Strappa da terra il suo zaino blu senza fermarsi.
Senza voltarsi indietro.
Scavalca. Arriva al rondò con il petto che brucia. Passa le vasche, la pensilina, le panchine, mentre il cielo si rannuvola e si abbassa su di lei. I capelli le si sciolgono dall’elastico, lunghi e senza forma, e si spargono per tutta la faccia. Lo zaino le sbatte sulla schiena. Attraversa senza guardare, supera la bottega, passa la scuola dove restano solo le carte delle merendine, e si lascia alle spalle la chiesa. Supera una fascia di ginestre, una casa di pietra dove i cani continuano ad abbaiare e si getta giù in una scorciatoia tra una campagna e l’altra per non passare dalla strada, sbucando in un viottolo di terra impestato dalla gambarossa. Scivola sui noccioli delle olive secche, passa tra le lenzuola fredde stese nel cortile per poi rallentare, camminare piano e infine fermarsi lì.
Davanti alla porta della veranda di Pino.
Alice non suona, né bussa. Fa qualche passo avanti e indietro, con il cuore che le spacca la testa. Si siede sulle scale, tira fuori dalla tasca il biglietto scritto la mattina. Lo apre con le mani che tremano e lo raccoglie due volte perché continua a caderle, prima di riuscire a rileggerlo. Accende la fiamma e chiude gli occhi, mentre lo piega verso il basso. Il calore del fuoco le arriva subito alle labbra, la luce si vede anche attraverso le palpebre chiuse. Non fa in tempo a lasciarlo andare che si brucia le dita. Ci sputa sopra, poi soffia via la cenere.
«Ecco» sente dire dietro le sue spalle, spaventandosi. «Adesso vieni pure qua a nasconderti per fumare.» Pino sta tenendo con una mano la porta aperta, spunta solo con la faccia.
«Tu perché non sei venuto a scuola» dice lei, con una voce rauca e secca prima di mettersi a tossire.
Lui la guarda, scuote la testa con occhi lucidi e rossi.
«Dimmelo. Perché non sei venuto?» gli grida.
«Cosa ti è successo?» le dice lui uscendo fuori, indicandole i tagli sul viso, le mani, i pantaloni sporchi sulle ginocchia.
«Posso stare qui stanotte?»
«Ma no. Perché?»
Pino le si avvicina, sporge una mano per toccarle la guancia, lei lo blocca e si tocca il viso per prima. Fa una smorfia, lui la imita. Il sangue è ancora vivo.
«Hai perso la scommessa» gli dice, mandando giù un groppo e scostandolo per entrare.
Rimangono al buio delle tapparelle tirate mezze giù, uno di fronte all’altra, illuminati solo dalla luce della tv accesa che viene dalla cucina. Pino è da solo in casa. Il letto è disfatto e caldo quando Alice si siede, ancora con lo zaino e la giacca. Lui la porta in bagno, le dà un po’ d’acqua ossigenata, ma non riesce a farla parlare. Alice si chiude dentro, si medica da sola. Guardandosi non resiste, mette le mani sullo specchio per cancellarsi, lasciando due impronte sporche.
Questa è colpa tua, si dice sottovoce. La buca, il fuoco, il vento, papà. Sei tu che hai aperto il varco nella siepe. È così che Guido è entrato a prendersi mamma.
Alice si aggrappa al lavandino. Pino sentendola singhiozzare corre, sbattendo i piedi scalzi per terra, apre la porta. Lei non lo guarda in faccia. Gli chiede solo, con l’acqua che scorre riempiendo il lavandino: «È colpa mia, vero?» senza che lui sappia cosa risponderle.
Poco dopo la nonna ritorna, suona. Alice si nasconde. Lui va ad aprire.
La porta d’ingresso striscia per terra, tanto che col tempo ha fatto un solco rotondo nel legno. In quel corridoio microscopico non si vede la cucina quando la porta è spalancata e per andare da qualsiasi parte bisogna prima chiuderla. Sandra entra con due sacchetti pieni di cose da stirare. «Portami su quelli dalla scala, bravo» gli dice. Pino esce scalzo e li mette davanti alla porta della sua camera.
«Hai dormito, eh?»
«Un po’.»
«Però adesso basta, se no poi stanotte giri come un fantasma, che basto già io.» Allora lui accende di nuovo la tv mentre la nonna tira fuori dal congelatore delle cosce di pollo. La spegne subito e va alla finestra, tira su la tapparella, guarda fuori. Poi torna in cucina, le si mette vicino mentre lei prepara, le poggia la testa sulla spalla. Sono quasi alti uguali. Sandra si asciuga le mani e gli accarezza il naso. Alice nel frattempo è zitta dietro la porta della camera. Li guarda dal buco della serratura. Pino gira avanti e indietro ancora per un po’, toccandosi il codino con due mani, poi fa per tornare di là in camera sua.
«Vieni un po’ qua» lo chiama però la nonna.
«Non lo so se mangio stasera» le dice lui.
«Cosa succede?»
Pino alza le spalle.
La nonna sospira, gli fa segno con la mano battendo sul divano di venirsi a sedere un istante.
Lui si mette sul bracciolo, rivolto verso di lei, con i piedi sopra.
«Ti fidi?»
Pino alza le spalle di nuovo, appoggiando il mento alle ginocchia.
«Non succederà niente, facciamo in modo che non succeda niente, okay? La smetti di preoccuparti? Da qui, non ti muove nessuno. Non ti porta via nessuno.» Lui annuisce. «Sì o no?»
«Sì» risponde, sottovoce.
«Bene. Lo sai di cosa sono capace io, eh, se voglio» la nonna lo guarda con un mezzo sorriso, si lega i capelli. Poi tira fuori da un cassetto una crema in un barattolo blu, e comincia a spalmarsela sulle mani. Alice si chiede perché non può avere anche lei qualcuno che la protegga, qualcuno che le voglia bene per davvero.
Pino si alza e fa per tornare in camera, pestandosi i pantaloni del pigiama.
«Senti, ci vai alla bottega a prendermi due cose?»
Lui si ferma, ci pensa, mettendosi il codino davanti alla bocca. «Ci vado dopo, adesso vado a ripassare, lasciami ripassare.» Torna in camera aprendo solo di un palmo la porta, scivolandoci di lato, e richiudendola subito.
«Di cosa stavate parlando?» gli bisbiglia Alice, quando lui le passa accanto.
«Niente. Adesso devo andare alla bottega.»
«Ma non sei malato?»
«No, perché?»
«E allora cos’hai?»
Pino la scruta per un po’. Lei ora è seduta sul letto, lui in piedi con le braccia conserte.
«Domani ti spiego. E mi spieghi anche tu» dice, guardandosi le ginocchia.
Alice fa solo un cenno col mento.
Lui si leva il pigiama come se lei non ci fosse, si veste per uscire e le fa cenno di entrare nell’armadio.
«Lì?»
Alice lo apre, timorosa. Lo guarda ancora una volta come a dirgli se è proprio necessario.
Pino alza solo le spalle.
Alice entra. Si siede sopra i cassetti con tutta la roba appesa di Sandra che le cade davanti e le fa mancare l’aria. Poi sente la porta dell’armadio chiudersi con uno sbuffo stantio. Un po’ d’ansia le nasce nello stomaco.
“Ma che cosa sto facendo?” chiede a se stessa.
Dall’altra stanza si sente la nonna parlare, fare una lista di cose da comprare. Pino non è ancora uscito. Fa qualche verso, magari tra poco le racconterà che lei è chiusa in quell’armadio, ridendo. Magari sono tutti d’accordo e tra poco arriverà Guido a bussare alla porta con quella sua voce severa, cattiva, maledetta come un temporale. Alice si sente soffocare. Lascia andare il respiro. Si appoggia alla parete dell’armadio, mette una mano dentro l’altra e sente un brivido di tristezza avvolgerla come un pesante foulard nero.
A poco a poco si lascia andare al pianto. Ma più piano che può.
Quando Pino spalanca l’anta di colpo lei si nasconde la faccia con le mani.
«Pssh, vieni.»
Alice non lo guarda, fa solo no con la testa.
Ha addosso la sua giacca che puzza sempre più di animale e il suo cappello.
«Dai, vieni, veloce» dice quasi senza usare la voce.
«No» gli risponde.
«Muoviti, che se no ci becca.»
Alice si sente prendere da un braccio, tirare. In un attimo sono tutti e due fuori di casa, la porta d’ingresso lasciata spalancata. Alice inasprisce lo sguardo verso di lui e pensa di tirargli un calcio. «Sei uno stronzo. Avevi detto che potevo restare.» Si divincola e scende le scale di fretta, nascondendosi dietro l’angolo della casa, tra la roba stesa.
«Ehi!» sente gridare, è la voce della nonna.
«Oh» risponde Pino, voltandosi.
Alice si acquatta dietro un contatore, pronta a scattare verso le campagne. Spera che Sandra non l’abbia vista. Non gli parlerà mai più. Ha deciso. Non parlerà più a nessuno. Non si fiderà più di nessuno. È stata una stupida a venire da lui.
«Dille alla Ada che mi tenga il pane anche domani, di segnare tutto, che poi passo a pagare la settimana.»
«Sì.»
«Hai capito?»
«Seee!» dice Pino. La porta si chiude con un tonfo. Invece di avviarsi lui però rimane lì fermo, fa un verso. Alice fa capolino, stringe gli occhi, lo fulmina. Lui le fa cenno di passare per le campagne, la scorciatoia che le aveva insegnato quel giorno. «Vai per di lì, ci vediamo su.»
«Che faccia di un gran bastardo, quello» le dice lui, mentre cammina. L’ha raggiunta in cima alla strada, dopo le ginestre. Le ha spiegato che era meglio non parlare in camera e che se voleva la riaccompagnava a casa, dopo. Alice gli ha tirato uno spintone e piantato i piedi per terra. Poi gli ha raccontato tutto, sputandolo fuori dai denti. Pino è rimasto fermo allora, l’ha guardata, ha arricciato il naso. Alice non sa se lui ha davvero capito.
«Che faccia di un gran bastardo» ripete. “E tua madre?” fa per chiederle, ma poi non osa, chiude la bocca.
Alice ha la testa piena di api, le pulsa e le fa male.
«E cosa vuoi fare adesso?»
Lei non ce la fa a rispondere. Scuote solo la testa e sente le lacrime premere di nuovo dallo stomaco.
Pino fa per darle una pacca sulla spalla, non sa che altro fare, ma lei gli afferra forte la mano e gli dice: «Vieni».
Poco distante c’è una campagna abbandonata, tutta scavata dai cinghiali. Ci sono degli alberi da frutto lasciati a loro stessi. Da lì si vede la strada, passano poche macchine. S’immagina di veder passare la Golf verde a gran velocità, la polizia, i carabinieri. Sta per un istante a osservare, ma non succede niente. Poi però le prende la paura. Si volta e fa strada a Pino fin dentro al gerbido dove c’è un’enorme vasca vuota. Gli dice che ogni tanto lei ci va dopo la scuola, quando non ha voglia di andare a casa. Se si fa il giro intorno a un certo punto c’è un buco e ci si può entrare, gli dice. «Però c’è un gatto morto, ti avverto.» Pino alza le spalle e poi si siedono per terra, sui residui delle alghe e del limaccio seccato dal sole. Alice sputa i semi di un mandarino che ha staccato passando. Pino fa lo stesso ma va molto più lontano.
«Non potevo venire a scuola» fa lui, di colpo.
«Perché?»
Pino sta zitto per un po’.
«Sono venuti due che mi cercavano.»
«Guarda che i dieci euro me li devi dare lo stesso.»
Lui ingoia un altro spicchio, poi raccoglie una pietra da terra.
«Allora?» Alice lo guarda, mentre si china a cercarne una anche lei.
«Due che dovevano parlare con mia nonna. Di me.»
«Di cosa?»
«Be’, niente. Mi sa che ci risiamo. Che non posso più restare qui. Che mia nonna comincia a non andare più bene e vedrai che mi pigliano e mi sbattono da un’altra parte.»
Alice si alza di scatto.
«No.» La sua voce fa eco in tutta la vasca.
«Mica è la prima volta, sai.»
Lei respira, caccia tutto indietro.
«No» dice di nuovo, secca.
«Eh, diglielo tu a quelli. Magari ti ascoltano.»
Pino con un salto si tira su e lancia la pietra fuori dal bordo, verso il cielo.
«Ma non vuoi andare a scuola neanche domani?» le chiede.
«Vieni un po’ qui.» Alice lo prende per un braccio. Lo guarda negli occhi, vicinissima. Pino è alto nemmeno due dita più di lei, con quella giacca di pelle sembra spesso ma in realtà non lo è per niente.
«Ci andiamo o no?» le ripete imbarazzato. «Perché devo pigliarti ’sta focaccia altrimenti, già che devo andare alla bottega. È la scommessa.»
«Tu adesso devi aiutarmi.»
Pino abbassa il mento, la vede avvicinarsi ancora di più. Sente il suo respiro.
«A fare cosa?» scostandola, piegando il collo indietro per allontanarsi.
«Se non mi aiuti non importa, però da domani non ci rivedremo più. Mai più.»
«Ma come... Sì, che ci vedremo.»
Alice lo spinge. Pino fa tre passi indietro, inciampa.
«Sei con me o no?»
«Ma non ho capito per cosa. Non vorrai mica fare qualche casino dei tuoi, vero?» chiede con una voce piccola, scuotendo la testa.
«Facciamo a chi piglia il gatto?» le dice poi, porgendole ciò che resta del suo mandarino, per cambiare argomento.
«Okay.»
Il gatto morto è dall’altra parte della vasca. È tigrato, messo su un fianco, secco. Ha gli occhi aperti e li guarda. Pino sputa e lo prende su una coscia, Alice non arriva neanche a metà vasca.
«Ci staranno cercando?» gli chiede. La loro voce fa un riverbero rotondo e secco che sembra di parlare dentro un tubo. Se si alza la testa si vede solo un cerchio di nuvole.
Pino mastica l’ultimo spicchio poi tira su col naso. Sta venendo buio piano piano.
«A me non mi cerca nessuno, mica sono scappato.»
«Magari quei due tizi ti stanno cercando.»
«Non lo so, in genere passano altre volte, ti portano a mangiare un gelato e poi ti dicono che la settimana prossima...»
«Mia mamma mi starà cercando, forse.»
«Per...