V
Mi affacciai nel negozio. Davanti all’ingresso c’era un passeggino abbandonato con una borsa aperta. Guardai dentro e lo vidi riverso per terra in una pozza di sangue. Intorno tutto era in ordine, se non fosse stato per quel corpo che compariva appena dietro il bancone. Non ho fatto in tempo a mettere a fuoco, che ho visto comparire da una corsia laterale un uomo, bianco, in divisa da poliziotto, con una pistola in mano, un ghigno terribile sulla faccia, seguito da un altro vestito allo stesso modo. Anche lui impugnava la pistola, ma era indio, basso, con i capelli ricci e non sembrava a suo agio come il primo. Si sono avvicinati al corpo e lo hanno rivoltato con un calcio, credo per assicurarsi che fosse davvero morto.
E lo era, senza dubbio, bastava vedere le gambe e le braccia snodate.
Hanno preso i soldi dalla cassa, cercato dentro un cassetto e tirato fuori un pacco di carte, legate da uno spago. Sapevano esattamente cosa trovare. Hanno radunato soldi e carte, il primo uomo le ha infilate in tasca. Era chiaramente lui il capo, l’altro un povero cristo che cercava di darsi coraggio. Si sono guardati intorno, con l’atteggiamento di chi sta per uscire di casa e di chi verifica che ogni cosa sia in ordine, luce, gas, finestre chiuse, e hanno puntato verso la porta. È stato quello il momento in cui mi hanno visto. Perché non ero scappato?
Perché non ho cercato di nascondermi? Non lo so, ma so che la mia vita è cambiata in quell’esatto istante. In pochi secondi mi sono ritrovato in un vicolo buio e schifoso, aggrappato a un cancello che non si apriva, ma che continuava e oscillare facendomi perdere l’equilibrio. I due, dopo avermi inseguito fino a un certo punto, hanno valutato più importante scomparire. Arrivava gente e qualcuno era già entrato nel negozio e urlava per strada. I due volti li avevo stampati in mente e, se fossi stato in un’altra parte del mondo, avrei aiutato la Polizia a fare un identikit credibile, invece ho pensato solo a come salvare la pelle. Negli anni ho saputo il nome dei due assassini, José Garcia e José González, dipartimento quindicesimo della Polizia di Petare; ho saputo dove vivono, che famiglia hanno. Garcia, marito e padre di tre bambini, aveva un’amante e un numero imprecisato di puttane che frequentava regolarmente gratis in cambio di protezione; González, single, viveva con la madre e con una nipote, da quando la sorella era morta durante una sparatoria e il genero scomparso poco tempo dopo. Figlio affettuoso, frequentatore della chiesa, con la passione dei bar, delle tortillas e dei cani. Sembrava un bravo Cristo, di quegli uomini modesti che la domenica giocano con la nipotina e con i cani, puliscono la macchina fin quando non è lucida, a dispetto della vecchiaia, e aiutano la mamma a cuocere il dolce per pranzo. Forse per questo ho preso subito a proteggerlo nella mia mente, rassicurandomi sul fatto che fosse stato costretto a uccidere Salvador.
Salvador era anche lui un bravo Cristo che vendeva di tutto all’angolo della strada dove vivevo a quei tempi; lo incontravo ogni giorno quando mia madre mi mandava a fare la spesa da lui e quando di nascosto compravo soldi di cioccolata e gelati di zucchero disgustosamente dolci, disgustosamente colorati. Non mi ha mai fatto problemi quando non avevamo soldi. Aveva simpatia per me e per mia madre, per lei più che per me, e non era solo pena quella che provava per noi, rimasti soli da quando mio padre era uscito una mattina di dicembre per andare a prendere le sigarette e non era più tornato. «Scendo a prendere le sigarette», aveva detto proprio così, mentre mia madre mi lavava la faccia nel bagno, e lei si era girata sorridendo, ingenuamente, senza sospettare che non lo avrebbe rivisto più. Ricordo ogni istante di quella giornata di Sole e di normale allegria, ricordo anche quando mia madre cominciò a trasformare l’inquietudine in nervosismo e il nervosismo in paura, finché non uscì di casa per andare, verso sera, a denunciare la scomparsa di Juan López tra le risa e le battute dei poliziotti che erano preoccupati solo di guardarle il culo e toccarle i fianchi, umiliazione a cui si sottopose dignitosamente pur di firmare la denuncia. Già allora non credo nutrisse alcuna speranza di rivedere il marito.
Infatti non lo rivide. Ciascuno in famiglia costruì il proprio racconto della storia per sopravvivere. Io e mia madre ci convincemmo che fosse stato ucciso o portato via contro la sua volontà, mia sorella, al contrario, fu certa dal primo momento che se ne fosse andato per scelta e che vivesse ora, beatamente, in qualche altra parte del Venezuela o del mondo fregandosene di noi tutti. Nel tempo raccolse anche prove che non volli mai sentire e che vietai di comunicare a mia madre. Vivemmo in una finzione decorosa.
Salvador, rimasto vedovo da molto tempo, sperò segretamente di risposarsi con mia madre, ma lei non si ricostruì mai una vita nella convinzione che, un giorno o l’altro, si sarebbe riaperta la porta di casa e mio padre sarebbe tornato con la stessa semplicità con la quale era uscito quel giorno. «Vado a comprare le sigarette», e non era tornato più. Non ho mai capito se si mantenne fedele per paura o per convinzione.
Ero andato anche quella mattina a fare la spesa da Salvador. Avevo diciassette anni.
Era passato molto tempo e Salvador mi passava sottobanco delle sigarette senza farmele pagare invece dei soldi di cioccolata. Si era rassegnato a essere vedovo, ma continuava a esercitare su di noi una specie di protezione che non ci dispiaceva affatto.
* * *
Quando ripresi fiato e mi accorsi di non essere più inseguito, uscii strisciando fuori dal vicolo. Davanti al negozio di Salvador c’era una folla confusa. Qualcuno si era intrufolato dentro e portava via tutto quello che poteva. Era arrivata la Polizia e nel gruppo degli sbirri c’erano anche i due che avevo visto uscire dal locale. Sembravano a loro agio. Non mi videro. In realtà non so quanto mi avessero messo a fuoco. Tornai a casa e raccontai ogni cosa a mia madre. Il giorno dopo aspettavo la corriera all’alba. Mia madre piangeva mentre mi portava la valigia verso il pullman.
Mi aveva ordinato di andare via senza tornare prima di avere ricevuto notizie.
In quel momento restare a Petare significava destinarsi a morte certa, ma non ero affatto convinto che la cosa si sarebbe risolta facilmente e che la mia famiglia sarebbe rimasta indenne da ogni rappresaglia. Non sapevo esattamente dove stavo andando.
Lo scoprii un mese dopo, quando, rimasto in un villaggio sperduto, dove fui ospitata da un’amica di mia madre, mi consegnarono un biglietto per New York. Ignoravo a chi fosse venuta in mente quella soluzione e, soprattutto, chi avesse recuperato i soldi per il viaggio. Lo seppi qualche anno dopo. Salvador aveva lasciato a noi una piccola somma come fossimo stati la sua famiglia e, in fondo, lo eravamo stati.
* * *
Mentre cambiavo la mia vita a New York, José González e José Garcia tentavano di capire che fine avessi fatto. Avevano indagato a lungo su di me, di chi ero figlio, dove vivevo, ma erano venuti a capo di poco, anche perché i poliziotti non sono amati da noi, corrotti o non corrotti e, soprattutto, eravamo amati noi nel quartiere per quella gentilezza sincera e sentita che mia madre metteva in ogni gesto. Anche nei tempi più bui, ogni mattina si vestiva di tutto punto, con roba vecchia, ma dignitosissima, si pettinava, si truccava e usciva per cercare un lavoro, per andare a fare i servizi nella casa di qualche signore, rammendare, stirare. Poi, al tramonto, ritornava con qualcosa di buono per noi, che non ho mai capito dove riuscisse a recuperare. Così l’indagine finì con un nulla di fatto.
Un paio di anni dopo, i due José morirono in un agguato. Erano stati chiamati per un intervento durante una rapina. La rapina non c’era, ma c’era un killer che li colpì in piena testa. Non ebbero neppure il tempo di capire cosa stesse succedendo e della cosa mi dispiacqui molto. Avevano cercato di abbordare mia madre e di minacciarla, ma non gli riuscì neppure questo tentativo, perché, mi raccontò con una soddisfazione pari a quella che accompagna una dichiarazione d’amore, erano stati circondati dalla gente in strada e avevano dovuto sloggiare. Non so se sia vero, ma sono sicura che quella storia diede a mia madre conforto nella sua solitudine.
Io seguivo da lontano la sorte dei due José e, quando gli fecero saltare il cervello, capii che era arrivato il momento di tornare a casa. Forse ne avevo bisogno, forse la nostalgia mi accompagnava dovunque senza che me ne rendessi conto o, forse, non avevo alcuna intenzione di lasciare New York. Vivevo discretamente in un attico squinternato di Harlem, quando era una delle zone più malfamate, ora mi dicono che è diventato il fiore all’occhiello della città. Non mi incuriosisce tornare a vederlo tra ristoranti di lusso, night club e locali aperti tutta la notte per la borghesia bene. L’Harlem che ho conosciuto era nero, pieno di musica, spacciava droga, spacciava furti e delitti, non dormiva mai e si godeva, a imitazione della moda di altre zone della città, i suoi incontri sui tetti delle case, in quei terrazzi altrove meravigliosi, lì precari e penosi, dove si ballava sino all’alba, senza bisogno dei soul food. Era il periodo in cui andavamo spesso lungo il fiume Hudson e a me, che venivo da un luogo di disperazione senza confronto, sembrò di non aver cambiato orizzonti, ma di vivere in libertà, senza controlli con la fama che mi portavo dietro, di essere fuggito dal mio paese per necessità e per difficoltà con la Polizia. Non feci nulla per chiarire le cose, anzi mi divertii a inquinare il più possibile la mia storia, finché non arrivò la notizia che i due José erano crepati. Né sollievo né disperazione, pensai solo alla nipotina di González e alla madre rimasta sola suo malgrado. Della famiglia di Garcia me ne sono fregato da subito, fino a provare una sincera soddisfazione a immaginare il dolore per la perdita del capobranco. Rimasi a Harlem ancora per un paio di mesi, senza riuscire a decidermi a ripartire. Avevo sempre una scusa per rinviare, troppi amici da salutare, alcuni affari da risolvere, falso, tutto falso, si trattava di cose che avrei potuto liquidare nel giro di una settimana. In realtà amavo ogni cosa del mio mondo, e lo amavo ora che stavo per lasciarlo perché, finché c’ero stato immerso senza precarietà, pensavo di odiarlo.
Amavo il mio sottotetto con una vista insospettabile sul fiume Harlem, il bar sotto casa, gestito da una specie di sciamana nera che ogni giorno mi guardava negli occhi e mi prediceva le successive ventiquattro ore di vita, poi mi versava, da un bricco meraviglioso, un caffè sempre caldo e mi offriva una ciambella, amavo la confusione delle strade, il negozio di souvenir, che non vendeva souvenir, dove ci accalcavamo, io unico bianco, dalla mattina alla sera, ognuno alla ricerca di un lavoretto da fare, i miei sempre puliti, quegli degli altri sempre scuri, dai quali, devo dirlo a mio beneficio, non mi sono mai fatto conquistare, amavo tornare a casa al tramonto, quando la luce sul fiume si faceva d’argento e in lontananza arrivavano, in una cantilena continua, le sirene della Polizia, amavo la notte che scendeva su un nugolo di luci disseminate a perdita d’occhio, nelle quali non riuscivo a entrare con l’immaginazione, e mi piaceva quel perdermi in un intrigo di vite, di storie che mi soffocavano, amavo i traffici illegali che si facevano sotto casa, quando oramai avevano tutti imparato che mi piaceva stare semplicemente all’aria e che me ne fregavo dell’essenza delle azioni, amavo perdermi nella metropolitana, arrivare fino a Brooklyn per comprare qualsiasi stupidaggine con la sensazione che non l’avrei trovata da nessun’altra parte, amavo aiutare la mia vicina di casa, una signora di ottant’anni, grassa, con i capelli perfettamente colorati di nero, tanto perfettamente che la tintura aveva reso nera anche la testa, Felicia, a cui andavo a fare la spesa ogni tre giorni, sempre le stesse cose, carne il sabato, frutta il giovedì, pane il lunedì e il venerdì, e che mi ripagava con un bicchierino di un liquore terribilmente forte, terribilmente giallo, di cui ho sempre ignorato il nome, amavo le sale da biliardo affumicate, dove si entrava superando una cortina di fumo di sigarette, così denso da grattarmi la faccia, gli uomini intorno al tavolo, con le stecche in mano, appoggiati a guardare le palle, come se dovessero ipnotizzarle, studiare i millimetri e i dettagli, cinque in buca e poi sponda e tiro d’angolo, amavo Georgia, una ragazza che avevo incontrato in uno di quegli immensi distributori con bar, dove, come nei film, ragazze sorridenti accolgono i clienti, ti vengono incontro con il bricco del caffè e ti chiedono, con una bocca da baciare e un sedere da toccare, cosa vuoi, cosa mi consigli, torta alle fragole, immancabilmente torta alle fragole, senza stagione, e pollo fritto, specialità della casa, o patate al forno piene di ketchup o maionese, e tu ti chiedi come una simile bellezza non abbia sfondato nel cinema, nella televisione, ma continui ogni giorno a sorridere a estranei con il caffè in mano e la torta di fragole che è evidentemente un guadagno aggiuntivo a cottimo per l’insistenza con la quale cercano di rifilartela
Nel South snack bar, nella zona di confine tra Harlem e Manhattan, avevo incontrato una sera Georgia e me ne ero innamorato, non so perché. Del resto non mi è interessato capire le ragioni dei miei sentimenti, dei fatti sì, ma i sentimenti mi hanno ricoperto sempre come un fiume che scende verso il mare, percorso obbligato, tracciato che non cambierà direzione.
Mi venne incontro con il caffè in mano e mi chiese cosa volessi mangiare, magari una torta alle fragole, specialità della casa, o un pollo fritto, sempre specialità della casa e io, abituato a una certa frugalità, ordinai entrambi e le pagai anche un caffè che giurò avrebbe consumato alla fine del suo turno. Era bella, bionda, alta, con gli occhi azzurri, ucraina. Le due cose, che ricordo di lei, sono la lingua nella quale le parole si addossavano l’una all’altra in caduta libera, con inciampi e rallentamenti; ho amato da bambino chi parlava la mia lingua con sforzo, perché manteneva un segreto, quello della propria lingua, a cui io non avevo accesso, e il sorriso, raro, breve, imbarazzato, gli occhi indagatori con i quali mi guardava, mai del tutto sollevati, ma neppure incassati completamente nella terra.
Forse era un atto studiato però, se lo era, contrastava con quel sorriso da bambina, non un sorriso qualsiasi, ma quello dei bambini che cominciano a studiare le reazioni degli adulti ai loro gesti, tra timore e curiosità. Georgia entrò in questo modo nella mia vita, tra Manhattan e Harlem, nel South snack bar, in una sera di pioggia, calda e grigia, una di quelle sere in cui i vestiti si appiccicano addosso per l’acqua e il sudore. Entrò come sempre entrarono cose e persone nella mia vita, senza intenzione, senza attese, come un salvataggio non voluto.
Mi venne in mente proprio questo, mentre ripensavo al momento in cui, anni prima, ero entrato nel negozio di Salvador e mi ero trovato di fronte quello che avrebbe cambiato la mia vita. Ritornai per una settimana di seguito da lei, con aria indifferente, raccontando che lavoravo in zona da poco e che mi piaceva quella torta alle fragole, che avevo sempre detestato, e lei forse credette a quella bugia banale o, forse, rise di me con il proprietario che l’usava come esca per i...