Battiato. La stagione dell’amore
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Battiato. La stagione dell’amore

Quando l'umano si tinge di trascendenza. Viaggio nella spiritualità di un grande poeta

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Battiato. La stagione dell’amore

Quando l'umano si tinge di trascendenza. Viaggio nella spiritualità di un grande poeta

Informazioni su questo libro

Viaggio nell'opera di un indimenticato cantautore, musicista e mistico contemporaneo, capace di trasformare ogni aspetto della realtà in poesia. Tutta l'opera di Franco Battiato racconta uno straordinario percorso umano e spirituale. Un itinerario lungo, intriso di bellezza e trascendenza, di dubbio e curiosità, di spasmodica ricerca e di fiducioso abbandono. «Nessuna religione mi identifica», amava ripetere Battiato parlando della sua parabola mistica. Inutile, quindi, provare a etichettarlo. Era semplicemente se stesso: puro, infantile, libero… come le pennellate dei suoi quadri. Una persona che cercava un centro e credeva nella realtà di una Presenza invisibile. Il musicologo e giornalista Enrico Impalà, suo profondo conoscitore, ripercorre i grandi temi del cantautore siciliano entrando, in punta di piedi, nelle sue canzoni. Brevi capitoli, introdotti dai suoi versi più famosi, aiutano ad avvicinarsi all'uomo e all'artista. Un'avventura attraverso oltre trenta brani del maestro, guidati – come lo era lui – dalla domanda: "Chi sono io?", così inscindibile dall'altro grande interrogativo: "Chi è l'Altro?". Sui sentieri dell'anima di un autentico ricercatore della verità, ma anche di un italiano vero, che amò profondamente il nostro Paese, il lettore scoprirà che è sempre possibile ritrovare la «stagione dell'amore» perché «i desideri non invecchiano, quasi mai, con l'età».

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Informazioni

Introduzione
Franco Battiato: chi non lo ha ammirato per la sua ricerca spirituale? Puro, infantile; come le pennellate nei suoi quadri. Un italiano di cui vantarsi, un (impropriamente chiamato) Maestro, un intellettuale vero, uno tra i più grandi amanti della vita.
Un filosofo, poeta, pittore, regista, presentatore, compositore, autore; anche se, in fondo in fondo, semplicemente un cantante. Comunque sia, Franco Battiato è stato (ed è) un autentico ricercatore della verità.
Sul tavolo del salotto di casa sua a Milo, ecco a portata di mano alcuni libri1:
  • Dipinti d’arcobaleno. L’essenza del tantra: dzogchen e mahamudra, di Urgyen Tulku2
  • Il mistero del fiore d’oro, di Lu-Tzu (la bibbia del taoismo operativo)3
  • La mente oltre la morte, del tibetano Dzogchen Ponlop4
  • L’essenza della vita, di Willigis Jäger, ex monaco benedettino e maestro zen5.
E tanti libri di mistici occidentali, tra i quali spiccano san Giovanni della Croce e santa Teresa d’Ávila.
In lui, la domanda alla radice di ogni stupore dell’essere umano – Chi sono io? – si inebria della domanda conseguente: Chi è l’Altro?
Dove incontrare Franco Battiato? Non è facile scovarlo: provi a cercarlo nelle realtà nascoste dell’esoterismo con il lumicino di fraseggi interrotti e lui – quando meno te lo aspetti – ti si para davanti, filosofo spavaldo nell’atto di intrecciare la pura teoria con le tradizioni vernacolari dei popoli più disparati.
Oppure, ti capita di intravvederlo roteare su sé stesso immerso nella mistica sufi, mentre – al contempo – difende nobilmente uno stile di vita vegetariano.
Franco Battiato lo ha più volte dichiarato: «Nessuna religione mi identifica». Quindi è inutile, oltre che controproducente, provare a etichettarlo in qualsiasi modo. Come è inutile – oltre che da persone di poco conto – attaccarlo per la sua imprecisione in ambito teologico.
Battiato era (ed è) Battiato: una persona che cercava (e che credeva) nella religione della vita. E basta. Era interessato al sacro, all’aspetto mistico del vivere, senza nomi né ricette. Diceva: ciò che sta al di sopra di noi è così totale e così universale che non può avere un nome. È semplicemente Tutto.
Battiato, grande esperto di simboli e immagini, non ha mai osato spingersi oltre. Egli non ha mai provato l’ebrezza del folle che vuole “definire” il divino attribuendogli un nome: così facendo, lo sapeva bene, lo avrebbe reso “finito”. Così come quando provi a definire l’acqua con una semplice formula chimica, spiegava. Il mare è profondo e misterioso: lo si può analizzare chimicamente, ma ciò non descrive il fascino che ti dà il solo guardarlo.
E concludeva: in tal modo è il divino. I sentimenti sottili non si possono ridurre a spiegazioni razionali.
Battiato non fu mai banale, né superficiale.
Amava parlare dei santi, soprattutto dei mistici. Naturalmente a modo suo.
Quando Giovanni Paolo II lo invitò a cantare in Vaticano, in un primo momento pensò a uno scherzo: «A Battia’, te vole er Papa», gli aveva comunicato per telefono Michele Di Lernia, discografico della EMI. Appena Franco comprese che era una cosa seria e che avrebbe dovuto cantare in Sala Nervi di fronte al Papa in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù, ebbe qualche perplessità. Ci pensò su per due settimane. Poi si decise, da vero professionista. Era convinto che fosse stato scelto per una certa consequenzialità. In fondo, il suo album Fisiognomica era pieno, dalla testa ai piedi, di misticismo. Il suo cattolicesimo si fermava però al ricordo dell’andare in parrocchia per giocare a pallone, o al dover subire la messa come un sacrificio allucinante per ricevere la grazia di poter giocare coi biliardini in oratorio.
Nelle interviste prima del concerto si spinse a dire:
«Il cattolicesimo ha avuto mistici di grande calibro, e come al solito tutti i grandi coincidono. Un mistico indiano, pakistano o sufi e un mistico di frequentazione cattolica manifestano la stessa spiritualità: Isacco di Ninive, santa Teresa d’Ávila, san Giovanni della Croce o sant’Agostino sono tutti uguali. In fondo, suonare in Vaticano è un po’ come suonare per il Dalai Lama. Non mi sento per niente emozionato»6.
Un concerto breve, diluito nell’incontro di un’ora e mezza del Papa con i giovani. Battiato scelse di proporre quattro canzoni (qualcuno sostiene scelte dal Papa stesso): Fisiognomica, Nomadi, E ti vengo a cercare e Oceano di silenzio, accompagnato da Filippo Destrieri alle tastiere e Ricky Belloni alla chitarra, dalla soprano Donatella Saccardi e da una sezione di cinquanta archi guidata da Giusto Pio. Il 18 marzo 1989 Battiato salì sul palco vestito di nero, ieratico di fronte a quasi diecimila giovani che agitavano ramoscelli d’ulivo. Un giovane Giovanni Paolo II lo ascoltava con attenzione con il libretto dei testi delle canzoni in mano.
Battiato, visibilmente commosso, stava eseguendo il brano E ti vengo a cercare, e dopo aver cantato: «Essere un’immagine divina di questa realtà / E ti vengo a cercare» avrebbe dovuto chiudere con: «Perché sto bene con te / Perché ho bisogno della tua presenza».
Ma si fermò, mentre l’orchestra proseguì e concluse. Fu invaso in quel momento dalla consapevolezza di una comunione universale nello spirito7.
Alla fine dell’esibizione, Giovanni Paolo II si alzò e andò a stringergli la mano, sorridente.
Franco Battiato lì si rivelò un...

Indice dei contenuti

  1. Introduzione