Erich von Falkenhayn
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Erich von Falkenhayn

Informazioni su questo libro

Erich von Falkenhayn, il generale tedesco che concepì e diresse la tremenda battaglia di Verdun, fu ben diverso dai classici generali prussiani. Mosca bianca della macchina militare del Kaiser, divenne noto perlopiù a seguito delle sue sfortunate campagne militari, per la sua inaspettata nomina a ministro della Guerra, nel 1913, e per non aver saputo portare la Germania alla vittoria. Si difese scrivendo due memoriali e molti articoli. La storia ci ha consegnato il profilo di un uomo grigio, triste e riservato che infine si ammalò e morì tormentato dalle critiche al suo operato. Fu un uomo di pensiero piuttosto che d'azione, un filosofo della guerra.

Informazioni

Editore
Pelago
Anno
2022
eBook ISBN
9791255010388
Argomento
History

Erich von Falkenhayn

di Andrea Santangelo

Introduzione

Uno dei personaggi della storia militare tedesca intellettualmente più stimolante, e per molti versi anche misconosciuto, sottovalutato e misterioso, è il generale che costruì e diresse la tremenda battaglia di Verdun, Erich Georg Anton von Falkenhayn. La sua carriera, ben diversa da quella dei classici generali prussiani, e il suo pensiero strategico, quasi eretico per i canoni tedeschi del tempo, lo rendono una sorta di mosca bianca all’interno della macchina militare del Kaiser Guglielmo II. Il suo biennio come capo dello Stato maggiore generale e il suo ruolo di ultimo ministro della Guerra prima dello scoppio del Primo conflitto mondiale ne fanno, a tutti gli effetti, una figura di assoluta centralità se si vuole capire a fondo la storia di quel periodo. Winston Churchill arrivò addirittura a dichiarare di lui che, a suo parere, era di gran lunga il più abile generale tedesco della Prima guerra mondiale. Ciononostante Erich von Falkenhayn è poco conosciuto, e lo è quasi esclusivamente per le sue sfortunate campagne militari (Verdun soprattutto, ma anche la Palestina), o per la sua inaspettata nomina a ministro della Guerra nel 1913, nonché per il fango che gli fu gettato addosso, appena finita la guerra, per non aver saputo portare la Germania alla vittoria. I gruppi di potere presenti all’interno dello Stato maggiore tedesco, in gran parte favorevoli a Ludendorff e Hindenburg, la “strana coppia” che comandò su tutti dal 1916 al novembre del 1918, scaricarono su Von Falkenhayn molte delle pecche dell’apparato bellico teutonico. Egli si difese con tutte le energie che aveva, scrivendo due memoriali e molti articoli per i giornali, ma la vulgata storica ci ha consegnato un personaggio piuttosto grigio, triste e riservato che si ammalò e infine morì per le critiche al suo operato in guerra. Un perdente, insomma.
Non lo era. Molti studiosi, di recente, si sono finalmente dedicati a uno studio sistematico del suo pensiero e delle sue azioni militari, su tutti il professor Robert Foley del prestigioso King’s College di Londra. Il risultato è che la figura di Von Falkenhayn è stata pienamente rivalutata e riabilitata, aprendo la strada a nuovi studi che dovrebbero rivedere quanto fino a oggi si è tramandato circa la Grande Guerra sul fronte occidentale, con risultati anche sorprendenti. Si potrebbe dire che non è tutto oro quello che luccica nello Stato maggiore generale tedesco della Prima guerra mondiale.
La biografia di Erich von Falkenhayn è, infatti, un utile strumento di divulgazione anche, e soprattutto, per affrontare tutto ciò che riguarda il famoso Stato maggiore prussiano, considerato da tutti gli addetti ai lavori una straordinaria macchina da guerra, invidiata e temuta da alleati e nemici, che ha rappresentato il vero asso nella manica e la chiave di ogni successo militare di Berlino nel corso del XIX secolo.
Creato dopo le sconfitte napoleoniche, lo Stato maggiore prussiano (in tedesco Große Generalstab) fu forse il primo vero ascensore sociale meritocratico in un mondo ancora dominato dal lignaggio e dal sangue blu. Vi si entrava solo dopo una rigida selezione e vi si cooptavano solo le più aperte e brillanti menti militari. A questi ufficiali, un gruppo di eletti tra gli eletti, venivano affidati compiti di grande importanza (come l’accurata pianificazione di guerre contro ogni nazione conosciuta) e venivano date responsabilità molto superiori a quelle dei militari che rivestivano lo stesso incarico in altri Paesi (per esempio, un ufficiale di Stato maggiore prussiano poteva opporsi agli ordini del comandante della sua unità e appellarsi a un livello gerarchico superiore, fino ad arrivare al sovrano stesso). Il sistema si cristallizzò sotto Helmut von Moltke (il Vecchio), che per ben trent’anni diresse lo Stato maggiore (dal 1857 al 1888): i migliori centoventi ufficiali inferiori tra quelli che ogni anno passavano l’esame per entrare alla Kriegsakademie (l’accademia militare che ospitava il corso di Stato maggiore) venivano poi via via scremati finché solo il 15 per cento di loro entrava nel Große Generalstab. Dodici di quei centoventi giovani venivano personalmente istruiti e seguiti dallo stesso von Moltke.
Si venne così a creare quasi un ordine monastico votato allo studio della guerra e alla sua realizzazione sul campo di battaglia, composto da uomini che dedicavano completamente la propria esistenza al culto di Marte. Per questi uomini non esistevano feste comandate o giorni di riposo, essi erano sempre a disposizione dello studio e della pianificazione della guerra. Nel periodo in cui Alfred von Schlieffen era capo di Stato maggiore generale, a Natale era solito mandare lettere ai suoi collaboratori più stretti che non contenevano banali auguri, bensì dei temi di guerra da sviluppare per il giorno dopo. Riteneva, infatti, che le feste e le domeniche fossero giorni specialmente indicati per i compiti importanti, i quali esigono un lavoro intenso e tranquillo, non turbato dagli affari ordinari.
L’inglese Graeme Wynne, che era stato un ufficiale del reggimento King’s Own Yorkshire Light Infantry sul fronte occidentale, nel suo libro If Germany Attacks: The Battle in Depth in the West argutamente motteggiava: «Il tedesco, quando è soldato di professione, ha sempre preso la guerra con una serietà con cui solo lo sport è trattato dagli inglesi, e solo lo sport e gli affari dagli americani».
Lo Stato maggiore generale fu il volano che permise alla Prussia di vincere ogni guerra dopo il disastro napoleonico del 1806 e che produsse una quantità di studi e di riflessioni in materia militare come mai prima il mondo aveva visto (nel 1860 metà della letteratura militare europea era in lingua tedesca). A esso sono associati i nomi più grandi della storia militare tedesca, da Von Gneisenau e Von Scharnhorst fino ai due Von Moltke. La Prussia, prima, e la Germania, poi, andavano giustamente fiere del primato intellettuale e pratico che il Große Generalstab aveva conseguito su tutti i competitori.
Eppure proprio questo primato, quasi incontrastato, diverrà la causa primaria delle tremende sconfitte tedesche del XX secolo. Secondo diversi storici, tra cui il britannico Martin Kitchen, il pensiero strategico tedesco era divenuto troppo rigido sul finire del XIX secolo, con la conseguenza che si era arrivati a ignorare l’attualità della guerra e il suo sviluppo tecnologico. Ci si era affidati troppo alla pianificazione di ogni singolo dettaglio (vedi il paradigmatico caso del celebre piano di Alfred von Schlieffen per affrontare in rapida successione prima la Francia e poi la Russia) e si era tralasciato il contesto globale. Scrive Kitchen, nel suo approfondito studio A Military History of Germany: From the Eighteenth Century to the Present Day, a proposito della metodica organizzazione teutonica precedente lo scoppio della Grande Guerra: «Alla ricerca del perfetto piano strategico, lo Stato Maggiore aveva studiato con attenzione gli orari ferroviari, aveva esaminato i dati di produzione dell’industria, aveva intrapreso innumerevoli esercitazioni e manovre e aveva prodotto tonnellate di memorandum». Questo grande attivismo aveva portato lo Stato maggiore imperiale a un eccesso di fiducia nei propri piani, che considerava quasi sacrali e intoccabili se non per marginali aggiustamenti. La dottrina dell’accerchiamento e della distruzione del nemico in due, massimo tre, grandi battaglie era diventata il mantra prediletto di tutti gli ufficiali prussiani di Stato maggiore. Le guerre vinte, dal 1814 in poi, avevano reso i prussiani troppo sicuri di sé e del proprio successo; a questa tronfia baldanza aveva contribuito anche l’ammirazione che le delegazioni militari straniere nutrivano ed esternavano continuamente per l’esercito del Kaiser (non ultima quella italiana: nel nostro Paese vi fu un’accesa discussione, poco dopo l’unificazione, se fosse meglio impostare il nostro modello militare su quello prussiano o su quello francese, con la vittoria però di quest’ultimo).
Questa “quasi sacralità” del Große Generalstab parrebbe indicare una realtà culturale monolitica, su cui l’intera nazione, a cavallo dei due secoli, si appiattiva intorno ai dogmi elaborati dagli eredi di Gneisenau, Scharnhorst e Von Moltke, fidandosene ciecamente. Il professor Robert Foley nel suo German Strategy and the Path to Verdun: Erich von Falkenhayn and the Development of Attrition, 1870-1916, invece, delinea un quadro abbastanza diverso della situazione concettuale all’interno della società tedesca della Belle Époque: c’era un dibattito molto acceso, che appassionava anche la stampa, su quale e come sarebbe stata combattuta la guerra del futuro. Tra gli autori più critici della visione cristallizzata dello Stato maggiore c’erano il feldmaresciallo Colmar von der Goltz e il famoso storico Hans Delbrück.
In particolare, risultavano quasi preveggenti le teorie proposte dal professor Delbrück circa la Ermattungsstrategie, o “strategia dell’attrito”, con le quali si metteva in chiaro che l’industrializzazione e la nazione stessa sarebbero state preponderanti e avrebbero influenzato anche l’arte della guerra. Le guerre del futuro sarebbero state una gara a chi avrebbe perso meno uomini, mezzi e risorse sui campi di battaglia, guerre che non avrebbero mai dato risultati definitivi come quelle del passato o come quelle che si aspettavano gli strateghi prussiani. I nuovi conflitti non sarebbero stati vinti dalla tradizionale Vernichtungsstrategie, o “strategia dell’annientamento”, ma da una lenta e terribile battaglia di mezzi, volta a logorare poco a poco le risorse fisiche e morali del nemico. Era una guerra del tutto nuova, totale, che avrebbe sconvolto sin dalle fondamenta la nazione tedesca. Ma lo Stato maggiore tedesco non prese in considerazione simili argomentazioni.
Erich von Falkenhayn, invece, doveva aver letto attentamente gli scritti, anche un po’ polemici, dei critici dello Stato maggiore, in particolare quelli di Hans Delbrück, e si era convinto della ragione che stava alla base di quelle tesi. Non si era esposto per appoggiarli pubblicamente, ma sicuramente aveva cominciato un percorso di elaborazione di un proprio concetto strategico, molto più pragmatico e realistico di quello dello Stato maggiore. Ecco dunque che, alla luce di queste considerazioni, il pensiero e le azioni di Von Falkenhayn iniziano a rivestire un’importanza tutt’altro che secondaria nell’economia della guerra e la sua figura comincia a perdere quel grigiore ingiustamente addossatogli, fino a rivelarsi lui uno dei pensatori militari più importanti della Grande Guerra. Un filosofo della guerra, come vedremo in seguito.
La rilettura degli eventi (culturali, militari e politici) che hanno portato allo scoppio della Prima guerra mondiale e un approfondimento biografico di figure colpevolmente dimenticate, come il “nostro” Von Falkenhayn, sono dunque il modo migliore per celebrare il centenario di quell’immane conflitto e per fare chiarezza sulle radici storiche di un’Europa che ancora oggi stenta a trovare una sua identità e importanza.

La formazione

Erich Georg Anton von Falkenhayn nacque l’11 settembre 1861 a Burg Belchau, un piccolo villaggio della Prussia Orientale (oggi si trova in Polonia e si chiama Białochowo), da Fedor Tassilo von Falkenhayn, Gutsherr di Belchau e Schwirsen, e dalla baronessa Franziska von Rosenberg. Per capire qualcosa dell’infanzia e della formazione culturale e umana di Erich dobbiamo analizzare brevemente il suo contesto famigliare, fatto di vero e proprio sangue blu.
La Prussia Orientale, Ostpreußen, le cui origini si rifanno all’epopea dei cavalieri teutonici e alla Bolla d’Oro di Rimini [di Federico II di Svevia, che riconosceva loro il dominio su quel territorio, N.d.R.] datata 1226, era un luogo dove si mischiavano violentemente le aspirazioni al possesso della terra di popolazioni germaniche, slave e baltiche. Oggi i territori della Prussia Orientale sono divisi tra Russia, Polonia e Lituania; inoltre, dopo la Seconda guerra mondiale, le popolazioni germanofone sono ormai una piccola minoranza. Dal ducato di Prussia, invece, presero avvio nel 1660 le fortune della casata degli Hohenzollern, destinata a riunire sotto la sua corona imperiale tutte le terre tedesche nel 1871.
Sotto molti aspetti la Prussia è stata per la Germania quello che il Piemonte è stato per l’Italia, ovvero il motore della riunificazione del Paese sotto la rispettiva casa regnante, ma la Ostpreußen lo è stata ancor di più connotando culturalmente l’intera nazione con molte delle sue peculiarità, come la classe di proprietari agrari, gli Junker, vera spina dorsale di esercito e amministrazione, e l’odio atavico per i popoli dell’Est (ma anche il miraggio del Drang nach Osten, ossia la “spinta verso Est” per ottenere il Lebensraum, lo “spazio vitale” per i popoli tedeschi).
Relitto di età feudale strettamente legato alla gleba, gli Junker (pare che abbiano origine dai funzionari altomedievali chiamati ministeriales) in Prussia trovano una loro collocazione perfetta e attraversano indenni i secoli fino ad arrivare alla riunificazione della Germania, che li vede addirittura in posizione dominante. Non hanno subìto concorrenza dai ceti borghesi, che in Prussia ebbero poca fortuna per la debolezza del mercato interno, e hanno rappresentato la principale difesa contro ogni invasione dall’Est. La loro laboriosa efficienza attorno a terre piuttosto povere ha creato una leggenda di semplicità, sacrificio, affidabilità e resistenza. Queste capacità sono diventate armi che gli Hohenzollern hanno utilizzato per rendere forti e temuti i loro eserciti, garantendo in cambio privilegi e preminenze nelle cariche civili e militari. Gli Junker sono la nobiltà di spada e aratro che ha reso grande la Prussia.
Gli Junker più importanti e potenti erano Gutsherr di qualche località o paese, che amministravano per conto del duca/re/Kaiser. La Gutsherrschaft era una tipica proprietà terriera dell’Europa centro-orientale nel periodo che va dal XV al XX secolo (in Germania fu abolita solo nel 1920), e il Gutsherr aveva poteri assoluti di polizia e giudiziari sugli abitanti delle terre da lui amministrate.
I contadini prussiani, però, non si sentivano repressi e angariati dagli Junker, perché esistevano strutture di lavoro nei villaggi che favorivano la solidarietà (come per esempio la Lega agraria del 1894). Il fatto poi che la nascente industrializzazione del Paese portasse una notevole modernizzazione anche in campo agricolo (unita a un forte incremento demografico) fece sì che migliorassero di molto le condizioni di vita del contadino medio e si evitassero così aspre rivendicazioni sociali. Il capitalismo degli Junker, grazie a una forte propaganda di Stato, era visto come un elemento produttivo e non come sfruttatore.
Fedor Tassilo von Falkenhayn, quello che potremmo definire un archetipo del classico grande proprietario terriero prussiano, ossia Junker e Gutsherr, era nato il 6 febbraio 1814 a Nakel (l’odierna città polacca di Nakło nad Notecią) e passò l’intera esistenza ad amministrare ed aumentare i possedimenti e la famiglia (facendo figli), mentre la moglie, Franziska von Rosenberg, proveniva da Graudenz (odierna Grudziądz), da una delle famiglie più in vista e rispettate della Prussia Orientale (conosciuta come “i lupi della Prussia” per lo stemma nobiliare e, pare, per la “fame” di terre; un altro ramo della famiglia Von Rosenberg, forse il più importante, si trovava in Boemia).
La famiglia Von Falkenhayn era una delle più antiche di Prussia; il nome è attestato già nel 1216 in un documento del vescovado di Merseburg sotto la forma di “Ualkinhain”, cristallizzato in Von Falkenhayn già nel XIV secolo. La terra di origine pare essere la Bassa Slesia, dove la famiglia si separò in due rami: uno rimase a Glatz ed entrò al servizio della dinastia degli Asburgo e uno si trasferì invece in Prussia.
Lo stemma nobiliare dei Von Falkenhayn era un corno da caccia rosso su scudo argentato, e al di sopra, vi era un elmo da guerra sormontato da cinque piume di airone. Dei cacciatori, dunque.
Fedor Tassilo e Franziska ebbero sette figli, segno di un matrimonio che pare aver funzionato piuttosto bene anche da un punto di vista dell’intimità, oltre che dell’unione terriera di due così prestigiose famiglie.
Erich Georg Anton è il sesto figlio, preceduto nel 1849 da Anton Georg, nel 1851 da Olga Franziska Helene, nel 1852 da Georg Ferdinand, nel 1853 da Eugen Georg Nikolaus, nel 1857 da Arthur Sebastian Georg e seguito dal solo Kurt Georg Anton nel 1863. Sei maschi e una femmina. Una vera e numerosa famiglia nobile prussiana, pronta a dare il suo grande contributo alla futura classe dirigente del Paese. I maschi arruolandosi nell’esercito o servendo nell’amministrazione, la femmina sposando un altro Junker e procreando tanti nuovi piccoli Junker. E così fu: il primogenito Anton si occupò della Gutsherrschaft di famiglia; Georg, Eugen ed Erich entrarono nell’esercito; Arthur e Kurt divennero importanti educatori e consiglieri presso la famiglia imperiale e Olga sposò il generale Moritz von Bock (dalla loro unione nacque il futuro feldmaresciallo Fedor von Bock). Ovviamente, tutti i sei maschi ebbero un’educazione di tipo militare, studiando nelle dure scuole per cadetti, ma solo Erich ed Eugen arrivarono a essere generali. Una famiglia di tradizione militare, dunque, imparentata con militari e con almeno tre figli militari di carriera: niente di strano, nella società prussiana orientale di fine XIX secolo.
Il piccolo Erich crebbe in una famiglia ricca materialmente e spiritualmente (per gli standard prussiani ovviamente); la sua è stata senza dubbio una fanciullezza gaia e spensierata, piena di giochi con i fratelli e di una campagna da esplorare e conoscere. Ciò non toglie che vi sia stata anche una certa durezza nell’educazione impartitagli: gli Junker tiravano su altri Junker, non certo ricchi damerini smidollati. Il concetto di fatica e di duro lavoro veniva insegnato in modo pratico sin dalla più tenera età.
Il clima culturale che si respirava nella famiglia Von Falkenhayn era quello tipico della Prussia di metà Ottocento: grande fiducia nel futuro con attenzione alle tradizioni e ai costumi sobri di un tempo. Erich era nato solo da un anno quando al cancellierato arrivò Otto Von Bismarck, l’uomo destinato a unificare la Germania e a renderla una potenza militare ed economica. Fu un periodo di grandi mutamenti: il Paese a vocazione fortemente agricola degli Junker lasciava il passo a una grande nazione industrializzata e tecnologicamente all’avanguardia. In particolare, fu la realizzazione di un’estesa e ben funzionante rete ferroviaria a dare l’impulso decisivo all’economia tedesca (oltre che a far vincere la guerra del 1870 contro la Francia). Nel 1855 c’erano poco più di 5000 chilometri di rete ferroviaria, nel 1880 erano diventati quasi 35 mila. Alcune regioni, come quella della Ruhr, divennero poli industriali senza rivali al mondo (nel 1890 si producevano 60 milioni di tonnellate di carbone contro le appena 2 del 1860). Le acciaierie Krupp, uno dei segreti delle buone armi tedesche, furono fondate a Essen nel 1811, ma è solo a metà secolo che divennero leader assolute del settore e il loro nome diventò sinonimo di forza e potenza. Partite con soli cinque dipendenti, nel 1890 ne avevano 23 mila, che producevano locomotive e rotaie, ghisa, ma soprattutto cannoni in acciaio (già nel 1860 il 50 per cento della produzione era di armi pesanti). Anche una vasta rete fluviale interna lungo i grandi fiumi Reno ed Elba aiutava non poco il flusso delle merci verso i grandi porti del mare del Nord. Bismarck con la sua infaticabile determinazione (era chiamato “der eiserne Kanzler”, “il cancelliere di ferro”) e in soli dieci anni aveva creato un impero per gli Hohenzollern e una nazione forte e ricca per i tedeschi.
Anche culturalmente la nuova Germania era una vera e propria potenza: tutto il mondo guardava con invidia e ammirazione ai successi tedeschi in archeologia, letteratura, arte, musica, architettura, medicina, scienza e tecnologia.
Nomi come Thomas Mann, Hermann Hesse, Theodor Mommsen, Heinrich Schliemann, Paul Klee, Albert Schweitzer, Robert Koch, Johannes Brahms sono solo alcuni di quelli che potremmo citare, ma sono indicativi del fertile clima culturale svilupp...

Indice dei contenuti

  1. Collana
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. Indice
  5. Erich von Falkenhayn. di Andrea Santangelo
  6. Fonti e bibliografia
  7. Cronologia Germania 1918. di Mario Bussoni
  8. Approfondimento Armi chimiche. di Mario Bussoni
  9. Piano dell'opera

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