Di fronte alle forze incontrollate dei mercati globali, dobbiamo rivendicare la sovranità nazionale perduta o investire sull'Europa come spazio di convivenza e solidarietà? In questo brevissimo saggio, Zygmunt Bauman espone le ragioni storiche, sociali e politiche per le quali l'Europa, se vuole salvaguardare la sua cultura e la sua centralità nel mondo globalizzato, non può lasciarsi tentare dai richiami di xenofobia, sovranismo e nazionalismo identitario.

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EconomiaCategoria
Politica economicaOltre le nazioni
Nei sei anni trascorsi dalla pubblicazione di L’Europa è un’avventura, uscito nel 2006, grandi nuvole scure si sono addensate sul futuro dell’Unione Europea. Oggi è ancora più chiaro di allora che nessuna delle agenzie politiche esistenti/tramandate, nate al servizio di una società integrata a livello di Stato-nazione, è adeguata al suo ruolo, e che nessuna è abbastanza intraprendente da poter affrontare i vasti e seri compiti di oggi, e a maggior ragione quelli di domani. In molti paesi – persino in quelli più ingegnosi – i cittadini sono quotidianamente esposti allo spettacolo poco edificante di governi che per sapere se possono o non possono fare ciò che si propongono, e soprattutto ciò che i loro cittadini ardentemente auspicano e chiedono, guardano ai «mercati». Questi ultimi si sono ormai arrogati (non senza la connivenza, l’approvazione e il tacito o esplicito sostegno dei poveri e impotenti governi degli Stati) il diritto di stabilire il confine tra ciò che è e non è realistico. E l’espressione «i mercati» non è altro che una forma abbreviata per indicare forze senza nome e senza volto che nessuno sa dove abitino: forze che nessuno ha eletto e nessuno è in grado di richiamare all’ordine, mettere in riga, limitare, controllare, guidare.
La sensazione che prende piede tra la gente e si fa strada anche nell’opinione degli esperti è che i parlamenti eletti, e i governi che quei parlamenti costituzionalmente sono tenuti a indirizzare, controllare e dirigere, non riescano a fare il loro lavoro, come non ci riescono i partiti politici tradizionali, noti per smentire la poesia delle promesse elettorali non appena i loro leader assumono incarichi di governo e si trovano costretti ad affrontare la prosa, lo strapotere delle forze del mercato e delle borse, intoccabili e sottratte alle prerogative attribuite e/o tollerate negli organi e nelle agenzie di Stati-nazione apparentemente «sovrani». È qui che nasce l’attuale profonda crisi di fiducia, che si aggrava sempre più. Tramontata la fede nella capacità di agire delle istituzioni statali nazionali, viviamo un’era in cui le istituzioni non credono più in se stesse e si diffonde lo scetticismo sulla capacità di agire dei governi.
La nozione di sovranità dello Stato territoriale risale al 1555, quando, in occasione della dieta convocata ad Augusta da principi dinastici che cercavano disperatamente una via d’uscita, o almeno un qualche sollievo, dai lunghi, cruenti e devastanti conflitti di religione che dilaniavano l’Europa cristiana, fu coniato il principio cuius regio, eius religio, secondo cui è colui che governa a decidere la religione dei propri sudditi. La sovranità del principe, suggerita da quella formula e approfondita da Machiavelli, Lutero, Jean Bodin (nel suo De la République, pubblicato ventun anni dopo la pace di Augusta e straordinariamente influente) e Hobbes, comportava il suo diritto illimitato di proclamare e applicare leggi vincolanti per chiunque si trovasse nei territori soggetti alla sua potestà (variamente descritta in termini di influenza, egemonia o dominio). La sovranità alludeva a un’autorità suprema – indivisibile e non limitata da interferenze esterne – nell’ambito di un determinato territorio: fin dal suo ingresso nel lessico politico il termine fece riferimento a circostanze e prerogative definite e delimitate in termini territoriali. Come affermò Machiavelli, e come ribadirono dopo di lui tutti i politici degni di questo nome, il principe non aveva altri obblighi se non quelli verso la raison d’état – dove état alludeva esplicitamente e immancabilmente a entità territoriali definite in base ai propri confini. Come si legge nella Stanford Encyclopedia of Philosophy, «l’autorità sovrana viene esercitata nell’ambito di determinati confini e, per definizione, nei confronti di altri soggetti, cui non è permesso interferire nell’attività di governo del sovrano»: dove questi «altri» sono chiaramente altre autorità, anch’esse attestate su un territorio, ma sul lato opposto del confine. Qualsiasi tentativo d’intromettersi nell’ordine fissato dal sovrano sul territorio sottoposto alla sua potestà è dunque illegittimo e classificabile come casus belli: il trattato di Augusta si può leggere come atto di fondazione del fenomeno moderno della sovranità statale, ma contemporaneamente e necessariamente è considerato la fonte testuale della moderna nozione di confini di Stato.
Ci volle però quasi un secolo di spargimenti di sangue e di devastazioni per arrivare, nel 1648, all’accordo sulla «sovranità vestfalica», negoziato e sottoscritto a ...
Indice dei contenuti
- Nota dell’Editore
- Oltre le nazioni
- L’Autore
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