Soldati dopo la guerra
“E questa era la prima prova: nel bosco, sotto il muschio, c’erano le perle, mille di numero, e si dovevan cercare; e se al tramonto ne mancava una sola, colui che aveva cercato impietriva...”
1.
Il 14 febbraio 2014, alle Stanze del Teatro Guglielmi di Massa, assistetti alla presentazione di un libro sulla storia della zona industriale apuana dal 1960 ai giorni nostri. Dietro il tavolo dei relatori, dalla metà del pomeriggio in avanti si succedettero diverse autorità del posto. Ma all’improvviso, imprevista come una penitenza, si mostrò ai presenti una persona di circa settant’anni, i vestiti inadatti all’occasione salottiera, che in modo concitato e dialettale chiese – e ottenne – il microfono. Di che cosa parlò, questo estraneo? Che notizie ci avrebbe portato?
In carica dal giugno dell’anno precedente il nuovo sindaco, un docente di storia economica col fisico da pinnacolo, slanciato e sottile, aveva avuto un ruolo anche nell’elaborazione del volume, e dopo i saluti e i convenevoli di rito aveva preso la parola per sottolineare l’impegno del giovane autore, un ricercatore che proveniva da un dipartimento, quello di Scienze politiche a Pisa, che poi era lo stesso del docente “prestato alla politica”. La sala che ci ospitava era stata restaurata da poco, e tra gli stucchi e gli specchi dalle cornici dorate il primo cittadino aveva tenuto una concisa lezione sull’importanza del polo industriale apuano e della cosiddetta “vocazione industriale” della provincia, che lui stesso, come sindaco e insieme docente di storia economica, dava per oggettiva, scontata, indiscutibile, in nome della storia, degli studi e della politica di cui lui, a sua volta, era in fondo erede e rappresentante; tale vocazione era poi ancora attuale nella misura in cui – aveva prudentemente concluso il sindaco, tra gli applausi – “sarebbe un errore pensare al manifatturiero come una stagione passata”. Dalla mia prospettiva, più o meno a metà dello schieramento di sedie e di schiene assiepate davanti al tavolo dei relatori, potevo vedere il resto del concistoro: insieme all’autore c’erano Patrizia Vianello, presidente di un’azienda di Carrara specializzata in controlli e in bonifiche ambientali nonché sponsor del volume; Achille Pardini, presidente del Consorzio Zia dal 1968 al 1987; Cesare Ugolotti, segretario del locale partito di maggioranza e attuale presidente del poltronificio; il sindaco dal busto svettante e Giuseppe Baccioli, presidente di Assindustria.
Dopo l’intervento del primo cittadino il bandolo della presentazione, tenuto dal giornalista Alessio Profetti, era passato a Patrizia Vianello, che aveva spiegato come la sua azienda fosse nata nel 1984, ancora nel pieno dell’attività del polo industriale, ma avesse trovato lavoro e impiegati prevalentemente in altre città, pur facendo base a Carrara. L’intervento della Vianello era degno di nota perché mostrava con chiarezza che l’interesse per i controlli e le bonifiche ambientali, nella provincia, era paradossalmente minimo. Paradossalmente, a questo punto, anche per la presenza di un’azienda tra le più importanti nel settore e nel contempo tra le meno operative in zona: “Da nessun’altra parte è difficile lavorare come qui a casa nostra”, la dirigente aveva dichiarato al giornale “La Nazione” due giorni prima, proprio in vista della presentazione. E quando le era stato chiesto di riflettere sull’economia provinciale aveva aggiunto: “Quando è stato istituito il Sin abbiamo pensato che per noi, specializzati proprio in ingegneria ambientale e campionamenti, si aprissero molte occasioni, ma non è stato così, e di lavori non ne abbiamo avuti. Al contrario, siamo intervenuti su casi analoghi a Livorno, Piombino, La Spezia, Manfredonia e ancora in tanti altri posti. Da qualche anno abbiamo preso anche commesse all’estero: in Croazia, Montenegro, Malta, Turchia e addirittura in Sierra Leone e da nessuna parte abbiamo avuto problemi come in Italia e, in particolare, qui a Massa Carrara. Nel mondo del marmo, per esempio, noi non abbiamo quasi nessun cliente”. La cosa non stupiva: nel mondo del marmo, come ai tempi della chimica, l’interesse per la compatibilità ambientale era un conclamato ossimoro. Per la Vianello, in ogni caso, la cosiddetta “vocazione industriale” della nostra provincia era tutt’altro che scontata, almeno nei termini in cui la si era conosciuta nei decenni precedenti, ovvero all’insegna della prevalenza dell’industria pesante. Anzi, a suo dire, se l’economia del territorio era riuscita a sopravvivere al collasso del polo industriale lo si doveva soprattutto alla forza dei piccoli artigiani, del lavoro di qualità e di alcune luminose eccellenze.
Nel prosieguo, tuttavia, nessuno riprese l’intervento della Vianello se non per rintuzzarlo. “Nel 1938”, ricordò il presidente di Assindustria, “avevamo meno della metà del reddito medio della regione. La zona industriale ha dato lavoro a diecimila persone”. Dopo la seconda guerra mondiale, si sarebbe succeduto un periodo di crisi di cui proprio il polo industriale avrebbe rappresentato la cura, portando fino a diecimila il novero degli operai nel 1975. “Lavoratori”, specificò Baccioli, “che riescono a migliorare la qualità della vita, a mandare a scuola i figli, a comprarsi una casa”. Da questa prospettiva, in effetti, anche la sparizione delle montagne e la contaminazione di acque e sorgenti poteva essere considerata, oggi come allora, in modo più tollerante. Proprio pensando ai tanti lavoratori sostenuti nel tempo, andava non solo difesa la stagione dell’industria pesante nel territorio, ma anzi occorreva rilanciarla – possibilmente con soldi pubblici –, dalla cantieristica al marmo. “A prescindere dalla vocazione”, era il suo convinto ragionamento, “la speranza dei giovani è il sistema industriale, ma bisogna trovare consenso, coerenza”.
Senza rendersi conto della gaffe linguistica, oppure speculandoci da par suo, Cesare Ugolotti chiosò: “È grazie alla Zia se la gente ha mangiato...”. E Achille Pardini fece cadere una puntualizzazione non qualsiasi: “Quando la Zia ha chiuso, i lavoratori sono stati accompagnati alla pensione...”, alludendo forse alla circostanza che non erano stati gli artigiani e la piccola impresa di cui chiacchierava la Vianello a salvare i lavoratori, né l’interesse di determinati imprenditori responsabili e solidali soltanto nei limiti del proprio tornaconto, ma la fiscalità generale nel regime della cassa integrazione, prevista da una classe dirigente che aveva in fondo saputo dimostrare di essere dalla parte dei lavoratori e della popolazione.
A quel punto la parola passò all’autore del libro, che parlò a volo d’uccello di molte cose note, meno note e notissime, limitando il conflitto tra salute e lavoro al solo capitolo dedicato all’esplosione dei serbatoi di Rogor della Farmoplant: per qualcuno era troppo.
2.
Quando il profilato si alzò dalla prima fila, dove sedeva, e in pochi istanti fu al tavolo dei relatori reclamando il microfono, ognuno dei presenti già sapeva in cuor suo che il protocollo era rotto, e la storia di un’ordinaria presentazione cambiata per sempre. “Si è parlato di tutto”, tuonò dal microfono, “ma non si è detta una parola sui malati di cancro, sul primato di morti che i signori di queste industrie hanno regalato alla nostra zona. Qui si parla di reindustrializzazione, si vorrebbe magari ricominciare da capo. Ma i nostri terreni, domando, chi li vuole? Sono marci. La terra apuana è avvelenata, l’ha baciata il diavolo”.
La radura di capelli grigi intorno alla fronte curva, l’esile montatura degli occhiali sul piroclasto al centro della faccia, flaccida e scavata come mollica rafferma, il vecchio ostentava la magra fierezza dei moribondi. Sulle prime, nessuno dei relatori seppe che fare: ristettero agghiacciati sulle sedie dagli alti schienali. L’uomo dal volto di spugna ne approfittò per andare avanti. Disse di chiamarsi Vittorio Manici, e di aver portato con sé il fratello Giancarlo, a cui lo legava lo stesso destino di ex operaio della Rumianca e di malato cronico. “Io sono stato operato di un tumore maligno ai polmoni, mentre mio fratello è costretto a sottoporsi alla Tac ogni tre mesi, perché gli sono state diagnosticate placche ai bronchi e ai polmoni causate dalla prolungata esposizione a composti arsenicali”.
A quel punto anche Giancarlo si era alzato e aveva raggiunto il fratello maggiore. Oggi settantatreenne, Vittorio aveva lavorato nella “fabbrica di veleni” per ventitré anni, dal ’61 all’83, mentre il sessantaseienne Giancarlo per quattordici, dal ’70 all’84, l’anno della chiusura. Il nervosismo tra i relatori era cresciuto, adesso aveva preso le sembianze di un parlottio continuo, fatto di rapidi scambi e colpi di tosse. “Visto che hai voluto scrivere un libro su un argomento delicato come il polo chimico”, Giancarlo Manici ebbe ancora il tempo di dire, rivolto al ricercatore che lo fissava, “avresti dovuto dar voce anche ai lavoratori, vittime dei veleni dell’industria, oltre che ai padroni delle fabbriche”.
In quella, l’addetto di sala colse l’attimo per spegnere il microfono. L’argomento era molto interessante, avrebbe spiegato subito dopo il moderatore, però la sede non era la più indicata per parlarne. Ma ormai era fatta: mentre la presentazione virava rapidamente sui titoli di coda, i giornalisti avrebbero seguito gli ex operai della Rumianca fino in strada, perché rilasciassero a loro le dichiarazioni e le denunce che gli era stato impedito di pronunciare. “Non ci hanno lasciato parlare nemmeno in consiglio comunale, quest’estate, per l’anniversario dell’esplosione della Farmoplant”, spiegò Giancarlo, prima di affrontare la scalinata che portava al piano terra: “Nessuno vuol sentire. La gente ha paura. Ma i familiari delle vittime dovrebbero unirsi in comitato e chiedere giustizia”. Più giovane e robusto del fratello, una cascatella di capelli grigi, lisci come i baffi dello stesso colore, Giancarlo era un fiume in piena: “Ci chiudevano dentro le famose ‘camere di fermentazione’ alle volte per un’ora intera: erano come forni in cui stavamo seminudi per le temperature elevatissime. Bisognava resistere e zitti, altrimenti ti licenziavano”. Nessuna protezione, nessuna precauzione o accorgimento, avevano famiglia e dovevano ingoiare. “Una volta ci ordinarono di scaricare un container. Ci fecero entrare uno per volta, con la mascherina da imbianchini e i guanti. Toccò a un compagno e quando uscì aveva il volto insanguinato. Pensai avesse urtato qualcosa. Fu il mio turno e quando entrai mi si annebbiò la vista, uscii che perdevo sangue dal naso, dalle ciglia, dalla pelle. Nessuno ci diceva nulla, capite? Chi doveva fare i controlli sanitari passava per gli uffici e poi se ne andava. Nessuno ispezionava i luoghi di lavoro. Mi ricordo che ci facevano mettere i pesci rossi nelle vasche d’acqua, ma quei pesci morivano poche ore dopo le verifiche. Di settecento operai, siamo rimasti in dodici, malconci”. Quindici anni di battaglie, per farsi riconoscere almeno l’invalidità permanente, e alla fine aveva ottenuto 4.500 euro di risarcimento per danno ambientale. E aveva mostrato i risultati di un’analisi epidemiologica iniziata nel 1996 dall’ospedale di Careggi e dall’Asl 1 di Massa Carrara, che confermava un eccesso di mortalità per tumore tra gli ex dipendenti della Rumianca dal 1950 al 1998, soprattutto a polmoni, vescica e fegato, donne comprese. Per non parlare del fatto che la contaminazione era ancora presente in tutta l’area dove la fabbrica sorgeva, mentre le sostanze cancerogene rilevate in falda avevano concentrazioni superiori anche ottocento volte rispetto ai limiti di legge. “Si tratta di dati storici”, aggiunse Giancarlo, “ma voi preferite non parlarne. Io e mio fratello, invece, siamo pronti a denunciare in procura gli scempi ambientali a cui abbiamo assistito”.
Mentre il più giovane rispondeva ai cronisti, ne approfittai per presentarmi a Vittorio, e gli chiesi un contatto telefonico con la promessa che lo avrei presto richiamato per approfondire la vicenda.
3.
Un paio di giorni dopo, quando ebbi l’opportunità di scambiare due parole in privato col maggiore, venni a conoscenza di fatti la cui gravità mi era del tutto inimmaginabile. Vittorio me ne parlò con un misto di rancore e fatalismo, frustrazione e desiderio di vendetta, rassegnazione e combattività difficile da riportare. La storia era tanto più tragica in quanto la “fabbrica dei veleni”, come Vittorio chiamava l’ex Rumianca, aveva distrutto l’esistenza di un’intera famiglia. Prima il padre, che morì nel ’50 col miraggio del posto fisso e di una busta paga più pesante di quella da tranviere, incarico che a un bel momento abbandonò per andare a lavorare alla linea di produzione dell’arsenico; e poi la madre, a cui venne offerto un posto di compensazione alla morte del marito, avvenuta al culmine di una lunga e dolorosa malattia. “Non ho mai capito il motivo”, mi confidò Vittorio, “per il quale mia madre abbia accettato quell’indegna proposta, né mai ho osato chiederglielo. Le cose succedevano perché così era scritto”. Poiché le morti incalzavano con l’incalzare della produzione, sempre in crescita dal dopoguerra in avanti, la dirigenza aveva assunto delle specie di “crocerossine” con l’incarico di passare da un reparto all’altro, durante le ore di produzione, per somministrare il latte agli operai. La bevanda aveva proprietà disintossicanti, e l’impiego delle infermiere si era reso necessario allo scopo di programmare con certezza le somministrazioni e di evitare che i lavoratori perdessero tempo nel disbrigo della procedura. “Mia madre accettò l’offerta e iniziò a trascorrere lunghi periodi in tutti i reparti, dai meno pericolosi ai più tossici”. All’inizio degli anni sessanta e del boom economico, uno stato di deperimento sempre più grave la costrinse a una serie di visite, al termine delle quali emerse la diagnosi di cirrosi epatica fulminante: aveva ormai il fegato divorato dai veleni. Cefalee, emorragie, debolezza cronica le impedirono, nel giro di pochi mesi, di continuare l’attività. Fu a quel punto che venne convocata e le fu proposto lo scambio con Vittorio: “Avevo vent’anni, era il 1960 e non ero partito soldato per la legge sul capofamiglia. Mi sentivo una forza, dentro, che non mi faceva minimamente pensare che avrei potuto morire come mio padre o ammalarmi come mia madre”. L’epica sfida contro la fabbrica e contro la morte aveva inizio: era grato al destino, anzi, che gli offriva la possibilità di sdebitarsi nei confronti dei genitori, diventando a tutti gli effetti quel “capofamiglia” che dall’età di sette anni, quando era morto suo padre, gli era capitato in sorte di dover essere. “Ricordo che con la prima busta paga versai, su insistenza di mia madre, l’acconto per l’acquisto di un televisore per guardare le Olimpiadi di Roma del ’60. Per le cambiali a saldo che firmai, com’era d’uso allora, il debito fu garantito dal mio stesso datore di lavoro”.
Lo stabilimento, nel frattempo, aveva diversificato e incrementato la produzione: nel giro di poco, al verderame, all’ammoniaca, allo zolfo e al “tomatone”, si sommarono nuovi tipi di diserbanti fra i quali l’“antierba totale ferrovie” e l’“antierba totale risaie”, destinati a un grande successo. Di conserva, anche il numero delle morti cresceva, tanto che gli operai cominciavano a parlare come niente fosse di questa “nuova malattia”, intendendo che si aggiungeva ad altre già conosciute – la spagnola, la polio, la tbc –, il cui ricordo era ben vivo tra la gente. Al fatalismo e all’ignoranza si aggiungevano la malia di una ricchezza a buon mercato, i molti piccoli agi che davano agli italiani una boccata d’aria fresca dopo i lutti e i sacrifici della guerra. La fabbrica partecipava al progresso in molti modi: il successo del diserbante “antierba totale risaie” causò, per esempio, il licenziamento delle mondine; il “tomatone” faceva crescere i pomodori in pochissimo tempo. Riduzione della manodopera non specializzata e “costruzione” di un’agricoltura adatta ai ritmi di scambio e di permanenza della grande distribuzione organizzata, che con la Supermarkets Italiani di Rockefeller (poi Esselunga) muoveva i primi passi importando il modello americano: così si sviluppava il paese, e con esso lo stabilimento e la sua capacità di assumere sempre più persone, fino ad arrivare – verso la metà degli anni sessanta –, alla ragguardevole cifra di ottocento occupati tra addetti e indotto.
I creativi delle formule, intanto, non trovavano pace, e dopo il successo ormai internazionale della produzione misero in campo due nuovi prodotti: la formaldeide e l’anidride solforosa. La prima era usata nelle costruzioni, nei prodotti di manifattura, come componente di colle e adesivi, come conservante per vernici o cosmetici, ma si poteva trovare anche in materiali d’uso comune, nelle stufe a gas o nel legno pressato che si usava per scaffalature e mobili. Causa di tumori nasofaringei, la sua lavorazione provocava irritazione alle mucose, agli occhi e al tratto respiratorio, insieme a nausea, reazioni allergiche e attacchi d’asma. Anche l’anidride solforosa era una sostanza irritante per gli occhi e il tratto respiratorio, oltre a risultare corrosiva. Usata per produrre acido solforico e solfiti per conservare vino e cibi, se inalata poteva causare edemi polmonari e morte. La morte, infatti, continuava a falciare amici e conoscenti, ma a parte l’incedere del tempo e il destino personale nessuno aveva, o dava, spiegazioni diverse: “Vivevamo e mangiavano in quella polvere, senza guanti né protezioni, come se niente fosse”. D’estate, soprattutto, era un tormento. Il sudore faceva infiammare e prudere la pelle già screpolata e corrosa dai veleni, mentre la gola bruciava appena aprivi bocca e la pelle assumeva un colore e un odore diverso, ogni volta, a seconda delle sostanze manipolate. “Ricordo una sera, al cinema, quando la gente fu costretta a uscire per colpa del mio cattivo odore e la programmazione saltò. Mi confusi con gli altri e uscii di corsa, temendo che si accorgessero che l’appestato ero io”.
Tenuto alla larga perfino dagli amici, con le ragazze pareva non esserci speranza. Aveva tuttavia dalla sua una condizione economica non disprezzabile, e quando Vittorio trovò la donna giusta, capace di comprender...