La pelle in cui abito
eBook - ePub

La pelle in cui abito

  1. 144 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

La pelle in cui abito

Informazioni su questo libro

«Sono nato in una casa senza porte. La sua forma è sempre stata quella di una U, che è una lettera simile alla O ma non è chiusa, permette di uscire ed entrare, abbraccia e tiene. Proprio come la mia casa, che accoglieva tutti quelli che vi entravano e uscivano a piacimento, come è nella tradizione africana.»

Un ragazzo di quindici anni si mette in viaggio dalla Costa d'Avorio per raggiungere l'Europa. Il suo nome è Kader Diabate. In questo libro ci racconta la fuga da casa e l'attraversamento del deserto, l'incarcerazione in Libia e il viaggio nel Mediterraneo, fino all'arrivo in Italia. Ma soprattutto ci racconta la sua voglia di libertà e la sua ribellione contro l'arroganza e l'ingiustizia degli uomini. Perché la sofferenza vissuta è diventata il carburante per alimentare la sua lotta pacifica, nutrita dalla passione per i libri e la cultura. Oggi Kader ha poco più di vent'anni. È un attivista per i diritti umani che rivendica la propria appartenenza a un popolo che non è solo quello d'origine ma anche quello di cui fanno parte tutti gli uomini e le donne privati dei propri diritti. Ha deciso di affidare la sua storia alla penna di un insegnante scrittore, Giancarlo Visitilli.

Domande frequenti

Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento.
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Perlego offre due piani: Essential e Complete
  • Essential è l'ideale per studenti e professionisti che amano esplorare un'ampia gamma di argomenti. Accedi alla libreria Essential, che include oltre 800.000 titoli di comprovata qualità e bestseller in vari settori, tra cui business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la sintesi vocale.
  • Complete: perfetto per studenti e ricercatori esperti che necessitano di un accesso completo e illimitato. Accedi a oltre 1,4 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete include anche funzionalità avanzate come la sintesi vocale premium e l'assistente di ricerca.
Entrambi i piani sono disponibili con cicli di fatturazione mensili, semestrali o annuali.
Perlego è un servizio di abbonamento a testi accademici, che ti permette di accedere a un'intera libreria online a un prezzo inferiore rispetto a quello che pagheresti per acquistare un singolo libro al mese. Con oltre 1 milione di testi suddivisi in più di 1.000 categorie, troverai sicuramente ciò che fa per te! Per maggiori informazioni, clicca qui.
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS o Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
Sì, puoi accedere a La pelle in cui abito di Kader Diabate,Giancarlo Visitilli in formato PDF e/o ePub, così come ad altri libri molto apprezzati nelle sezioni relative a Scienze sociali e Cultura popolare. Scopri oltre 1 milione di libri disponibili nel nostro catalogo.

Informazioni

Piedi
... di quando restare nelle situazioni
ha il senso del non fermarsi

Ho compiuto i miei primi viaggi, quelli di poca distanza ma di grande valore, con mio nonno: andavamo in giro per i villaggi in occasione di nascite, litigi, lutti. Inoltre, quando in alcune famiglie c’erano dei problemi, mio nonno doveva aiutare i contendenti a risolverli. Il viaggio, da subito, per me è diventato un modo per andare incontro alla vita e alla morte.
Viaggiando si fa sempre l’esperienza della solitudine, a prescindere se cammini in compagnia o sei da solo. Certo, stare insieme, condividere con gli altri i propri pesi e le preoccupazioni aiuta a dividersi il carico. Nel viaggio contano poco le parole, importanti sono i silenzi: chi viaggia, in genere, preferisce il silenzio e le lunghe pause, se è in compagnia. È indispensabile saper ascoltare senza giudicare, mi ha insegnato il nonno: chiunque incontri durante un viaggio o quando ti rechi in un luogo per risolvere un problema non devi mai colpevolizzare nessuno, perché questo implicherebbe un vincitore e un vinto. Piuttosto devi creare il bene, portare pace, e così quel tuo viaggio si differenzierà da qualsiasi naufragio.
Bisogna mettere in conto, comunque, che il viandante affronta sempre una strada ignota. Ma io tutto ciò l’avevo già vissuto durante i viaggi col nonno, attraverso quelli raccontati nelle favole, quelli immaginati e a volte sognati, dopo averli letti nei fumetti. Non avrei mai nemmeno potuto pensare a un mio viaggio-naufragio, durato mesi, ma che per me è stato come un’infinità di tempo, in cui ho perso qualsiasi coordinata temporale e spaziale. E se oggi penso al mio primo viaggio, quello compiuto dalla Costa d’Avorio al Burkina Faso, faccio fatica a metterli a confronto. E non solo per i cambiamenti climatici, per le stagioni che si sovrappongono o si risolvono in quell’unico tempo in cui il sole è stato nemico e compagno di strada. Perché in Burkina fa molto caldo.
Prima di partire ho contattato un mio amico attivista, ma lui non mi ha potuto aiutare, a causa del fatto che era perseguitato dalla sua famiglia per questioni di eredità. Comunque, sono riuscito a partire e ad andare per quattro giorni in Burkina Faso: ho visitato la tomba del mio mito, Thomas Sankara. In quella occasione, visitando casa sua, diventata un museo, ho potuto tastare le corde della sua chitarra: suona ancora. Nella sua stessa città ho alloggiato a casa del mio amico Bukari. Mi ha ospitato nella sua stanza, nella casa in cui vive con i suoi genitori. Insieme, poi, abbiamo progettato di andare in Libia, per raggiungere suo fratello. Ho dovuto aspettare che Bukari si decidesse alla partenza, senza possibilità di cambiare idea: lui, come me, una volta partito, non sarebbe mai potuto tornare indietro.
In genere, quando si parla di noi migranti, o ci accusano di essere stupratori e ladri di lavoro altrui o, nel migliore dei casi, ci considerano utili per far progredire i paesi che ci accolgono, che altrimenti andrebbero incontro a mancanza di popolazione e di lavoratori. In realtà, mancano sempre di più quelli che dovrebbero prendersi cura degli anziani o quelli che devono raccogliere pomodori, arance e angurie, finché resistono sotto il sole. Ma l’unica possibilità per comprendere davvero la vita del migrante è ascoltare le voci di chi è rinchiuso nell’inferno libico, dove tutto è assolutamente scorretto, e non solo politicamente. In quel non luogo l’umanità ha smesso di esistere. Può far piacere che ci sia un certo buonismo nei nostri confronti, compresa la retorica dei porti aperti o chiusi, la necessità di mostrarsi umani. Ma prima e, ahimè, anche dopo tutto ciò c’è la Libia.
Nei giorni precedenti alla partenza ci avevano detto che la traversata del deserto per raggiungere la Libia si faceva in un solo giorno. È durata sette giorni. Come tanti, abbiamo pagato il viaggio a compagnie di trasporto di cui non si sapeva nulla, neanche rispetto alle condizioni delle auto su cui si sarebbe viaggiato. Solo all’ultimo momento scopri di cosa si tratta, compreso il carico. Ma anche dopo aver visto coi tuoi occhi non puoi decidere di tirarti indietro, pena la fucilazione. Per cui io e Bukari ci siamo ritrovati, insieme a tantissimi compagni, stipati su un pick-up che al massimo ne avrebbe potuti contenere dieci. Noi eravamo trenta. Seduti sui bordi, perché al centro c’erano le latte di benzina e i bidoni di acqua – solo sessanta litri, e chissà per quanti giorni – e i biscotti per i bambini. Loro, insieme alle donne, li abbiamo fatti sistemare al centro dell’auto, dov’erano un po’ più comodi. Sotto i piedi avevamo un bordo di legno come supporto per non cadere.
Abbiamo viaggiato per ore, senza possibilità di contarle: ci si poteva fermare solo quando il conducente era stanco o nel caso ci fosse stato bisogno di cambiare la pressione degli pneumatici, che dovevano aderire bene, a seconda della consistenza della sabbia. Perché il deserto, come la terra e il mare, cambia di passo in passo. Se qualcuno doveva fare i suoi bisogni doveva trattenere, anche perché il deserto è infestato dai pirati quindi ci si può fermare solo in determinati posti, più sicuri. Durante quella prima traversata io avevo ancora il cellulare. Fotografavo qualsiasi cosa: il sole, la natura, le dune di sabbia, che formavano figure straordinarie. Tantissime le tombe, riconoscibili dai copertoni consumati.
Non era difficile ascoltare i lamenti e i pianti, soprattutto dei bambini e dei più anziani, osservare i loro svenimenti. Kader, ce la faremo, insieme a tutti loro, riusciremo a sopportare le paure. Sii forte, stringi i denti. E stringevo lo zaino in cui avevo riposto ogni cosa che mi restava di più caro della mia vita. Su quel pick-up ci incoraggiavamo a vicenda, cercando di farci ombra, anche con la sola immaginazione. Con 55 gradi all’ombra sentivamo il cervello bollire. Ci si riparava il volto, ognuno con la propria maglia, perché il vento e il sole facevano il loro dovere. Quel poco d’acqua che avevamo come riserva ovviamente finì. Per rifornircene nuovamente ci si fermava in luoghi sicuri, dove non ci fossero pirati, e magari la vista di un pozzo era motivo di speranza, perché ci sembrava che ci stessimo avvicinando alla destinazione. Ma accanto a quei pozzi, sigillati con lucchetti e aperti per l’occasione, i mercanti vendevano l’acqua putrida, facendosela pagare quattro volte tanto, rispetto ai costi a cui eravamo abituati. In tanti preferivano bere quello che avevano pisciato poco prima in bottiglie quasi sciolte al sole. Anche nel deserto, che tanti credono immune dalla malvagità, esiste lo stesso mercimonio della dignità umana. E come può capitare di vedere un arbusto, cresciuto nella solitudine, fra la sabbia e l’azzurro, così è possibile la presenza di esseri umani spinosi e velenosi, privi di qualsiasi ritegno, fra tanta aridità.
Di uno di quei giorni infiniti non potrò dimenticare la visione di un albero, che ancora mi chiedo come facesse a sopravvivere. Ho imparato in Italia che voi utilizzate una parola bellissima, “resilienza”: quello era un albero resiliente. L’unica creatura “umana” e divina che abbia incontrato nel deserto: un tronco piccolo ma con rami maestosi e sparsi che ci facevano ombra e sembravano come le dita di una grande mano, la mano di qualche dio. Vedere ombra in quel luogo fu come aver trovato diamanti nel deserto. Ho sempre pensato che quell’albero fosse un angelo, pronto a darci una seconda vita. Sotto i suoi rami quasi tutti noi viandanti abbiamo cercato di aiutare un uomo anziano, che sveniva continuamente, non mangiava e non beveva da quattro giorni. Gli abbiamo dato un po’ di latte, che rovesciava senza trattenerlo. Il suo stomaco si era abituato alla stessa privazione del deserto. Lui era diventato deserto.
Avevamo saputo che, fra quelli che viaggiavano sull’altro pick-up – perché non si viaggia mai da soli, si è sempre parte di un corteo di auto in fila –, una ragazza non ce l’aveva fatta, un altro era caduto durante il viaggio. E in quel momento capivamo perché avevamo visto qualcuno che scavava con le mani nella sabbia: non era il miraggio di chi, come nei film, cerca acqua, resti oppure ori di popoli antichi: si scavavano fosse per seppellire i corpi dei loro fratelli e delle loro sorelle.
Quella notte non sono riuscito a dormire e, per l’intero tempo in cui avevamo sulla testa solo le stelle e il cielo, ho pregato Allah per ognuno di noi. Avevo fra le mani il rosario di papà e sotto la testa il tessuto di mamma, avvertivo la loro protezione. Il vento, insistentemente, per tutta la nottata, cantava il suo dolce suono. Una ninna nanna senza sosta.
A Gathron, una delle prime città della Libia, dopo il deserto, alla frontiera, abbiamo trovato i poliziotti. Sono rimasto molto colpito dalle loro azioni, non dettate dalla legge del luogo, ma da quella che evidentemente avevano dentro. I loro sguardi erano pieni di compassione: ci hanno dato biscotti e acqua, e il latte ai bambini. Dopo quelle sequenze, le ultime che ricordo umane, ho vissuto il peggior film della mia vita, non riconoscendomi neanche come essere umano.
Tutti, in quell’auto, non ci lavavamo da almeno sette giorni. Speravo si avvicinasse quanto prima il tempo per farlo. Mi sarei reso più accettabile anche a me stesso. Ma sulla strada abbiamo incontrato i pirati. E il destino ha voluto che rapinassero due di noi, perché l’autista non aveva soldi per pagare loro il pizzo e lasciarci andare tutti: i due “prescelti” siamo stati io e un altro ragazzo, Badra, vissuto nel mio paese ma originario del Burkina. Lui faceva parte di quel gruppo di rifugiati che avevano dovuto pagare il capo della moschea per trovar riparo in quel luogo dove, ora era evidente, Allah non aveva ascoltato le sue preghiere. Entrambi siamo stati presi e caricati come bestie nella macchina dei rapitori, che erano armati di kalashnikov, asce e coltelli. Erano tutti molto giovani: il più grande avrà avuto venticinque anni, gli altri erano minorenni. Indossavano i pantaloni della divisa militare e maglie usuali. Durante il tragitto ci hanno picchiato, ci passavano sulle labbra, sugli occhi e sulle orecchie la punta dei kalashnikov. Ci hanno portati nella prigione municipale: un casermone, pullulante di tanti prigionieri, abbandonato dopo la guerra del 2011 e da allora direttamente gestito da loro. Questo lo sanno tutti, compresi gli uomini e le donne europei che si ostinano ad affermare che in Libia è tutto sotto controllo.
Nella mia cella eravamo in quattro. Il bagno non funzionava, facevamo i nostri bisogni nello stesso luogo su cui eravamo costretti a camminare. Avevamo solo una bottiglia di acqua da bere, sporca. C’era una ciotola di riso per tutti, evidentemente cucinato almeno quattro, cinque giorni prima. Non cambiavano ciotola prima che la stessa porzione di colla di riso fosse stata mangiata per costrizione. Anche quella notte, per tutti noi, fu insonne.
All’alba arrivarono due uomini, evidentemente mandati da chi aveva gestito il nostro viaggio. Pagarono il pizzo e ci portarono in un’altra stanza, dove c’erano i nostri compagni di viaggio. Lì, finalmente, dopo sette giorni, potei lavarmi: avevo tanto atteso il momento di quella doccia... Feci fatica a capire che cosa fosse quello che cadeva dal mio corpo bagnato. Anche quell’acqua, sporca del viaggio, mi sembrava uno spreco, vedendola scolare e andare via.
Rimanemmo tutti nella città di Sabha per dieci giorni. Abitavamo tutti nella stessa casa, senza acqua corrente, e facevamo la colletta per comprare del cibo. Ci eravamo ridotti a una ventina, perché dieci, fra quelli che avevano viaggiato con noi, erano commercianti rimasti in Libia.
Poi siamo partiti verso Bani Walid, dove abitava il fratello di Bukari, il mio amico del Burkina Faso. Ci hanno divisi, ognuno per la propria destinazione, e siamo saliti su un’altra macchina: è stata fra le più terribili esperienze che possa ricordare. Tutti stesi, di nuovo in trenta, all’interno di un rimorchio, coperti da un telo di plastica consistente. Lì sotto l’aria era irrespirabile, il caldo insopportabile, il sudore e l’alito provvedevano a completare il quadro. Chi alzava la testa riceveva potenti colpi con bastoni di legno massiccio. Quelli che ci trasportavano dovevano dimostrare ai poliziotti – a cui naturalmente veniva pagato il pizzo per passare dal posto di blocco – che il loro carico consisteva in sacchi di cibo. Quell’interminabile viaggio, con la faccia appiccicata al ferro del rimorchio che batteva continuamente contro gli zigomi, di alcuni illividiti e di altri sanguinanti, è durato dalle 19 fino alle 5 del mattino. Quando ci siamo fermati abbiamo avuto solo il tempo di passare dal buio e dal puzzo tremendo di sotto quell’incerata all’incredibile posto in cui siamo stati letteralmente scaricati come bestie. Ci siamo ritrovati fra cammelli, cavalli e mucche, fra la terra, lo sterco e la paglia, doloranti per le bastonate al culo, con cui ci avevano invitati a scendere dall’auto. In quel non luogo siamo rimasti bloccati per tutto il mese di agosto. È l’inferno dove ho subito le peggiori torture e le più atroci sofferenze.
Si trattava di una stalla, trasformata in carcere, gestita da pirati che cambiavano sempre. La mattina ci mettevano sotto il sole, dall’alba fino alle 11, ci bastonavano, a seconda della gravità di quello che facevamo, anche se era difficile fare qualsiasi cosa, dal momento che eravamo tutti costretti a starcene inermi sotto un caldo che ci bruciava, non solo la pelle. C’è stato un ragazzo che si è ribellato e ha anche tentato di picchiare uno di quelli che lo bastonava ripetutamente. È arrivato un intero battaglione e lo hanno massacrato di botte. È stato in quel trambusto che qualcuno di quei bastardi, salendo con i suoi pesanti anfibi sulle mie scarpe, me le ha distrutte. Per giorni ho camminato scalzo. Le prime ciabatte le avrei ricevute a Reggio, in Italia. Quelle ciabatte le conservo, oggi, insieme al rosario, al tessuto e a quel che rimane degli oggetti che mi raccontano.
Durante quella prigionia dovetti convincere molti a non cedere e a non pagare il pizzo a quei disumani. Uno dei pirati si rese conto che parlavo diverse lingue e dialetti, mi chiamò e, dopo avermi dato da mangiare, mi chiese di diventare interprete. Da quel giorno in poi non ho subito più atrocità e ho cominciato a dormire nella stessa parte di prigione destinata ai capi. Ciò mi permise di aiutare a scappare tanti miei fratelli e alcune sorelle. Tredici di loro li ho resi liberi, anche se clandestinamente. Ma giunse anche il giorno in cui quei disonesti si accorsero di quello che facevo e i segni della loro bestialità me li porto ancora addosso. Sono stato massacrato. Con un coltello mi hanno tagliato sul petto, all’altezza delle costole. Sanguinavo, volevano che morissi lentamente, mentre mi chiedevano conto di quelli che avevo fatto scappare. Kader, più forte della morte è la tua dignità. Il bene fatto non si disperde mai. Me lo dicevo mentre un ragazzo poco più grande di me, tolta la sicura al kalashnikov, me l’ha puntato in bocca. Mi insultava, mi sputava e bestemmi...

Indice dei contenuti

  1. Pancia ... ovvero, del viaggio di chi fugge senza l’idea del ritorno
  2. Braccia ... di quando le pensi unite alla schiena, in realtà erano già ali
  3. Gambe ... ovvero, l’idea di volare, avendo sempre i piedi radicati alla terra
  4. Testa ... di quando ti accorgi che la cultura è il sale della terra
  5. Spalle ... di quando i pesi dell’esistenza irrobustiscono
  6. Occhi ... ovvero, di quando guardarsi è sentirsi bisognosi di sguardi
  7. Piedi ... di quando restare nelle situazioni ha il senso del non fermarsi
  8. Orecchi ... ovvero, dei silenzi che urlano pace
  9. Lingua ... di quando il sapore è una famiglia di gusti
  10. Mani ... ovvero, delle armi del coraggio
  11. Naso ... di quando l’odore della pelle lo tocchi
  12. Stomaco ... ovvero, del sentire dentro
  13. Reni ... di quando è necessario che il sangue non sia puro
  14. Ancora pancia ... ovvero, della possibilità di essere con-tenuti
  15. Cuore ... di quando comprendi il senso. Ovvero, ciò per cui val la pena di mettercela tutta
  16. Come è nato questo libro
  17. Ringraziamenti