Gli scritti inediti in italiano che compongono questo primo volume, Racconti e scritti educativi, sono stati composti dall’autore tra il 1911 e il 1939. Offrono ai lettori una serie, articolata e composita, di spunti e di riflessioni sulle pratiche educative adottate da Janusz Korczak con i bambini che ha seguito e accompagnato durate la sua vita. Le quattro parti che costituiscono il volume permettono allo studioso del pensiero di Korczak di approfondire snodi teorici della sua riflessione sulle strategie educative che ha attuato come direttore della Casa degli Orfani. L’argomentazione del racconto Bobo, le analisi di Momenti educativi, le intuizioni ironiche di Pedagogia scherzosa e una breve selezione di articoli sul legame tra teoria e pratica tentano di narrare, da diverse prospettive e anche con modalità differenti, il «mistero» che ogni singolo bambino porta con sé e lo sforzo, da parte dell’educatore, di scoprirlo, con rispetto e prudenza, al fine di creare le condizioni e le attenzioni per aiutare i minori a realizzarlo durante le fasi della loro crescita.
Traduzione e note di Francesca Fratangelo
Introduzione di Andrea Potestio
Postfazione di Ivo Lizzola

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Racconti e scritti educativi. Opere inedite I
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Racconti e scritti educativi. Opere inedite I
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Education General1. Scuola di paese
NOTA: Non ci sono penne…
COMMENTO: Cosa fare? L’insegnante dovrebbe avere qualche penna
di riserva da prestare? Chi le dimentica spesso? Annotare quante
volte succede, e non l’esagerato: «Tu la dimentichi sempre…».
Magari la mattina, prima della prima ora, si potrebbe chiedere chi
ha dimenticato cosa.
NOTA: [Osservazione di cinque minuti durante l’ultimo quarto
d’ora (aritmetica)].
Bolek si gratta il mento con un palmo, si tira un orecchio,
dondola la testa, guarda alla finestra, si agita sulla sedia,
incrocia le braccia, rotea le spalle, misura la lunghezza del banco
con il quaderno, sfoglia le pagine del quaderno, si dondola sulla
sedia, scuote la testa, guarda alla finestra (nevica), si mangia le
unghie, le mani sotto al sedere, si prende una scarpa con le mani,
sventola il quaderno, le mani in tasca, un movimento nervoso del
bacino, sfrega le mani…
«Maestra, maestra, vengo io alla lavagna».
La consegna: Scrivi! Prende la piuma, sferza l’aria, soffia e
colpisce il calamaio con impeto. Qualche veemente movimento del
bacino.
«La prego maestra, iooo… Oi-oi-oi».
Con la mano si colpisce la fronte, saltella. La consegna: fate
332+332. Fa la somma in un baleno, si guarda attorno: «L’hai
fatta?» e a mezza voce: «Forzaaa facciamo veloci, come il ventooo…»
schiocca la lingua e sospira…
COMMENTO: È così che si difende il bambino, così dissipa
l’energia che cresce e non trova vie di sfogo, si sforza così tanto
di non interrompere la lezione, desidererebbe così tanto potersi
muovere, esprime sofferenza, si getta sugli strumenti di lavoro, ed
esprime – con un riferimento poetico – la nostalgia
inconsapevolmente nascosta così: “come il ventooo…”.
Osserva la sofferenza del bambino dinamico, del più attivo che,
per non far arrabbiare l’insegnante, si destreggia diligentemente
rilasciando la sua energia poco a poco, quanto deve patire, prima
di esplodere in qualcosa che gli garantirà il richiamo: «Sta’
buono». Quanto è “fortunato” il bambino apatico, sonnolento!
NOTA: «Silenzio! Quante volte lo devo ripetere in un’ora?»
COMMENTO: Si possono verificare casi diversi:
a) il richiamo al silenzio dell’insegnante è inutile, perché è
la disciplina (leggi: il pugno) che garantisce il silenzio;
b) si può, senza convinzione e senza risultati, ripetere più
volte “silenzio”;
c) si può lasciare che i bambini continuino a fare confusione;
d) si può dialogare con i bambini. Quindi, il silenzio assoluto,
è un silenzio relativo. Cosa rompe il silenzio: una domanda, una
richiesta, un’osservazione, una risposta non richiesta, una risata,
una conversazione con il compagno? Quando e quanto si può
consentire? Dipende dall’umore, o c’è una regola? E se c’è, devi
fare in modo che i bambini la capiscano.
NOTA: Risposte insicure alle domande più semplici, risposte con
riserva.
COMMENTO: È raro che l’insegnante non aggiunga qualcosa perfino
in caso di risposta corretta dell’alunno.
«Più veloce - più piano - alza la voce - ripeti - bene - vai
avanti».
«C’erano due ragazzi».
«Non due ragazzi, una coppia».
Non sempre l’alunno capisce se ha sbagliato a contare o a
esprimersi. Si avverte la sensazione di essere in errore, la
sensazione d’aver dato una risposta sbagliata.
Quanto è insopportabile qualsiasi lavoro, e addirittura
impossibile il lavoro intellettuale, quando qualcuno ci sta con il
fiato sul collo, è fastidioso. Accade a volte così:
Insegnante: «Sai quante libbre gli sono rimaste?»
L’alunno: «Cinque».
L’insegnante: «La frase completa».
L’alunno (tira a indovinare): «Sei».
Ma perché non farlo finire, e poi correggere? Bella domanda.
NOTA: «Le streghe non esistono» – dice l’insegnante.
Zbyszek (silenzioso) dopo una lunga riflessione, sussurra tra sé
e sé: «sì che esistono, le streghe».
COMMENTO: L’autorità della scuola si scontra così spesso con
l’autorità della famiglia! A volte, l’autorità dei grandi dovrebbe
cedere il passo all’autorità di un compagno poco più grande.
NOTA: Quanto aumenta la confusione della ricreazione dopo la
prima, seconda, e terza lezione: numero di risse, di litigate, di
lamentele. Quanto aumenta l’irrequietezza della classe: insieme di
osservazioni sulla classe intera e sui bambini presi singolarmente.
ATTENZIONE: costringere un bambino a stare seduto per 4 ore su
una sedia scomoda, non fatta su misura, è una tortura pari a
costringerli a camminare per altrettante ore in scarpe scomode e
strette.
NOTA: «Aspettate a scrivere». «Presto, fai in fretta, stanno
aspettando!».
COMMENTO: «Veloce – non così veloce». È in questo modo che
l’insegnante spinge la classe a uniformare il livello. Purtroppo! E
i “più veloce” e “più piano” ingannano, demoralizzano i bambini, li
confondono.
NOTA: L’insegnante: «allora, quanto fa?»
L’alunno non lo sa.
La classe suggerisce: «48».
L’insegnante: «allora, quanto fa?».
L’alunno tace.
COMMENTO: situazione alquanto interessante. Perché l’insegnante
pretende una risposta ormai inutile, e perché l’alunno rifiuta il
suggerimento? Alcuni alunni approfittano malvolentieri dei
suggerimenti?
NOTA: L’insegnante: «com’è questo libro?» (vuole degli
aggettivi).
L’alunno: «ha delle immagini».
Cosa farà in questo caso l’insegnante?
NOTA: Tutti stanno già disegnando. Adas´ invece si sta ancora
preparando. La campanella: tutti hanno finito, lui si allontana dal
lavoro a malincuore.
NOTA: Fammi vedere i tuoi disegni. Un sorriso imbarazzato,
indugia, è riluttante.
COMMENTO: È cosa nota che il bambino diventa serio quando
disegna? Si sa quanto intensamente si sforza e quanto dolorosamente
si avvilisce?
«Perché hai disegnato così?»
«Perché così è bello, così mi è venuto in mente».
Janinka ha disegnato qualcosa di simile ad un enorme cactus dove
su ogni spina siede un uccellino.
«Questo cos’è?»
«Da noi in internato una bambina ha disegnato così».
NOTA: Chi siede vicino al balcone ha freddo (c’è corrente).
COMMENTO: Momento di distrazione. Se in classe c’è freddo e i
bambini sono vestiti leggeri: uno sta immobile, inchiodato nella
stessa posizione, un altro si difende dal freddo cambiando spesso
posizione (“si agita”).
NOTA: Ha qualcosa in bocca che gli dà fastidio, muove spesso le
labbra, forse gli dondola un dente.
COMMENTO: Elemento di distrazione.
NOTA: Il tesoro della tasca del bambino: l’astuccio.
COMMENTO: L’insegnante ha già vietato di portare a scuola
palloni, bambole, magneti e lenti di ingrandimento. Ma l’astuccio è
consentito. Anche il contenuto dell’astuccio distoglie
l’attenzione. Ma: non sta attento perché gioca con l’astuccio, o
gioca con l’astuccio perché non è concentrato? Riposatosi nel
gioco, soddisfatta l’esigenza di allontanarsi dall’argomento della
lezione, ritornerà in pari più in fretta, o proseguirà nella
disattenzione? O al contrario: potrebbe, se non avesse l’astuccio,
trastullarsi nell’apatia di un vuoto di pensieri ancora più a
lungo?
2. Corso preparatorio a una pensione privata
NOTA: La bidella pulisce la lavagna. Małgosia la sporca (per dispetto) con il gesso. Strano.
COMMENTO: A volte l’azione di un bambino ci può sorprendere. Se l’avesse fatto A, sarebbe stato comprensibile, ma lui?... E così esitiamo sulla diagnosi appena eseguita. Nelle giustificazioni date al bambino “eh allora, è così? E io pensavo che… mi sono sbagliato… adesso… ecc.” Ci offende e ci umilia che ci abbiano ingannati. Talvolta accade che in casi eccezionali B imiti qualcuno: ha detto, ha fatto ciò che fanno “gli altri”. Małgosia ha visto, ieri o una settimana fa, che qualcuno faceva i dispetti alla bidella, qualcuno che lei ammira, a cui vorrebbe somigliare.
NOTA: «Bambine, vi prego, non chiacchierate».
COMMENTO: Perché richiami di questo tipo, a scuola, per i “ben educati” funzionano? La punizione di un rimprovero delicato, di un gesto infastidito, di uno sguardo stupito, la punizione di un’alzata di spalle… La punizione è un’ammonizione ironica, preferibile alla bacchetta che colpisce il sedere o a una critica che distrugge le ambizioni. “È brutto, non si fa”. Un commento “tagliente”, tagliente, quindi ferisce. Forse sono finito per caso alle radici di una questione importante. Dove nasce quella mostruosa dipendenza dell’uomo dal giudizio, la paralisi che deriva dalla paura di essere derisi, quella maledetta preoccupazione a quello che di noi pensa il cameriere o lo steward di un hotel?
NOTA: «Non lo so fare, chiedo?».
COMMENTO: Il bambino non ha imparato la lezione sul lessico tedesco. Se potessimo fotografare il suo comportamento! Vista annebbiata, composto, sorriso smunto o rabbia, la collera nelle sopracciglia aggrottate, finti grugniti, un muto movimento di labbra (lo sa, ma non ricorda – lo sa, oh, adesso lo dice – non lo sa, perché non lo sa). E l’insegnante interroga. Tutto questo ricorda una tortura, suscita tristezza.
NOTA: Accanto ai bambini che fanno ritardo, bisogna discutere anche di quelli, scomodi per la scuola, che arrivano fin troppo presto.
NOTA: A chi piace sedere nelle prime file, e a chi nelle ultime?
NOTA: Olek, ridammi la gomma. Olek restituisce la gomma ma non la poggia sul banco, bensì sulla testa. È noioso poggiare una gomma sul banco.
NOTA: «Ancora non la sai, la lezione? L’ho ripetuta così tante volte… dovresti vergognarti…»
COMMENTO: Beh, pazienza, non lo sa. Invece di trovare pretesti, una domanda: perché? Come se il medico dicesse al paziente: «Vergognati, hai bevuto l’intero flacone di sciroppo e ancora tossisci, hai il polso debole, non sei andato di corpo».
NOTA: Władzia entra in classe, poggia i libri, fa una passeggiata: va alla lavagna, ai quadri appesi al muro, alla cattedra dell’insegnante, di nuovo alla lavagna, al suo banco, in ultima fila, si appende tra due banchi, si siede, batte energicamente con i piedi. In classe entra Janka, arriva alla finestra e fissa immobile fuori dalla finestra. C’è confusione, spostano i banchi – si gira, ha una piega d’irritazione sulla fronte, non si muove; poi, con uno scatto torna al suo banco. (N.B. Alcuni studenti si legano al proprio banco come il carcerato alla propria cella).
NOTA: Stasia – osservazione di 8 minuti. 1. Corre verso un altro banco. 2. Si inginocchia sulla sua sedia. 3. Di nuovo a un altro banco (chiacchiera bisbigliando). 4. Torna al suo posto. 5. Chiacchiera con la vicina di banco, questa si alza dal suo posto e visi siede Stasia. 6. Va alla cattedra. 7. Torna indietro, nel passaggio fa leva sulle braccia e si solleva. 8. Appoggiata al banco chiacchiera a bassa voce con due bambine. 9. Ride, poi conversazione di gruppo con cinque bambini. 10. Corre subito in quarta fila con una notizia. 11. Torna al posto. 12. Torna, sbircia sul libro della vicina.
NOTA: Non volete applicarvi, non fate attenzione (con tono rassegnato, di disperazione).
COMMENTO: In questa gabbia assieme ai bambini è rinchiusa anche un’insegnante, non è solo lei ad obbligare gli altri, anche lei ha degli obblighi: opprimendo, si opprime da sola. Forse un tempo ci ha provato, ha tentato. E se non l’ha fatto forse non sapeva, non ne era capace, le cose sono andate così. Forse ha sbagliato nella scelta della professione. Di chi è la colpa?
NOTA: Władzia alza la mano (un pensiero fugace, non annotare perché rovinerebbe le diagnosi formulate in precedenza).
COMMENTO: Ho annotato malvolentieri che Władzia – spirito libero, argento vivo – vuole parlare. Perché? Proprio perché va contro l’idea generale che mi ero fatto di lei come studentessa, avrei dovuto gioire per questo fatto e annotarlo diligentemente. Władzia così come la voglio io, non dovrebbe alzare la mano, dovrebbe essere contenta del fatto che la lascino in pace, che non la forzino a rispondere. E il mio crimine sta proprio nel volere che lei sia così come l’ho inquadrata io. Invece dovrei studiarla così come è lei, dovrei volerla studiare nel modo più approfondito possibile, nella sua pluralità di aspetti. Ma sono pigro e vorrei che Władzia fosse facile da conoscere: le ho dato un’etichetta, a posto. Una mano che viene sollevata è un fenomeno nuovo, richiede una revisione di quanto formulato, un nuovo sforzo di pensiero per ampliare la prospettiva. Non sono paziente, sono frettoloso. “Conosciutala” facilmente, sono già corso a studiarne altri, più complessi. Soddisfo subito un paziente con una diagnosi sbrigativa perché c’è la fila. Sono ambizioso, ho paura della mia diagnosi forse proprio perché è formulata superficialmente, messa insieme alla buona, non sono sicuro e mi assale il terrore che un nuovo sintomo possa mettere a repentaglio in un attimo l’etichetta che le ho affibbiato. Ammetto con dispiacere che sillabo con difficoltà, che devo esaminare a lungo e con attenzione le lettere dei sintomi per rintracciare a fatica il filo della trama. Un autoritarismo prepotente siede in me, e riconosce al volo “una peste” del genere. Un ciarlatano demoralizzato vive in me, al quale la scuola ha insegnato ad evitare le responsabilità della vera conoscenza. Quella mano sollevata di Władzia è la protesta di un essere vivo, che non permette di essere classificato come una qualunque cosa, che non è d’accordo con una definizione, con un’etichetta, e dice: «tu non mi conosci». Cosa saprò mai io di Władzia? Che non sta mai ferma? L’insegnante ha lanciato un fugace: “pigrona”, mi è piaciuto, l’ho fatto mio. Forse Władzia non è una pigrona. Forse è meglio rifiutare le banali definizioni, ammettere l’errore e vincere in cambio un paio di considerazioni autocritiche. La sensibile Władzia forse è in grado di provare interesse; forse lotta con i pregiudizi dell’insegnante. Questa mano alzata può voler dire:
a) “io lo so, non sono così per come mi avete presa”.
b) “se qualcosa mi interessa davvero, e la so, voglio rispondere”.
E se fosse che un effettivo “pigrone” questa mattina ha deciso di cambiare, di iniziare una nuova vita? Forse, dopo una conversazione con la mamma o con un’amica. Dovrei aiutare Władzia nel suo sforzo, o forse, tenere a mente tutto e aspettare e vedere cosa succederà più avanti, domani, o fra una settimana.
E così, non è una maledetta mano quella che si solleva, ma un quesito al quale non riesco a trovare risposta.
NOTA: Chiacchiera. Un topo ecc. (e subito – un ratto, un’ape e così via).
COMMENTO: Non esiste libro che descriva la tecnica di conversazione con i bambini, la chi...
Indice dei contenuti
- Copertina
- RACCONTI E SCRITTI EDUCATIVI
- Indice dei contenuti
- NOTA DEL TRADUTTORE
- INTRODUZIONE. LA PEDAGOGIA “IMPLICITA” DI JANUSZ KORCZAK
- La pedagogia “implicita” come osservazione e narrazione del bambino
- La dimensione antropologica e l’intreccio tra pratica e teoria
- La struttura e i temi degli scritti educativi
- BOBO
- UNA SETTIMANA SFORTUNATA
- LA CONFESSIONE DI UNA FARFALLA
- MOMENTI EDUCATIVI*
- Premessa
- 1. Scuola di paese
- 2. Corso preparatorio a una pensione privata
- 3. Helcia
- 4. Stefan
- PEDAGOGIA SCHERZOSA*
- Introduzione
- La campagna e la città
- Lo scolaretto
- L’escursione
- Le risse
- Una piccola arpia
- A letto presto
- Una favola per la più piccola
- I grandi e noi, i bambini
- Come si nasce?
- Il resoconto della partita
- I miei consigli
- L’amore
- Tira, giovanotto!
- ARTICOLI PEDAGOGICI*
- Teoria e pratica
- L’educazione dell’educatore attraverso il bambino
- L’educatore come difensore
- POSTFAZIONE. IL LASCITO NECESSARIO DI JANUSZ KORCZAK
- In principio
- “Una clinica educativa”
- Le Tôledot: del vivere e del morire
- Un lascito, necessario
- Infine
- AUTORE
- INDICE DEI NOMI
- CULTURA STUDIUM
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