
- 212 pagine
- Italian
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eBook - ePub
La società italiana dall'unificazione alla Grande Guerra
Informazioni su questo libro
«Fatta l'Italia, bisogna fare gli italiani», diceva Massimo D'Azeglio. «Fatta l'Italia...». Ecco il problema: l'Italia non esisteva ancora. La nuova unità, nata nel 1860 sulle ceneri degli antichi regimi, doveva ancora edificare molti degli strumenti essenziali per la vita economica e civile. Il libro ripercorre alcuni dei passaggi più significativi di questa 'impresa' e ricostruisce come l'Italia immaginata dai 'padri della patria' divenne, tra incertezze e delusioni, un paese reale.
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Informazioni
Argomento
StoriaCategoria
Storia del XXI secoloCapitolo primo.
La trama urbana
1. Le trasformazioni territoriali
Nel 1976, Alberto Mioni apriva il suo libro sulle trasformazioni del territorio in Italia dopo l’unificazione con questa considerazione:
L’Italia che vediamo non ha più di cent’anni. Il suo assetto insediativo e l’attuale organizzazione urbanistica del nostro territorio non sono il risultato di un’azione costante e omogenea, con lontane radici nel tempo: al contrario, i loro caratteri più significativi possono essere attribuiti all’opera delle poche ultime generazioni, che certamente si è innestata – e ne ha preso spunto – su un contesto urbano e territoriale precedente, ben definito e configurato – quello tradizionale del ‘bel paese’ e del ‘giardino d’Europa’ – ma che lo ha anche profondamente modificato, imprimendovi caratteri e ordinamenti funzionali nuovi, e soprattutto dando una nuova dinamica ai ritmi evolutivi dei processi che regolano i rapporti tra strutture sociali e strutture insediative1.
Guardando le città italiane dall’interno dei loro meccanismi di crescita e di sviluppo questo quadro di dinamismo è poco evidente. «La natalità e la fecondità nelle popolazioni urbane – è stato scritto – sono normalmente inferiori a quelle delle zone rurali; la mortalità è invece generalmente più elevata, fino ancora a determinare, non di rado, un saldo negativo del movimento naturale»2. Se si sposta, però, l’attenzione ai problemi dell’assetto del territorio e delle aree urbane, l’immagine diviene assai più complessa. Appare evidente che già nel primo ventennio unitario si realizzava una redistribuzione delle attività produttive e commerciali che modificava quasi completamente la geografia economica e sociale del paese. Si pensi alle diverse fortune di due città portuali, come La Spezia e Livorno, con antiche vocazioni commerciali. La prima, scelta dopo l’unificazione quale piazzaforte marittima e divenuta sede di un grande arsenale, in pochi decenni si trasformava in una grande città, come dimostra anche il vertiginoso aumento della popolazione, quasi triplicata tra il 1861 e il 1881. Livorno, invece, con l’abolizione, nel 1865, del porto franco, e il ritiro di quelle case commerciali estere che con le franchigie doganali avevano condotto lucrosi affari, vedeva progressivamente declinare il suo ruolo di snodo del traffico commerciale internazionale. E in più, priva di un vero e proprio territorio provinciale, costretta a dipendere per alcuni rilevanti uffici pubblici da Pisa e da Lucca, conosceva nel primo trentennio della sua storia italiana una fase di stagnazione, dalla quale sarebbe uscita solo successivamente attraverso lo sviluppo industriale3.
Antiche capitali, come Napoli o Modena, perdevano, con l’unificazione, molte delle funzioni che le avevano caratterizzate. Tra le diverse città, e tra le varie aree territoriali si disegnavano, anche per la rilevanza che alcuni centri andavano acquisendo, delle gerarchie completamente nuove, che sarebbero poi state ulteriormente consolidate dall’industrializzazione, dalla smobilitazione delle campagne, dall’ondata migratoria. Inoltre i centri urbani affievolivano, in certi casi spezzavano completamente, i vincoli che li avevano tradizionalmente legati ai propri comprensori agricoli. Le relazioni delle città con il mercato nazionale e internazionale diventavano progressivamente prevalenti rispetto a quelle con le aree rurali da cui avevano tradizionalmente ricavato le derrate alimentari. Il risultato più evidente era la formazione di «veri e propri sistemi urbani del tutto nuovi nelle fasce padane ai piedi degli ultimi rilievi e allo sbocco delle valli prealpine e appenniniche, e lungo le coste tirreniche ed adriatiche»4. E, quello che più conta, questi nuovi sistemi urbani stravolgevano completamente la maglia del vecchio ordinamento territoriale, che in breve tempo sarebbe stato quasi completamente cancellato. Questo processo di modernizzazione manteneva però in Italia un tratto peculiare che va ricercato, come si vedrà in seguito, essenzialmente nella creazione di un sistema di infrastrutture territoriali assai squilibrato, disegnato in maniera da sottolineare l’egemonia delle aree forti del paese.
Che trasformazioni così profonde siano state realizzate nell’arco di poco più di mezzo secolo, e per molti aspetti di un solo trentennio, ha qualcosa di straordinario, quasi di miracoloso, se si pensa come la nuova classe dirigente non avesse, nei primi anni di vita unitaria, che un’idea abbastanza vaga delle condizioni del paese su cui esercitava la propria autorità, che non si disponeva di un catasto uniforme che desse ai proprietari la sicurezza di un trattamento equo da parte dell’erario, che mancava perfino una carta geografica completa dell’Italia. Le ragioni che resero possibile un così vasto processo di trasformazione vanno ricercate in buona misura nell’urgenza con cui la classe dirigente volle – per così dire – appropriarsi del territorio, come dimostrano le numerose indagini conoscitive realizzate a partire dall’unificazione. Tra queste la più nota è certo l’Inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola, promossa dal Parlamento nel 1877 e conclusa con la relazione finale del presidente della Giunta incaricata dell’indagine, Stefano Jacini5.
Ma accanto alle indagini e alle inchieste venivano costruite istituzioni stabili per fornire informazioni più complete, e nello stesso tempo aggiornarle. Tra queste particolare importanza aveva l’Istituto Geografico Militare, creato nel 1872 per realizzare la prima carta d’Italia6. Contemporaneamente, sulla base di vecchie esperienze preunitarie o su modelli stranieri, venivano costruiti numerosi altri organismi per regolare, con principi spesso fortemente innovativi, la vita politica e civile del paese. L’organizzazione centrale e periferica della macchina statale andava assumendo efficacia e pervasività, grazie a una serie di istituzioni capaci di regolare le trasformazioni del territorio e delle aree urbane, e che già nel primo ventennio andavano assumendo caratteri stabili e duraturi: «i ministeri dei Lavori Pubblici, di Agricoltura, Industria e Commercio, della Marina, della Pubblica Istruzione ecc. con le loro Direzioni Generali e i loro Ispettorati, il Genio Civile, gli Uffici Tecnici provinciali e comunali, le università e le scuole professionali, le Camere di Commercio, gli enti per le esposizioni, gli uffici tecnici erariali, la Direzione Centrale di statistica»7.
L’Unità costituisce dunque un punto di riferimento fondamentale non solo per la cronologia politica, ma anche, e per certi versi in particolar modo, per le vicende economiche e sociali. L’unificazione nazionale rappresentava un vero e proprio spartiacque nella storia delle trasformazioni territoriali italiane «se non altro per il numero dei settori in cui essa ha agito e per l’ampiezza dei piani su cui si è svolta la sua azione innovatrice»8. La definizione, che si realizzava negli anni sessanta e settanta, dei capoluoghi di provincia, delle circoscrizioni fiscali, giudiziarie, postali, militari, scolastiche, sanitarie e quant’altro agiva prepotentemente sulle gerarchie urbane che erano state prevalenti nel periodo preunitario. Questa redistribuzione delle competenze nella gestione dell’amministrazione e della vita civile influiva enormemente sul peso specifico, sulla capacità di attrarre un consistente flusso migratorio dei centri della regione in cui erano inseriti e in qualche caso, ma solo in misura modesta, da altre aree del paese. Alcuni di questi, con l’attribuzione di numerosi dei poteri di coordinamento e di controllo stabiliti con l’accentramento, risultavano notevolmente potenziati, altri, al contrario, di fatto declassati9.
La dislocazione delle funzioni amministrative, però, non spiega tutte le trasformazioni che ebbero corso nel primo trentennio unitario. Una serie di cambiamenti erano infatti legati all’organizzazione di una più efficace rete di infrastrutture. In questo contesto il ministero dei Lavori Pubblici si configurava come un vero e proprio organo tecnico-politico rivolto alla costruzione fisica del mercato nazionale. L’elemento di maggiore novità fu la realizzazione di un moderno sistema ferroviario. La crescita della rete ferroviaria agiva prepotentemente sulle scelte degli insediamenti industriali, sulla riqualificazione, specie nel Mezzogiorno, delle pianure e delle coste, sulla marginalizzazione delle aree montane, sulla valorizzazione di specifiche risorse locali; tutti fattori che, alcuni prima altri dopo, avrebbero definito le coordinate generali su cui sarebbe cresciuta l’Italia ...
Indice dei contenuti
- Introduzione
- Capitolo primo. La trama urbana
- Capitolo secondo. La società rurale
- Capitolo terzo. Percezione della rendita e imprenditoria
- Capitolo quarto. I centri urbani: un laboratorio borghese
- Capitolo quinto. Gli universi familiari
- Capitolo sesto. Un improvviso bisogno di associarsi
- Capitolo settimo. Una unificazione difficile