Georges Clemenceau
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Informazioni su questo libro

Georges Clemenceau, il presidente del Consiglio francese che condusse il Paese alla revanche dopo le umiliazioni del 1870-1871, restituì l'Alsazia-Lorena all'integrità nazionale e svolse un ruolo decisivo alla conferenza di pace di Parigi del 1919. L'uomo più famoso di Francia tra il 1917 e il 1920, ma anche il "grande oppositore" che il sistema sembrò accettare solo come extrema ratio, quando assunse la guida del Paese nel novembre 1917 aveva appena compiuto settantasei anni. Punto di riferimento di una classe parlamentare impegnata nel tentativo di sottomettere il potere militare a quello politico, fu testimone ma allo stesso tempo attore, avvocato ma ugualmente giudice di tutti i principali conflitti che percorsero la Francia dal 1875 allo scoppio della Grande Guerra.

Informazioni

Editore
Pelago
Anno
2022
eBook ISBN
9791255010272
Argomento
Geschichte

Georges Clemenceau

di Michele Marchi

Premessa

Può sembrare ingenuo affermare che per comprendere e giudicare un personaggio politico si debba conoscere tutto il suo percorso biografico. Qualsiasi persona, anche la più comune, potrà essere avvicinata solo superficialmente se non si sarà penetrato almeno in parte il complesso mondo delle sue esperienze e la sua evoluzione nel corso degli anni. A maggior ragione, affrontando i percorsi politici di importanti personalità pubbliche per ricostruirne l’operato in momenti cruciali della storia dell’umanità, come per esempio un conflitto mondiale, è importante riflettere sui passaggi decisivi della loro vita. Tale regola diventa imprescindibile con Georges Clemenceau. Il presidente del Consiglio della Repubblica francese, che conduce il Paese alla revanche dopo le umiliazioni del 1870-1871, che restituisce l’Alsazia-Lorena alla nazione e che svolge un ruolo decisivo alla conferenza di pace di Parigi del 1919, l’uomo più famoso di Francia tra il 1917 e il 1920, ma altresì uno dei più conosciuti e stimati al mondo nello stesso periodo, quando assume la guida del Paese nel novembre 1917 ha da poco compiuto settantasei anni. È impossibile descrivere e giudicare il Clemenceau del 1917, il suo approccio alla guerra e la sua condotta politica del biennio successivo senza avere fatto il punto su mezzo secolo di protagonismo politico e intellettuale. Ciò significa soffermarsi sulla sua esperienza di guida del Paese nel decennio precedente il Primo conflitto e sul suo punto di vista nel corso degli anni a proposito delle principali questioni geopolitiche, a partire da quella decisiva delle province orientali annesse all’Impero tedesco. Ma implica anche ricostruire l’intenso ruolo svolto da Clemenceau, durante i primi tre anni di conflitto, quale vero e proprio punto di riferimento di una classe parlamentare impegnata nel tentativo di sottomettere il potere militare a quello politico. E infine prevede un accurato approfondimento dell’attivismo politico, ma anche giornalistico e in generale intellettuale, di uno dei più longevi protagonisti della Terza Repubblica. Clemenceau è testimone e allo stesso tempo attore, è avvocato ma ugualmente giudice di tutti i principali conflitti che attraversano la Repubblica dal 1875 allo scoppio della Grande Guerra. Il carattere brusco, il gusto per la polemica e la battuta tranchant, ma soprattutto il suo profilo di “grande oppositore” e non così facilmente assimilabile di radicale di sinistra finiscono per marginalizzarlo dai più alti incarichi politici o comunque fanno di lui una sorta di opzione di ultima istanza. Il sistema sembra accettare Clemenceau solo quando si trova con le spalle al muro. Questo risulterà evidentissimo nella decisione di Poincaré di affidargli la guida del Paese nel novembre 1917 in una fase cruciale del conflitto, quando si è giunti a un punto di non ritorno. Mai come in questo caso i lunghi anni della formazione, della contesa politica e intellettuale sono decisivi per comprendere l’operato di un ultrasettantenne che in un biennio contribuisce in maniera determinante al trionfo della liberal-democrazia occidentale sul dispotismo degli imperi centrali e a quel tentativo di costruzione di un ordine geopolitico europeo che in realtà sarà ben presto rimesso in discussione dall’onda d’urto del revisionismo hitleriano. Ecco spiegato perché, per parlare del Clemenceau del 1917 (così come di quello dell’agosto 1914), bisogna partire dal giovane studente di Medicina della Parigi di fine Secondo Impero.

L’apprendistato politico

Georges Clemenceau nasce il 28 settembre 1841 a Mouilleron-en-Pareds, nella profonda campagna orientale della Vandea. La Vandea “bianca” e controrivoluzionaria. Ma i Clemenceau stanno dall’altra parte della barricata, anche se risiedono in campagna e possono vantare ampi possedimenti terrieri. Essi fanno parte di quella “borghesia blu” che ha combattuto contro le forze realiste e antirivoluzionarie. Il bisnonno di Georges è in prima linea proprio al fianco delle forze repubblicane nell’opporsi all’insurrezione realista vandeana. È però necessario soffermarsi sulla figura del padre di Georges, Benjamin Clemenceau. Medico, ascrivibile alla borghesia laica e repubblicana, egli si è guadagnato questi “galloni” sul campo, partecipando alla rivoluzione del 1830 e poi agli eventi del 1848. Ha proseguito la sua “carriera” di fiero oppositore all’oscurantismo cattolico, conservatore e realista, opponendosi al colpo di Stato di Luigi Napoleone Bonaparte e venendo dal regime di quest’ultimo arrestato in due occasioni, immediatamente dopo il 2 dicembre 1851 e in seguito all’attentato subìto da Napoleone III nel 1858. Nel secondo caso, all’arresto segue anche la deportazione in Algeria, prima di passare agli arresti domiciliari a Nantes. Il giovane Georges cresce nel culto del padre, sia dal punto di vista delle prospettive professionali sia da quello politico. Benjamin avvicina il giovane Georges al positivismo di Comte e anche agli ideali del progresso e dell’anticlericalismo di matrice repubblicana. Georges fa presto suoi gli insegnamenti paterni. Più volte ricorderà il padre come una delle poche persone che ebbe una reale influenza su di lui, per i consigli sulle letture, ma anche per le massime filosofiche che amava ripetere al figlio, il quale sceglie di seguirne le orme anche negli studi di Medicina.
Fin dalla promessa al padre incarcerato («Ti vendicherò» dice al padre, che saggiamente replica: «Se vuoi vendicarmi, lavora!»), il giovane Georges si mostra spirito ribelle, impaziente e proiettato a dispiegare il suo attivismo in un’arena pubblica particolarmente ostile alle sue idee dominate dal culto della Repubblica, laica e universale. Il trasferimento da Nantes a Parigi per proseguire gli studi di Medicina nasce dalla ricerca di un ambiente intellettualmente e politicamente più stimolante della provincia. A Parigi egli è attivo negli ambienti studenteschi del quartiere latino e si fa arrestare nel 1862 per aver organizzato una manifestazione in ricordo dei giorni della Seconda Repubblica del 1848. I settantatré giorni di prigione sono l’occasione per stringere amicizie e sodalizi intellettuali. A Sainte-Pélagie il giovane Clemenceau entra in contatto con il padre nobile del socialismo utopistico Auguste Blanqui e, soprattutto, stringe uno stretto rapporto di amicizia con Auguste Scheurer-Kestner, oppositore di spicco del Secondo Impero, poi figura storica del parlamentarismo della Terza Repubblica e protagonista nelle vicende dell’affaire Dreyfus.
Pur proseguendo e portando a termine gli studi in Medicina con la laurea e l’avvio della specializzazione, è sempre più evidente che il futuro di Georges Clemenceau non sarà la carriera ospedaliera. Nel 1864 decide di lavorare a una tesi di dottorato che discuterà l’anno successivo. Al di là della qualità del lavoro, è rilevante la sua dimensione “politica”. Clemenceau approfondisce gli studi di anatomia patologica del professor Charles Robin, allievo di Comte, materialista e avversario del cattolico e bonapartista Pasteur. Quello di Clemenceau è un raffinato e colto attacco all’idealismo, cui contrappone il materialismo antidogmatico e in contrasto con i regimi monarchici, autoritari e clericali.
Il 1865 è un anno chiave per il ventiquattrenne Clemenceau, in virtù di una decisione improvvisa quanto fondamentale. Per una profonda delusione sentimentale (l’amore non corrisposto per Hortense Kestner, sorella dell’amico Auguste, che lo considera «bizzarro e molesto»), Georges parte per gli Stati Uniti. Nonostante le perplessità familiari, in particolare del padre, egli mette in primo piano l’importanza di visitare e vivere in un Paese repubblicano, nella fase decisiva della ricostruzione dopo la lunga e crudele guerra civile. Sul finire del settembre 1865 Clemenceau è a New York. I quattro anni trascorsi oltreoceano sono un periodo formativo cruciale da molti punti di vista. Oltre ad approfondire e perfezionare la conoscenza dell’inglese − fatto non comune all’epoca che sarà decisivo, una volta al potere, nel corso della Grande Guerra, per i rapporti personali che riuscirà a costruire, in particolare con Lloyd George e Wilson, ma anche con i rappresentanti militari alleati − Clemenceau diventa un attento osservatore e conoscitore di quello che ben presto arriva a definire il «modello americano». Di questo apprezza il culto della libertà e l’attenzione per i contropoteri, che garantiscono dai rischi del potere personale. La democrazia americana, pur essendo intrisa di valori religiosi (aspetto spinoso per l’anticlericale Clemenceau), diffida dei salvatori incaricati da una supposta provvidenza di agire e pensare al posto degli altri. Il potere personale e il culto del salvatore per Clemenceau non sono altro che il sinonimo della reazione monarchica e imperiale europea, e francese in particolare. A dimostrazione del suo livello d’intransigenza su questo tema, è interessante citare una lettera all’amica Madame Jourdan, nella quale gli esprime la sua pietà per l’esecuzione sommaria con cui i repubblicani messicani eliminano l’effimero imperatore Massimiliano I. Clemenceau replica con violenza e intransigenza:
Tutti questi imperatori, re, arciduchi e principi sono grandi, sublimi, generosi e superbi; le loro consorti sono tutto ciò che più vi piace, ma io li odio, di un odio profondo, come si odiava nel ’93, quando quell’imbecille di Luigi XVI veniva indicato con l’appellativo di esecrabile tiranno. Tra noi e questa gente è in corso una battaglia mortale. Hanno ucciso utilizzando ogni genere di torture milioni di noi e io non ho la minima pietà per loro. Piangere il lupo significa commettere un crimine nei confronti delle pecore. Massimiliano voleva commettere un vero crimine: coloro che voleva uccidere, lo hanno ucciso. Ne sono contento. […] Credete che io sia feroce? Ciò che vi è di peggiore è che su questo tema sono intrattabile e non cambierò mai idea. (Georges Clemenceau, Correspondance)
A proposito del suo approccio intransigente, Clemenceau sbarca negli Usa intriso delle idee rivoluzionarie di Blanqui. Rientra a Parigi più moderato, ma soprattutto più pragmatico. Sembra avere compreso che l’azione politica non può non essere in equilibrio tra due dimensioni, entrambe indispensabili: la fermezza sui princìpi ma anche un metodo pragmatico da applicare alla risoluzione dei conflitti. Ancora dagli Usa deriva, decisiva sia per l’esercizio di potere sia per la sua più grande passione, cioè il giornalismo politico, la presa di coscienza del ruolo dell’opinione pubblica. Più volte nelle Cronache che scrive per il quotidiano «Le Temps» (dell’amico Laffont) egli insiste su questo tema:
Gli uomini di Stato sono puri e semplici rappresentanti dell’opinione pubblica: senza di essa sono impotenti, contro di essa si infrangono. È ad essa che devono tutto il loro potere e sono tanto più forti quanto la rappresentano fedelmente. (Michel Winock, Clemenceau)
Resta infine un ultimo dato, di natura privata e personale. Tra i molti impieghi svolti per contribuire alle spese del lungo soggiorno statunitense, Clemenceau insegna francese ed equitazione in un collegio femminile a Stamford (Connecticut). Qui conosce Mary Plummer, che sposa nel giugno del 1869, un mese prima del rientro in Europa. La coppia si installa in Vandea, ma ben presto il richiamo di Parigi torna prepotente. Clemenceau vi si trasferisce a inizio 1870, in piena mobilitazione per la guerra franco-prussiana, senza la moglie e la figlia neonata. Sceglie il quartiere “sociale” di Montmartre, dove apre un piccolo studio medico. È qui che riceve le notizie del 2 settembre 1870, felici e tragiche allo stesso tempo. Il giovane medico, repubblicano e patriota, non può che gioire per il crollo del Secondo Impero, ma allo stesso tempo nutre profondi timori per la sconfitta dell’esercito francese e per le fosche nubi che si addensano all’orizzonte della “giovane” Repubblica solennemente proclamata due giorni dopo, come tradizione, dal balcone dell’Hôtel de Ville di Parigi. I cinque anni e mezzo che intercorrono tra la proclamazione della Terza Repubblica e le elezioni legislative del febbraio-marzo 1876 sono un lasso di tempo decisivo per la Francia, ed è in questa fase eroica, ma allo stesso tempo drammatica e per molti versi confusa e ricca di colpi di scena, che si completa l’apprendistato politico di Clemenceau.
Il 5 settembre 1870, Clemenceau è eletto sindaco del XVIII arrondissement di Parigi, quello di Montmartre e della cosiddetta “butte populaire”. Dopo il fallimento dei negoziati che avrebbero dovuto condurre a una pace onorevole, Parigi è assediata dalle truppe prussiane che hanno invaso una parte consistente del Paese. La capitale si prepara a resistere, difesa dagli uomini della Guardia nazionale, mentre le forze repubblicane in provincia tentano una difficile riorganizzazione bellica con Gambetta come protagonista. In questa prima fase, perlomeno sino all’armistizio firmato a Versailles da Jules Favre il 28 gennaio 1871, Clemenceau opera in bilico tra la componente rivoluzionaria e quella borghese impegnata nella difesa nazionale di Parigi. Sindaco del XVIII arrondissement, confermato alle elezioni municipali del 5 novembre 1870, è in prima fila nel criticare il governatore militare di Parigi Trochu e i suoi eccessivi timori delle pulsioni rivoluzionarie della Guardia nazionale, e nell’attaccare Jules Ferry, definito un conservatore travestito da repubblicano. Quest’ultimo, alla testa dei battaglioni borghesi di difesa nazionale, lo etichetta a sua volta come complice dei rivoluzionari. Questa “ambiguità” di fondo gli costa la destituzione da sindaco del XVIII arrondissement, il 22 gennaio 1871, a pochissimi giorni dalla firma dell’armistizio di Versailles del 28 gennaio. Poiché Bismarck pretende che l’armistizio sia ratificato da un’assemblea eletta, l’8 febbraio 1871 si svolgono elezioni legislative organizzate in condizioni pratiche estreme, senza campagna elettorale, con il Paese in larga parte occupato, mezzo milione di soldati prigionieri e la capitale assediata. La nuova assemblea, instaurata il 12 febbraio successivo a Bordeaux, esprime una chiara maggioranza conservatrice, composta da monarchici, legittimisti e orleanisti che hanno ottenuto il voto non tanto in nome della restaurazione del sovrano, quanto della promessa della firma di una pace onorevole. Clemenceau è eletto deputato della Senna. È naturalmente tra i repubblicani, ma non esprime un punto di vista rivoluzionario. Il suo approccio è quello di un patriota giacobino che combatte per due obiettivi. Da un lato vuole opporsi alla restaurazione monarchica e, dall’altro, vuole contrastare il tradimento della coppia Favre-Trochu, rinnegare l’armistizio e continuare la lotta. Sui banchi dell’assemblea di Bordeaux siede per questo accanto agli amici Victor Hugo e Edgar Quinet e soprattutto ai rappresentanti di Alsazia e Lorena che, a seguito della pace punitiva firmata dal nuovo “capo del potere esecutivo” Adolphe Thiers, passano sotto il controllo del trionfante Impero tedesco.
Chiuso l’armistizio, il governo Thiers vuole ricondurre all’ordine anche Parigi, dove la situazione è degenerata verso dinamiche rivoluzionarie. La decisione di Thiers di spostare la sede dell’assemblea da Bordeaux a Versailles (in onore alla maggioranza filomonarchica della stessa) è una provocazione inaccettabile per le forze rivoluzionarie parigine che possono contare su una chiara presa di posizione della Guardia nazionale. Il tentativo dell’esercito di Versailles di recuperare i cannoni schierati a Montmartre si tramuta, il 18 marzo 1871, nell’occasione per un violento scontro e per l’esecuzione sommaria di due generali della Guardia nazionale per mano della folla inferocita. L’episodio avviene a Château Rouge, Montmartre, alla presenza di Clemenceau, il quale non riesce a bloccare ciò che definisce «il delirio del sangue», una sorta di «vento di follia che domina la folla inferocita».
Mentre il comitato centrale della Guardia nazionale indice le elezioni per la Comune di Parigi, Clemenceau è impegnato nel tentativo di proporre una terza via tra i due estremi: la “Francia di Versailles” e i rivoluzionari parigini e la loro ambizione di autonomia e autogoverno. Clemenceau cerca di farsi portatore di un messaggio di conciliazione, che scongiuri la guerra civile, e di una mediazione che tenga conto di tutte le componenti. Egli paga questo suo tentativo di “equilibrismo” politico in una fase in cui non domina certo la ragionevolezza.
Non c’è spazio per lui nel consiglio della Comune e, dopo le dimissioni da membro dell’Assemblea nazionale e un periodo di vera e propria fuga tra Vandea e Alsazia, il rientro è in una Parigi spettrale, ferita dalla brutale repressione della Comune di fine maggio 1871. Clemenceau è però convinto che i mesi trascorsi abbiano oramai segnato uno spartiacque sia nella vita del Paese sia nella sua esperienza personale. Il suo posto è a Parigi, e nel suo futuro vi sarà la carriera politica ben più di quella di medico. Il 23 luglio 1871 è eletto consigliere municipale del XVIII arrondissement, precisamente della parte popolare di Clignancourt. Da questo momento in poi, sullo sfondo di un Paese attraversato dalla minaccia di restaurazione monarchica, il cui culmine è rappresentato dal tentativo d’instaurazione dell’ordre moral di Mac-Mahon, Clemenceau opera nel contesto parigino, impegnato in uno sforzo di base di natura sociale. Politicamente egli è intento a definire il suo profilo di repubblicano radicale, attento a rimandare al mittente le accuse di aver militato tra i “rossi” nei mesi convulsi precedenti alla Comune.
L’emendamento Wallon del 30 gennaio 1875, passato per un solo voto e grazie alla scelta di alcuni moderati di appoggiare la proposta dei repubblicani, sancisce il riconoscimento “implicito” del regime repubblicano e le tre leggi successive sull’organizzazione dei pubblici poteri costituiscono l’architrave costituzionale del nuovo sistema. Le elezioni senatoriali e legislative di gennaio-febbraio 1876 hanno un significato importante per investire di legittimità politica l’evoluzione costituzionale e confermare la svolta del Paese. Il trionfo dei repubblicani è totale e Clemenceau, eletto al primo turno deputato di Parigi con oltre 15 mila voti, lascia il consiglio municipale e inizia la sua carriera politica nazionale.

Trent’anni di lotte politiche e giornalistiche

Contro i repubblicani opportunisti
Clemenceau giunge all’Assemblea nazionale nel febbraio 1876 e vi resta sino al 1893. Fa parte della grande famiglia dei repubblicani, al cui interno il suo piccolo gruppo è d’estrema sinistra, i cosiddetti radicalsocialisti. Se ancora, almeno sino al 1877 e al tentativo di colpo di Stato di Mac-Mahon, la Repubblica deve essere difesa dal pericolo della reazione monarchica, una volta scongiurato il pericolo “esterno”, Clemenceau avvia la sua personale battaglia contro quello che considera il nemico “interno” della Repubblica. Per almeno un decennio egli si batte strenuamente contro i cosiddetti “repubblicani opportunisti”, coloro che, secondo lui, sarebbero portatori del tentativo di depotenziare la carica radicale della Repubblica. Clemenceau diventa il difensore di una visione intransigente della Repubblica e nel corso degli anni Ottanta i suoi principali bersagli sono Gambetta (sino alla repentina scomparsa nel 1882) e Jules Ferry. Già nella campagna elettorale del 1876 egli aveva affermato pubblicamente la sua distanza da un «repubblicano opportunista» come Gambetta:
I repubblicani conservatori chiedono alla Repubblica il suo minimo, noi il suo massimo. Noi, repubblicani radicali vogliamo la Repubblica per le sue conseguenze: le grandi e feconde riforme sociali che si porta con sé. L’obiettivo che ci prefissiamo è il completamento del grande rinnovamento del 1789, inaugurato dalla borghesia francese e abbandonato da essa prima di completarlo; si tratta di ristabilire la pace sociale attraverso il solo sviluppo della giustizia e della libertà: la pace repubblicana. (Michel Winock, Clemenceau)
La pace repubblicana passa prima di tutto, secondo Clemenceau, attraverso una legge sull’amnistia circa i fatti del 1870-1871. La battaglia per l’amnistia è il primo banco di prova per valutare ...

Indice dei contenuti

  1. Collana
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. Indice
  5. Georges Clemenceau di Michele Marchi
  6. Fonti e bibliografia
  7. Cronologia Francia 1918 di Mario Bussoni
  8. Approfondimento Armi leggere di Mario Bussoni
  9. Piano dell'opera

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