ortodossia: scritti «di ogni satiro, fauno, melanconico, embreaco ed infetto d’altra bile», di non meglio precisati «produttori di sogni» e «pappolate senza costruzione e senso alcuno», autori di «profezia grande, de recondito misterio, de altri secreti ed arcani divini da risuscitar morti, da pietre filosofali ed altre poltronarie da donar volta a quei ch’han poco cervello»8. Il Nolano offriva qui una gustosa satira della vita religiosa partenopea e italiana in generale; evidenziando al contempo la crisi del monopolio conoscitivo della filosofia scolastica presso gli Ordini religiosi. Con conseguente circolazione, nei conventi, di una letteratura cabalistica, filosofico-magica e alchemica, accompagnata da pratiche esoteriche, di cui emerge più di una traccia nei processi inquisitoriali.
Nel 1573 Bruno fu ordinato prete e di lì a due anni concluse gli studi teologici, superando brillantemente gli esami finali previsti. A fronte di questo percorso da studente modello, gli anni del noviziato avevano però messo in luce alcuni segni d’irrequietezza fatti oggetto di un’inchiesta disciplinare da parte del suo maestro, fra Eugenio Gagliardo. Come confessò nel 1592 agli inquisitori veneti, Giordano aveva in quell’occasione «dato via alcune imagine de santi, che mi riccordo che erano di santa Catherina de Siena, et forse di sant’Antonin, se ben mi riccordo, e retenuto solamente un crucifisso». Inoltre, una «scrittura» predisposta dal suo maestro in quell’occasione e poi, a dire di Bruno, subito stracciata, aveva registrato una provocazione da lui lanciata a un novizio che leggeva l’ingenua Historia delle sette alegrezze della Madonna: «havevo detto [...] che cosa voleva legger quel libro, che era meglio che leggesse la Vita de’ santi Padri o altro libro»9. Si tratta di avvisaglie di inquietudine religiosa in cui si è oggi più propensi a individuare gli effetti della lettura di Erasmo da Rotterdam, e della centralità del Cristo da lui propugnata10, che non i prodromi delle future manifestazioni ereticali.
2. La prima volta a Roma
Se crediamo a ciò che Bruno avrebbe detto nel 1585 a un suo confidente parigino, Guillaume Cotin, egli stava già, negli anni napoletani, coltivando una delle sue grandi passioni future: la mnemotecnica. Durante il pontificato di Pio V, e dunque tra gennaio 1566 e maggio 1572, il Nolano sarebbe addirittura stato chiamato a Roma e accompagnato in carrozza per recarsi dal papa e dal cardinale Scipione Rebiba, già titolare di un ruolo di spicco nel Sant’Officio, per insegnare loro l’arte della memoria. Se davvero accaduto11, questo episodio prefigurerebbe l’impiego da parte di Bruno delle conoscenze mnemotecniche – un sapere antico, ambito da principi e governanti – per ottenere influenti protezioni; una strategia che il frate mise in atto per tutta la vita, fino all’approdo finale a Venezia.
Verso la fine del 1575 il filosofo incappò nuovamente in una procedura intentata dai domenicani, fondata su elementi più gravi di quelli che avevano insospettito il suo maestro nel decennio precedente. «Il Provinciale [Domenico Vita] fece processo contro di me sopra alcuni articuli, ch’io non so realmente sopra quali articuli, né de che in particular», minimizzò Bruno più tardi di fronte all’Inquisizione veneziana; «se non che me fu detto che si faceva processo contra di me di heresia, nel quale si trattava di questa cosa del novitiato et altro». La vicenda dell’eliminazione delle immagini dei santi non si era dunque così facilmente chiusa e, di fronte alle nuove inquietudini del confratello, il padre p...