Non c'è progresso senza felicità e non ci può essere felicità in un mondo segnato dalla distribuzione iniqua della ricchezza, del lavoro, del potere, del sapere, delle opportunità e delle tutele. Quest'inumana disuguaglianza non avviene a caso ma è lo scopo intenzionale e l'esito raggiunto di una politica economica che ha come base l'egoismo, come metodo la concorrenza e come obiettivo l'infelicità. Domenico De Masi analizza qui due concezioni opposte dell'individuo, della società, dell'economia, la cui contesa verte proprio sul ruolo, il valore e l'organizzazione della vita attiva nelle sue espressioni del lavoro e dell'ozio. Da un lato la concezione della Scuola sociologica e marxista di Francoforte; dall'altro quella della Scuola economica e neoliberista di Vienna. Purtroppo ha vinto la seconda, grande nemica della felicità.

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La felicità negata
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Argomento
Social SciencesCategoria
SociologyParte prima
Due teorie
La democrazia segue due estremi. Da un lato, ridursi all’arte di condurre un gregge senza che si rivolti, rendendolo docile con tutti i mezzi. D’altra parte, tendere verso l’esigenza costantemente rinnovata e costantemente approfondita che le persone pensino insieme.
ISABELLE STENGERS
La Scuola di Francoforte
Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà.
HERBERT MARCUSE
L’Institut für Sozialforschung.
Mentre i comunisti conquistavano la Russia con la rivoluzione d’Ottobre, mentre il popolo della sinistra non rivoluzionaria diventava sempre piú interclassista e si destreggiava tra sottili sfumature – socialdemocrazia, socialismo democratico, liberaldemocrazia, socialismo liberale, socialismo libertario, liberalsocialismo, liberismo sociale, socioliberismo, liberismo di sinistra, liberismo progressista, cristianesimo sociale, alleanza socialdemocratica, anarcocomunismo, geolibertarismo, anarchismo collettivista, terza via – la società a cavallo tra Otto e Novecento cambiava radicalmente forma e sostanza grazie alla rivoluzione culturale scatenata da filosofi come Nietzsche, scienziati come Einstein, architetti come Le Corbusier, letterati come Musil, musicisti come Schönberg.
Il marxista Marx aveva definito il suo pensiero come una «scienza dello sviluppo storico oggettivo» e il socialista Eduard Bernstein aveva ribadito che, nel rispetto di questo metodo marxiano, qualsiasi programma della sinistra doveva partire da una scrupolosa analisi oggettiva della struttura sociale e ogni sua prassi andava pensata e organizzata in base alle mutate condizioni concrete. In ossequio a questo principio, un gruppo di sociologi e filosofi dichiaratamente marxisti intraprese a Francoforte una delle maggiori avventure intellettuali del XX secolo spostando l’analisi dalla struttura del sistema sociale alla sua cultura.
Nella prima metà del Novecento l’asse della potenza industriale si era trasferito dall’Inghilterra agli Stati Uniti che, intanto, avevano dato il massimo contributo alla nascita della cultura di massa poi spalmata su tutto il pianeta con la complicità del conflitto mondiale1. Contro le teorie favorevoli alla società di massa e i loro difensori “integrati” come Edward Shils e Daniel Bell, si riversarono critiche degli “apocalittici” sia da sinistra (Wright Mills, Harold Lasswell, Umberto Eco, ecc.) che da destra (Ortega y Gasset, Walter Lippmann, ecc.). La Scuola di Francoforte lo ha fatto da sinistra, con maggiore sistematicità, genialità e persistenza. La sua produzione intellettuale rappresenta un passaggio cruciale nell’elaborazione teorica marxista, segnandola con l’inusuale convergenza di sociologia, comunismo e psicanalisi.
Quella che viene correntemente chiamata Scuola di Francoforte in effetti fu – secondo la definizione di Walter Benjamin – una “costellazione” interdisciplinare di prestigiosi intellettuali che ha ruotato dal 1923 ai giorni nostri intorno all’Institut für Sozialforschung (Istituto per la ricerca sociale), incardinato, senza farne parte, nell’Università Goethe di Francoforte2. In questa sede daremo un rapido sguardo solo alla produzione di alcuni di quelli tra loro che hanno trattato temi piú vicini al nostro discorso.
Dopo i tentativi rivoluzionari ottocenteschi, i revisionismi socialisti, la Prima guerra mondiale e la rivoluzione d’Ottobre, questi intellettuali avevano tre possibilità: accettare l’egemonia sovietica; parteggiare per i socialisti moderati e per la Repubblica di Weimar; riesaminare dalle fondamenta il pensiero marxista alla luce del recente progresso tecnologico e del ruolo centrale assunto dalla cultura di massa, per capire dove si potesse arrivare facendo confluire pensiero e prassi in un’azione rivoluzionaria.
Per portare avanti un rinnovamento teorico fondamentale e una vasta ricerca empirica sui mutamenti sociali, mantenendo però la necessaria indipendenza, occorrevano dei finanziamenti adeguati sia per ammontare che per provenienza. A questo provvide il sociologo marxista Felix J. Weil che, oltre a essere in piena sintonia intellettuale con gli altri componenti della costellazione, apparteneva a una famiglia ricchissima. Qualcosa di analogo, come vedremo, avvenne per la Scuola di Vienna.
Alla fondazione dell’Institut contribuí, oltre a Weil, Friedrich Pollock, anche lui sociologo marxista. Via via ne faranno parte centinaia di studiosi, tutti di altissimo livello, impegnati nelle piú varie discipline ma in prevalenza sociologi3. La creazione dell’Istituto avvenne il 3 febbraio 1923. La sede, appositamente progettata e costruita per l’Institut, aprí ufficialmente il 22 giugno 1924. Il discorso inaugurale fu tenuto dal direttore Carl Grünberg, il quale concluse «dichiarando apertamente la sua fedeltà al marxismo in quanto metodologia scientifica. Proprio come il liberalismo, il socialismo di Stato e la scuola storica avevano altrove la loro sede istituzionale, anche il marxismo sarebbe stato il principio dominante dell’Istituto»4.
Da Francoforte a Francoforte passando per gli Stati Uniti.
Horkheimer sosteneva che «ogni epoca ha la sua verità»5. I francofortesi non solo capirono che la loro epoca non era la stessa in cui aveva vissuto e scritto Marx, ma seppero cogliere anche le diverse verità, spesso terribili, sottese agli eventi che fecero da sfondo alla vita dell’Institut. Gli storici della Scuola distinguono nella sua parabola tre differenti periodi. Nel primo, che va dall’inizio all’esilio americano (1934), gli studiosi che facevano parte della costellazione francofortese, pur rapportandosi a Marx, presero consapevolezza che il capitalismo, dopo essersi assicurato il dominio sulla struttura della società, stava evolvendo in forme mirate a manipolarne la sovrastruttura: ideologia, famiglia, estetica, informazione, cultura di massa. Perciò spostarono l’attenzione sul funzionamento dei meccanismi con cui il capitalismo riusciva a impedire sia la nascita di una coscienza critica, sia gli sbocchi rivoluzionari dell’azione antagonistica. Inoltre ingaggiarono un fitto confronto con le altre correnti filosofiche del tempo (positivismo, fenomenologia, esistenzialismo, pragmatismo e anche marxismo, sia nella versione sovietica che in quella socialdemocratica).
In questi anni vennero pure messi a punto i vari tasselli di quel paradigma composito che prenderà il nome di «Teoria critica» evocando la «filosofia critica» di Immanuel Kant e rifacendosi all’idea marxiana di far convergere teoria e pratica nell’azione rivoluzionaria, dal momento che si riteneva giunta l’ora di cambiare il mondo invece di limitarsi a interpretarlo. Le ricerche condotte dai vari componenti del gruppo alimentarono la rivista «Zeitschrift für Sozialforschung», fondata nel 1932 sotto la direzione di Horkheimer, un anno prima che l’Istituto venisse chiuso dalla polizia nazionalsocialista.
Il secondo periodo della Scuola comprende gli anni trascorsi dai francofortesi in esilio negli Stati Uniti e le loro opere composte sotto l’incubo del nazifascismo. Come era possibile che la razionalità, considerata dagli illuministi come la risorsa piú preziosa e identitaria degli esseri umani, potesse degenerare nella logica di dominio e nell’autoritarismo fino a concepire il massacro della Seconda guerra mondiale e l’eliminazione sistematica dell’intero popolo ebraico? Come era possibile che si fosse passati dalla logica del dominio dell’uomo sulla natura a quella del suo dominio sul mondo e sull’uomo stesso, per cui l’individuo, mirando a diventare libero, felice e padrone di sé grazie all’illuminismo, si ritrovava schiavo infelice e massificato nella società di massa?
A questi interrogativi cercarono di dare risposta soprattutto Erich Fromm, Horkheimer e Adorno che nelle loro opere allargarono il bersaglio dal solo capitalismo a tutta la civiltà occidentale, dove il nuovo dominio s’intrecciava con gli effetti della tecnologia6.
Nel 1950 Horkheimer e Adorno tornarono a Francoforte per riaprirvi l’Istituto mentre Marcuse restò in America. In questo terzo periodo gli interessi di Adorno si focalizzarono sulla filosofia e sulla sociologia della musica, soprattutto quella contemporanea. Ma lui stesso e gli altri non smisero di esplorare le matrici della coscienza borghese e la distruzione del sistema ecologico. E ciò nell’intento di indirizzare il processo storico dalla disperazione alla redenzione, verso la libertà e la felicità.
A questo punto, in piena Guerra fredda, i francofortesi si posero il compito di comprendere a fondo le nuove tecniche di dominio della classe dirigente e quale altra classe, dato l’imborghesimento e l’omologazione del proletariato operaio, fosse in grado di prendere il suo posto nella conduzione della lotta antagonista. Eros e civiltà (1955) e L’uomo a una dimensione (1964) di Marcuse, Dialettica negativa (1966) di Adorno possono essere considerati i testi principali pubblicati in questa fase.
In questo terzo periodo può essere collocata la fase tuttora in atto, segnata dalla personalità di Jürgen Habermas, che ha rimesso in discussione tutti i capisaldi della riflessione francofortese, dal ruolo della razionalità alla contraddizione tra la tecnica e la società, tra l’economia e la cultura, tra il metodo materialista e quello trascendentale.
«Kritische Theorie».
Il gruppo interdisciplinare di studiosi che afferiva all’Institut elaborò, nel corso degli anni, una risposta complessa ma non sistematica al capitalismo, che essi stessi chiamarono «Teoria critica». Il minimo comune denominatore che accomunava questi studiosi era il rifiuto delle aberrazioni che la società aveva manifestato dalla Prima guerra mondiale in poi. Scopo del gruppo era quello di condurre ricerche sociofilosofiche per analizzare empiricamente queste aberrazioni, le loro cause, le loro dinamiche, le loro conseguenze e le azioni piú adatte a correggerle. Il paradigma di riferimento consisteva nel superamento del materialismo, del positivismo e della fenomenologia, nella rilettura di Hegel e Kant, nello sviluppo critico del pensiero marxista depurato dell’ortodossia sovietica e delle correnti revisioniste. Tutto questo, senza escludere la possibilità di ricorrere alla rivoluzione in chiave utopistica, strumento radicale che il resto della sinistra aveva prima messo in sordina e poi cancellato.
I temi prediletti dalla Scuola, studiati con l’apporto della sociologia e della psicanalisi freudiana, sono stati la critica radicale allo sviluppo della società capitalistica borghese; la sua possibile crisi; il rapporto tra capitalismo, Stato e politica; l’avvento dell’autoritarismo al potere; la sorte delle interazioni umane nel passaggio al capitalismo monopolistico e al collettivismo socialista; l’individuo come prodotto delle forze oggettive che governano la società di massa; gli effetti socioeconomici dell’automazione; la disumanizzazione e la mercificazione dei rapporti sociali; la sfera individuale nel suo restringersi all’ambito effimero del consumo; l’accecamento sociale come risultato dell’alienazione; la scienza che, asservita al profitto, diventa strumento di dominio sulle cose e sugli uomini; la critica al neopositivismo come assoggettamento della filosofia alla tecnica; l’industria culturale collocata, come fa notare Giacomo Marramao, «nel punto di intersezione tra economia e politica, mercificazione dei rapporti sociali e nuove forme di dominio»7.
L’apparato intellettuale con cui sottoporre ad analisi questa vasta materia fu appunto la Teoria critica che, intenzionalmente, non consisteva in un corpus teorico compiuto ma piuttosto in una serie di critiche penetranti ad altri pensatori, altre correnti, altri sistemi filosofici. Marramao scrive che, per Kritische Theorie, gli intellettuali francofortesi
intendevano una radicale ridefinizione e un rilancio della componente piú vitale del pensiero di Marx, con una netta presa di distanze dal marxismo che, nelle due tradizioni della socialdemocrazia e del leninismo, aveva sacrificato la dimensione della soggettività alla dura oggettività delle leggi di movimento della storia. Congedarsi da queste due tradizioni significava rileggere la critica di Marx filtrandola attraverso nuove lenti filosofiche8.
Proprio attraverso queste nuove lenti la potenza del recente capitalismo appariva affidata non tanto all’apparato produttivo quanto alla sua sovrastruttura culturale; le capacità liberatorie della rivoluzione, se condotta con mezzi e contro nemici superati, si rivelavano inconsistenti; il proletariato risultava incapace del rinnovamento perché ormai integrato nella stessa macchina sociale che avrebbe dovuto distruggere.
In sintesi, la Teoria critica ha rappresentato il tentativo piú compiuto di riscrivere il marxismo alla luce dei grandi mutamenti del XX secolo, come scienza socioeconomica centrata sull’analisi non piú della struttura ma della sovrastruttura. Perciò ha denunziato la famiglia in quanto sistema che educa alla rassegnazione e all’obbedienza, entrambe indispensabili al capitalismo per inculcare il carattere masochistico nella personalità borghese; ha messo sotto accusa l’arte, la cultura di massa e l’industria culturale; ha esplorato i meccanismi con cui lo Stato autorita...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- La felicità negata
- Introduzione
- Parte prima. Due teorie
- Parte seconda. Due prassi
- Il libro
- L’autore
- Dello stesso autore
- Copyright
Domande frequenti
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