Telefonata all’ufficio stampa 1
“Pronto, buongiorno, scusi, sono Giuseppe Culicchia”.
“Chi?”
“Glielo ripeto, G-i-u-s-e-p-p-e C-u-l-i-c-c-h-i-a”.
“Come dice?”
“Aspetti, glielo sillabo, Como Udine Livorno Imola Como Como Hotel Imola Asti, Culicchia”.
“Culicchia?”
“Sì, sono un nuovo autore della casa editrice, mi passa l’ufficio stampa per cortesia?”
“La metto un momento in attesa”.
Me ne sto un momento in attesa. Sento Yellow Submarine.
“Sì pronto”.
“Pronto, buongiorno, sono Giuseppe Culicchia”.
“Chi?”
“Glielo ripeto, G-i-u-s-e-p-p-e C-u-l-i-c-c-h-i-a”.
“Come dice?”
“Aspetti, glielo sillabo, Como Udine Livorno Imola Como Como Hotel Imola Asti, Culicchia”.
“Ah, sì, Culicchia. Buongiorno, desidera?”
“Ecco, veramente io... volevo sapere... dato che il mio libro è uscito da quattordici giorni e non è ancora in classifica... secondo voi è possibile che mi invitino da Fazio a Che tempo che fa? Sa, tutti dicono che per vendere oggi sia necessario passare di lì...”
“Aspetti che le passo la capo-ufficio stampa”.
Aspetto. In sottofondo sento:
“C’è Culicchia”.
“Chi?”
“G-i-u-s-e-p-p-e C-u-l-i-c-c-h-i-a”.
“Come dice?”
“Aspetti, glielo sillabo, Como Udine Livorno Imola Como Como Hotel Imola Asti, Culicchia”.
“Ah, Culicchia. E che vuole?”
“Dice che il suo libro è uscito da quattordici giorni e non è ancora in classifica. Vuole andare da Fazio”.
“Pure lui?”
“Eh”.
“Me lo passi, va’”.
Sento un click. Sento i Carmina Burana. Vengo passato alla capo-ufficio stampa.
“Buongiorno, Culicchia. Sono la capo-ufficio stampa. Che posso fare per lei?”
“Buongiorno. Ecco, veramente io... volevo sapere... dato che il mio libro è uscito da quattordici giorni e non è ancora in classifica... secondo voi è possibile che mi invitino da Fazio a Che tempo che fa? Sa, tutti dicono che per vendere oggi sia necessario passare di lì...”
“Fazio invita solo i Nobel”.
Me ne sto un altro momento in attesa, del Nobel. Ma non arriva. “Ehm...” mi schiarisco la voce. “E invece... chessò... la Bignardi...”
“La Bignardi è molto... uhm... umorale...”
“E allora... magari... la Victoria Cabello...”
“La Cabello è molto... uhm... imprevedibile...”
“E allora chessò... un’intervista su Vanity Fair...”
“A Vanity Fair sono molto... uhm...”
Aspetto che finisca la frase.
Aspetto.
Aspetto.
Aspetto.
Poi mi rendo conto che deve essere caduta la linea.
No.
Ha proprio buttato giù.
La democrazia della Rete: insulti aggratis
Per carità: nel dorato mondo delle Lettere ci s’insulta da sempre, anche e soprattutto tra colleghi. Basti pensare al Dictionnaire des injures littéraires, pubblicato in Francia da L’Éditeur e segnalato da Fabio Gambaro su la Repubblica del 13 ottobre 2010, ovvero all’indomani delle articolesse sulla violenza degli hooligans serbi allo stadio di Marassi in occasione di Italia-Serbia. Il dorato mondo delle Lettere, quanto a violenza verbale, non è da meno dei seguaci della Tigre Arkan. Prendiamo uno scrittore raffinato come Jorge Luis Borges, a proposito di Oscar Wilde: “Un signore tutto votato al misero progetto di stupire con le sue cravatte e le sue metafore”. Karen Blixen su Charles Dickens: “Secondo me è noioso da morire”. Matthieu Galey su Roland Barthes: “Il fallimento più riuscito della sua generazione”. Ancora Galey su William Burroughs: “Il Buster Keaton dei paradisi artificiali”. Paul Claudel su André Gide, il giorno della morte di questi: “La moralità pubblica ci guadagna molto, quanto alla letteratura non ci perde tanto”. Un insospettabile Walter Benjamin su Charles Baudelaire: “Riunisce in sé la povertà dello straccivendolo, il sarcasmo del mendicante e la disperazione del parassita”. E poi Voltaire su Cartesio: “Un felice ciarlatano”. E ancora Voltaire su La Fontaine: “Il suo carattere era talmente semplice che nelle conversazioni non si mostrava mai al di sopra degli animali che faceva parlare”. E Jules Renard su Stéphane Mallarmé: “Intraducibile, perfino in francese”. E William Faulkner su Ernest Hemingway: “Non è mai stato famoso per aver scritto anche solo una parola che obblighi il lettore a consultare un dizionario”. Virginia Woolf su James Joyce? “L’Ulisse mi pare un libro rozzo e volgare”. Julien Green su Marguerite Yourcenar? “Una Sagan dell’antichità, un piedistallo senza la statua... quello che si scambia per marmo non è altro che strutto”. Quanto a Léon Bloy, ecco che cosa pensava di Arthur Rimbaud: “Un bambino che piscia contro l’Himalaya”. Non male, eh?
Oggi come oggi però vivaddio c’è la Rete. E se inserisci le parole “Rete” e “democrazia” su Google, il motore di ricerca più famoso del mondo risponde subito che “La Rete diventa una nuova metafora di democrazia”, specificando che grazie a essa “si allargano le possibilità di realizzare una democrazia del popolo”. Già. La Rete è una grandissima risorsa anche per chi scrive e desidera pubblicare: in fondo basta aprire un blog, cosa che almeno in parte supplisce alla mancanza di un editore. Ma non solo. Sempre stando a Google, che in materia dev’essere per forza di cose un’autorità, “la Rete, Internet, è per definizione uno strumento di delocalizzazione, in cui cadono i limiti dello spazio e del tempo e dove tutti i cittadini possono riunirsi, discutere e deliberare, come nella vecchia Agorà ateniese”. Sì, certo: solo che nella vecchia Agorà ateniese se insultavi qualcuno poi ti arrivava uno sganassone, mentre in Rete ci si insulta protetti dall’anonimato, e deve certo essere una gran soddisfazione. Perché grazie alla Rete si può parlare male di chiunque e far circolare qualsiasi cosa senza metterci la faccia. Tra i massimi esempi, in questo senso, i cosiddetti blog letterari. Chiunque abbia deciso di avere abbastanza tempo libero da avventurarsi tra le pieghe dei medesimi sa che le discussioni tra letterati e/o aspiranti tali molto spesso non rasentano l’insulto ma lo c...