"La letteratura è un documento. Questo libro ricapitola gli ultimi cent'anni attraverso le voci e gli sguardi degli scrittori e delle scrittrici che erano vivi mentre quei fatti accadevano." Si apre così questa vertiginosa raccolta in cui Giacomo Papi intreccia trenta magnifici racconti italiani con una sua personale lettura del Novecento, fatta anche di statistiche, relazioni parlamentari, articoli di giornale. Leggeremo capolavori di Natalia Ginzburg, Primo Levi, Elsa Morante, Malaparte, Fenoglio o Ortese, e intanto scopriremo quanto costava un chilo di pane nel 1958 o quanto erano alti i soldati di leva nel 1940, quante case si costruirono negli anni Cinquanta e quante donne si laurearono nei Sessanta. Ascolteremo un transgender parlarci della sua vita in un racconto di Mario Soldati del 1929, conosceremo le prostitute spedite in manicomio nel Ventennio e andremo in gita con Fantozzi alla Fiera di Milano. Incontreremo autrici di grande interesse letterario, come Mura, Paola Masino, Anna Rinonapoli, Leda Muccini e Rosa Rosà.La Grande guerra, il fascismo, le leggi razziali, la Liberazione e la Repubblica, la riforma agraria, le fabbriche e gli impiegati, la legge Merlin, la mafia, il calcio, i computer, la pillola, il terrorismo, l'eroina, la valanga di Mani pulite fino alle navi cariche di migranti. Tutto questo, e molto altro, ha segnato il Novecento e continua a condizionarci perché fa parte di noi. E come in un film in bianco e nero che pian piano, mentre la pellicola scorre, diventa a colori, Giacomo Papi ci accompagna lungo il secolo fino alle tre profezie finali, dove appare il nostro presente.

- 448 pagine
- Italian
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Italica
Informazioni su questo libro
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Federico De Roberto
LA PAURA
Nell’orrore della guerra l’orrore della natura: la desolazione della Valgrebbana, le ferree scaglie del Montemolon, le cuti delle due Grise, la forca del Palalto e del Palbasso, i precipizii della Fòlpola: un paese fantastico, uno scenario da Sabba romantico, la porta dell’Inferno.
Non una macchia d’albero, non un filo d’erba tranne che nel fondo delle vallate: lassù un caotico cumulo di rupi e di sassi, l’ossatura della terra messa a nudo, scarnificata, dialogata e rotta. Gran parte delle trincee s’eran dovute aprire spaccando il vivo masso, a furia di mine: il monte delle schegge aveva dato il materiale per i muretti e il pietrisco era servito a riempire i sacchi-a-terra. L’acqua mancava del tutto e doveva essere trasportata a schiena di mulo, nelle ghirbe,1 insieme con i viveri.
Tuttavia i soldati s’erano accomodati anche lì e non parevano starci di peggio umore che altrove. Il posto era spaventoso, ma in compenso tranquillo. Ogni idea di altri sbalzi, da quelle parti, pareva deposta; poteva soltanto temersi che gli Austriaci volessero essi profittare delle loro posizioni più vantaggiose, e quindi occorreva stare molto attenti, segnatamente nel tratto avanzato del costone della Venzela, dal cui mantenimento dipendeva la saldezza della linea retrostante. Ma neppure i nemici si mostravano animati da proponimenti bellicosi, e a poco a poco s’era così venuto formando una specie di tacito accordo in virtù del quale nessuno dei due partiti dava molestia all’altro. Vigilanza incessante, ma non ostilità.
Il servizio più penoso toccava alla vedetta posta all’imbocco del canalone che andava a finire nella conca del Corbin: poiché solamente di lì i nemici potevano tentare una sorpresa, gli ordini portavano che quel passaggio fosse continuamente esplorato dall’alto, e precisamente dal punto già designato per la postazione d’una mitragliatrice alla quale si era poi dovuto rinunziare non essendo riuscito possibile mascherarla.
La piazzola, quantunque lontana soltanto una cinquantina di metri dalla trincea, ne pareva remotissima essendone distaccata del tutto: un certo tratto della linea d’accesso restava bene o male riparato da due muricciuoli formanti camminamento; ma più oltre, per la natura e la configurazione del terreno, non si era potuto improvvisare nessuna sorta di riparo, e l’uomo destinato alla fazione doveva avanzarsi carponi, insinuandosi tra le pieghe del suolo, fino a una radice di parapetto formato dalle sporgenze della roccia e rialzato alla meglio con sassi e sacchetti. Lì, durante due ore, in una posizione incomodissima, sotto il sole dei meriggi estivi e al gelo delle notti, la vedetta aveva la consegna di non perder mai di vista il fondo della forra.
Dirimpetto, a mezzo chilometro a volo d’uccello, la linea nemica; che poi s’accostava alla nostra verso sinistra, dalla parte del Lamagnolo, e quasi la radeva, a segno che se gli uomini di guardia avessero parlato la stessa lingua, avrebbero potuto attaccar discorso. E già qualche parola si veniva scambiando, laggiù: qualche pagnotta volava dai nostri posti ai posti austriaci, e qualche pacchetto di tabacco faceva la strada inversa, mentre ci stavano dinanzi truppe boeme, fin da allora poco disposte a lasciarsi ammazzare per i begli occhi di Casa Asburgo.
Ma improvvisamente la tranquillità fu rotta, al primo chiarore di un’alba d’agosto.
Nelle ultime ore della notte, quando il tenente Alfani era venuto col suo plotone a dare il cambio sul posto avanzato al plotone del sottotenente Moro, l’ufficiale che smontava aveva ripetuto al collega il consueto: «Nulla di nuovo». Collocate le sentinelle interne ai noti cinque posti, fatta cambiar la vedetta scoperta sulla piazzuola, assegnato il turno alle quattro squadre, Alfani si era affacciato un momento alla feritoia centrale.
Le stelle palpitavano nella metallica lastra del cielo staccante sulla terra nera, accasciata, appianata e come ripiegata sopra se stessa. La forca dei due Pali e le piramidi delle Grise disegnavano appena il loro orlo corroso dalle tenebre di contro alla massa informe del Montemolon: tutti gli altri accidenti dell’aspro paesaggio restavano avvolti nell’oscurità. Non una bava di vento, non un rotolar di sasso, non una luce umana.
«Borga» disse l’ufficiale al sergente, «prendi tu un poco il mio posto, intanto che vo a riposare fino a giorno.»
«Ch’el faga pur, scior tenent, e ch’el staga pur tranquill.»
Sonnecchiavano un poco tutti, sulla paglia dei ricoveri, sdraiati lungo le due scarpe della trincea e sulle banchine, e anche in piedi, con l’arma a fianco: tutti, tranne l’ufficiale in fondo alla tavernetta arretrata, nascosta alla vista del nemico, dove aveva sede il comando del reparto.
C’era venuto tante volte, Alfani; ci tornava ogni due giorni da due mesi, dacché lo avevano trasferito in quel settore dove la guerra stagnava; ma non si era mai sentito tanto nauseato in quella tana oscura e fetida, tanto a disagio su quel saccone che pareva pieno di patate, tanto stanco di quel servizio regolare e monotono più che in guarnigione, tanto logoro da quella vita da castoro, fra sasso e guazzo. Il pericolo era lontano; ma cento e mille volte meglio il pericolo, meglio le avanzate sotto il fuoco nemico, meglio gli urti contro i reticolati, meglio le ferite come quelle delle quali portava i segni sulla manica e i premii sul petto; meglio la morte in campo, che quell’inerzia snervante, quella sospensione nel vuoto, lo stillicidio di quel tedio, le mille punture dei disagi di tutti i giorni e di tutte le ore. Dormire, sì: egli voleva perdere la coscienza di se stesso, se fosse stato possibile; ma il sonno fuorviato non tornava, nel gelo di quell’antro la cui bocca cominciava a disegnarsi fra le tenebre: segno che la notte finiva, che un altro di quei giorni eternamente eguali cominciava a spuntare.
E le ondate dei ricordi e la turba dei pensieri e la ridda delle immagini lo travolgevano, nel silenzio che pareva pieno di tanti rumori: fluire di acque, cori di campane, mormorio di folle lontane: quando, ad un tratto… o no?… uno sparo, o un inganno del senso?… Ma sì: ecco: un altro, e altri ancora, tutti da sinistra, dalla parte del Lamagnolo!
Balzato in piedi, l’ufficiale accorse per l’ultimo braccio del camminamento dirigendosi all’ultima traversa della trincea.
«Dove hanno sparato?» domandò alla vedetta.
«Lontan de chi, scior tenente: là de bass, contra l’alter post.» Sopravvenne il sergente, col moschetto in mano, seguito dal capoposto.
«Hanno cagnato ’e truppe ’a chella parte» asseriva il caporale.
«Quii che smontaven avarien sentì!» obbiettava il sottufficiale.
«Hanno cagnato ’e truppe, signor tenente. Chelli Boemi l’avevano ditto, che non avressono sparato!»
«È possibile» mormorò l’ufficiale.
«Ma a st’ora chi, i proeuven contro i tignoeul2 i so cartucc, i cecchi del Cecco Beppo?… Chi l’è che podarìa cascià el nas?»
«Non se sa mai!»
«Vada un porta-ordini a vedere cosa succede.»
Ma, prima che il soldato si avviasse, uno degli uomini del posto di collegamento venne a portare un biglietto scritto con la matita, dove l’ufficiale lesse: «Ore 4 e 10. Comunico che dalla posizione antistante è stato aperto fuoco di fucileria senza effetto. Ma il fatto rivela un risveglio che richiede più attiva sorveglianza. – Marini».
“Magari!…” pensava Alfani, avviandosi al posto centrale, lieto che una qualunque novità lo traesse da quella mortificazione intollerabile; ed era ancora per via quando, come di risposta al pensiero suo intimo, echeggiò, sempre dalla stessa parte, il sordo crepitio d’una raffica di mitragliatrice, simile al lontano scoppiettare d’una motocicletta che serpeggiasse per le giravolte alpestri.
Un soldato, venuto fuori dalla buca e affacciatosi con le mani in tasca a uno spiraglio, canticchiò tra i denti:
Spunta l’alba del sette agosto,
scomenzia el fogo de fanteria…
«Ma non si perde nessun compagno!» gli die’ sulla voce l’ufficiale.
La seconda strofa avrebbe detto infatti:
Per le vette da conquistare
abbiam perduto tanti compagni,
tutti giovani sui vent’anni:
la sua vita non torna più!
Contento d’aver prevenuto il senso della tristezza espresso da quel canto, Alfani si affacciò alla feritoia che gli serviva da osservatorio, appuntando il cannocchiale sulla linea nemica.
Già troppo bene dissimulata, essa non si poteva discernere contro la luce saliente dietro il Montemolon.
«Be’, ragazzi» disse ai suoi uomini, «se hanno voglia di rompersi le corna, li serviremo a dovere, i camerati!»
Stette ancora in ascolto, ma non udì altro che il silenzio della montagna.
«Chi è di vedetta al posto del canalone?»
«Vicenzino» rispose il capoposto, storpiando il nome di Visentini come...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Italica
- INTRODUZIONE
- 1909 – La città futurista
- Rosa Rosà, Moltitudine
- 1915 – La Prima guerra mondiale
- Federico De Roberto, La paura
- 1922 – Il fascismo al potere
- Piero Chiara, Il povero Turati
- 1927 – La piaga della pederastia
- Mario Soldati, Salmace
- 1930 – La donna italiana
- Mura, Le manie
- 1934 – Il rancio del popolo
- Paola Masino, Fame
- 1937 – Gli anni del consenso
- Curzio Malaparte, Un giorno felice
- 1938 – Le leggi razziali
- Elsa Morante, Il ladro dei lumi
- 1940 – La Seconda guerra mondiale
- Carlo Emilio Gadda, Prima divisione nella notte
- 1943 – La parola “Resistenza”
- Beppe Fenoglio, Nella valle di San Benedetto
- 1945 – Rappresaglie e vendette
- Natalia Ginzburg, Passaggio di tedeschi a Erra
- 1948 – La nascita della Repubblica
- Ennio Flaiano, Il palloncino rosso
- 1949 – Ricostruire e distruggere
- Anna Maria Ortese, La città involontaria
- 1950 – Il partito dei contadini
- Luigi Malerba, La scoperta dell’alfabeto
- 1955 – La vita in fabbrica
- Italo Calvino, L’avventura di due sposi
- 1958 – Chiudono le case chiuse
- Giorgio Scerbanenco, Che ne sai tu poliziotto?
- 1960 – Le italiane si confessano
- Leda Muccini, Il grassone
- 1962 – Mafia e antimafia
- Leonardo Sciascia, Filologia
- 1965 – Schede e schedine
- Paolo Volponi, Annibale Rama
- 1968 – Il tempo della contestazione
- Luciano Bianciardi, La pillola
- 1971 – La marcia degli impiegati
- Paolo Villaggio, Il giorno in cui Fantozzi visitò la Fiera di Milano
- 1975 – Il terrorismo quotidiano
- Luce d’Eramo, Tra i pensieri di una terrorista rossa
- 1980 – L’eroina di massa
- Pier Vittorio Tondelli, Postoristoro
- 1989 – Gli stadi e la politica
- Sandro Onofri, All’Olimpico tra i ragazzi nazisti
- 1992 – I numeri di Manipulite
- Andrea G. Pinketts, La signorina e l’accalappianani
- 1996 – Migrazioni e naufragi
- Vincenzo Consolo, Memoriale di Basilio Archita
- 2000 – Addio Novecento
- Sergio Atzeni, Nella città murata
- TRE PROFEZIE
- Ringraziamenti
- Bibliografia
- Copyright