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Si chiamava Giuseppe Talarico ed era un manciniano, cioè un seguace di Giacomo Mancini, che era anche stato segretario nazionale del Partito Socialista; ma a dire il vero, all’epoca tutti i socialisti calabresi erano manciniani, poiché Mancini era forte, faceva del bene, portava le strade, apriva le fabbriche, sapeva trovare una risposta ad ogni domanda, aveva intelligenza e bontà da vendere.
“La collera”, Rizzoli, Andrea Di Consoli
A vent’anni dalla morte di Giacomo Mancini, mi sembra giunto il momento di tracciare un quadro storico e biografico del politico calabrese che meglio rappresentò le ragioni della sua terra in un’ottica meridionalista e di difesa della democrazia.
Giacomo Mancini è stato un socialista che ha cambiato lo stato di molte cose. Non mancarono i difetti e le tare. Ma il saldo è a suo favore.
I calabresi che lo hanno incontrato nella loro vita, anche a distanza, incrociandone la sua politica continuano a dire: “Però ha fatto”, in nome di un senso comune che è un’appartenenza. Lui stesso si definì “un avvocato socialista del Sud” e infatti la sua figura di politico meridionalista merita di essere ricordata e costituisce un esempio per la classe dirigente attuale poco incline a sapersi rapportare con la sua Storia.
Quando ripenso a Giacomo Mancini, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente, mi torna in mente la sua casa di salita Liceo, Palazzo De Matera, oggi residenza di charme dell’omonimo nipote Giacomo Mancini e di sua moglie Michela Felicetti, nella quale, cosciente di essere arrivato all’ultimo momento della vita, il lunedì dell’Angelo del 2002, chiese di tornare. Quel luogo che, oltre a simboleggiare la sua lunga e prestigiosa esperienza politica al servizio del Paese, richiamava le nobili origini dei suoi avi, come appartenente a una famiglia dell’aristocrazia medievale di Cosenza.
Giacomo è morto in un luogo aulico e magico che custodiva duemila volumi, in gran parte di materia giuridica, del Seicento. Sono elementi che ne spiegano la figura di despota illuminato e anche il forte rapporto con intellettuali, artisti e cineasti.
In quella casa, alla storia materna dei De Matera si è accoppiata quella dei Mancini, originari di Malito. Il papà Pietro, padre del socialismo calabrese e meridionale, ministro della Repubblica, morì anche lui nella casa di Salita Liceo. Nel suo primo discorso alla Camera dei deputati tracciò un quadro molto preciso delle condizioni arretrate della Calabria che gli valse le congratulazioni di Giovanni Giolitti. Foto, oggetti, volumi si sono aggiunti nella casa di Salita Liceo giorno dopo giorno, Mancini dopo Mancini. Da quella libreria manca un prezioso volume, “Il breve trattato” del 1613 dell’economista cosentino Antonio Serra, di cui esistono poche copie originali, una celebre per essere stata sulla scrivania del presidente della Repubblica Luigi Einaudi donata da Benedetto Croce, e che fu venduta da Mancini al bibliofilo Marcello Dell’Utri per esigenze di denaro. Giacomo Mancini oltre al blasone e all’eredità politica ha lasciato qualche debito e poche ricchezze ai suoi familiari, tanto per ricordarlo a chi si riconosceva nei titoli del Candido di Giorgio Pisanò che lo definivano ladro all’apogeo del suo potere nazionale in una campagna denigratoria molto prezzolata.
Non è solo la campagna del Candido, che a distanza di decenni, non conosciamo nelle sue principali evoluzioni.
A vent’anni dalla morte di uno dei più grandi leader politici calabresi, ho deciso di scrivere sulla sua figura storica una sorta di pamphlet divulgativo con l’auspicio di riuscire ad arrivare anche alle giovani generazioni che non lo hanno conosciuto in vita ma anche di poter riaprire una discussione sulla Calabria e il Mezzogiorno.
Adoperando un linguaggio semplice e fonti certe, a volte inedite, ho affrontato diverse stagioni di una vita intensa che ha influito su molti cittadini e nella politica italiana.
Il rapporto osmotico con la sua Cosenza e la Calabria, l’influenza politica e aristocratica dei genitori, la militanza nella Resistenza mai ostentata e quella nel Psi che da giovane dirigente locale lo vedrà anche segretario nazionale non sono solo cenni biografici ma finestre della storia di un meridionale che entra a far parte della classe dirigente del centrosinistra, una delle stagioni più progressive della nostra Repubblica.
Per questo motivo mi sono soffermato sul suo ruolo di ministro, ponendo particolare attenzione al suo ruolo decisivo nell’introduzione del vaccino Sabin contro la poliomelite (quanto mai attuale in tempi di Covid). E uguale zelo di ricerca ho applicato alla Salerno-Reggio Calabria che realizzò ai Lavori pubblici provando a identificare alcune verità storiche sull’infrastruttura che meglio concorse a far uscire il Sud da un isolamento storico. La questione urbanistica, altro tema ancora oggi attuale, ho ritenuto di dover affrontare con nuova narrazione per comprendere riforme avviate e ancora bloccate.
Ho cercato di far comprendere anche che caratteristiche ha avuto il Psi nazionale a trazione Mancini e le differenze e analogie con quelle di Bettino Craxi, due figure, tra i principali personaggi del Pantheon di un partito che, tra contese e intuizioni, ha disegnato la nostra storia nazionale.
Mancini è stato un democratico nelle istituzioni e nel dibattito pubblico che ha combattuto con spirito leonino in una dura battaglia contro deviazioni e poteri forti che hanno attentato alla normalità italiana che fu spesso eccezionale. Di questo incastro fa parte la Rivolta di Reggio Calabria, il più grande moto urbano di masse violente, ancora non disvelato nella sua complessa genesi e archiviazione che vide Mancini come uno dei principali avversari nelle piazze e nel Palazzo.
Ho pedinato e sintetizzato il lungo e solitario percorso del politico calabrese, ligio ad un garantismo ineccepibile che ne fece il principa...