BORSELLINO PAOLO
Paolo Borsellino è stato, con Giovanni Falcone, uno dei più validi componenti del pool di giudici istruttori penali di Palermo (→ POOL ANTIMAFIA), capace di infliggere a Cosa nostra una pesante sconfitta con il Maxiprocesso (→ MAXIPROCESSO). Da sempre attento ai giovani, ha lasciato molte testimonianze sull’importanza dell’impegno antimafia a cui sono chiamate le nuove generazioni.
Nel 1986 Borsellino fa domanda per essere nominato a capo della procura di Marsala. Il suo concorrente è un magistrato molto più anziano ma pressoché inesperto di mafia. Il CSM (il Consiglio superiore della magistratura, che decide in questi casi) si spacca. C’è chi sostiene che deve applicarsi il criterio dell’anzianità di servizio. Ma per gli incarichi in zona di mafia (come Marsala) c’era una direttiva specifica del CSM secondo cui si doveva tener conto anche della professionalità antimafia. L’età o la competenza?
Alla fine il CSM si esprime a favore di Borsellino. Il caso sembra chiuso. Ma nella vicenda irrompe Leonardo Sciascia, uno dei più importanti scrittori italiani. Sul maggior quotidiano nazionale un suo articolo viene intitolato I professionisti dell’Antimafia. Sciascia in pratica accusa Borsellino di essere un carrierista, uno che in nome dell’antimafia dà gomitate e calci per scavalcare colleghi più anziani e meritevoli. Un’accusa assurda. Lo stesso Sciascia, qualche anno dopo, incontrando Borsellino, ammetterà di essere stato male informato.
Il danno provocato è comunque enorme. Quella definizione di “professionisti dell’Antimafia” avrà un peso devastante e affonderà poi un bersaglio che non era nel mirino di Sciascia: Giovanni Falcone.
L’articolo di Sciascia verrà infatti strumentalizzato e usato in modo spregevole quando, dovendo decidere un caso analogo a quello di Marsala, alla professionalità di Falcone verrà preferita la maggiore anzianità di un magistrato che sapeva molto poco di mafia, pur aspirando a dirigere il principale ufficio che la mafia doveva combatterla (→ FALCONE).
In alcune interviste, la brutta vicenda sarà commentata da Borsellino con parole pesanti (l’antimafia sarebbe stata costretta, come in effetti poi avvenne, a fare un bel po’ di passi indietro, rinunciando alla visione unitaria che era il punto di forza del pool e tornando alla frammentazione delle indagini che prima era la regola e che impediva di ottenere risultati significativi), e proprio per le dichiarazioni rilasciate il CSM sottoporrà Borsellino a un processo disciplinare: secondo il Consiglio superiore della magistratura le interviste non erano il modo giusto di far valere le proprie ragioni. Una delle tante manifestazioni di ostilità contro il pool.
Anche Borsellino (come Falcone) non è benvoluto dai colleghi. E quando da Marsala si trasferisce alla procura di Palermo, il suo “capo” ci mette parecchio tempo prima di assegnargli inchieste di mafia corrispondenti al suo livello professionale. Si decide a farlo soltanto qualche giorno prima del 19 luglio 1992, quando Borsellino – che dopo la morte di Falcone avrebbe dovuto essere ben più energicamente tutelato – è ucciso da Cosa nostra nella strage di via d’Amelio insieme ai ragazzi della scorta. Neanche due mesi dopo la strage di Capaci, un’altra vendetta postuma di Cosa nostra, per punire l’intollerabile sconfitta subita nel Maxiprocesso (→ CAPACI, → VIA D’AMELIO).
Come detto, Borsellino credeva nelle nuove generazioni e proprio a loro amava rivolgere queste parole, una sorta di testamento spirituale: “La lotta alla mafia non deve essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolga tutti, che tutti aiuti a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si contrappone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della complicità”.
BOSS
Nel linguaggio giornalistico, un boss è il mafioso che esercita un ampio potere di controllo su un determinato territorio, comprese le attività economiche (legali, ma soprattutto illegali). Dentro Cosa nostra i boss sono i capi al vertice della catena di comando (→ CUPOLA), quelli che decidono la politica di tutta l’organizzazione, la gestione dei soldi sporchi (→ MAFIE, → RICICLAGGIO), gli omicidi eccellenti e le stragi (→ ATTENTATI).
Dopo le stragi del 1992 si apre un decennio importante dell’antimafia giudiziaria. Due importanti novità, di cui già Falcone e Borsellino erano stati convinti sostenitori, la legge sui pentiti e il 41 bis (→ PENTITI, → QUARANTUNO BIS), diventano operative e offrono validi strumenti per reagire alle stragi impostando un’efficace strategia d’attacco al cuore e al cervello di Cosa nostra. Lo sperimenta in particolare la Procura antimafia di Palermo, della quale noi facevamo parte.
Si celebrano processi che si concludono con condanne per seicentocinquanta ergastoli e un’infinità di anni di reclusione. Vengono catturati moltissimi boss, quasi tutti componenti della Cupola: Salvatore Riina, Giuseppe Montalto, Raffaele Ganci, Giuseppe e Filippo Graviano, Domenico Farinella, Michelangelo La Barbera, Leoluca Bagarella, Salvatore Cucuzza, Giovanni Brusca, Pietro Aglieri, Gaspare Spatuzza, Vito Vitale, Giuseppe Guastella, Mariano Tullio Troia, Salvatore Genovese, Benedetto Spera, Antonino Giuffrè. Un numero così alto di latitanti (cioè di criminali che per anni erano riusciti a sfuggire all’arresto), ciascuno di elevatissimo spessore criminale, non si registra né prima né dopo il periodo in oggetto. Anche se, ovviamente, di catture ve ne sono state anche in seguito, in particolare quella “eccellente” di Bernardo Provenzano (11 aprile 2006).
Tra questi boss ricordiamo quelli che hanno maggiormente segnato la storia di Cosa nostra.
Badalamenti, Gaetano (detto Tano). Nato a Cinisi il 14 settembre 1923 e morto in carcere ad Ayer (USA) il 29 aprile 2004, capo di Cosa nostra dal 1974 al 1978. Nel 1987 è condannato negli Stati Uniti a quarantacinque anni di reclusione per essere stato uno dei leader della cosiddetta “Pizza connection”, un traffico di droga del valore di 1,65 miliardi di dollari che, dal 1975 al 1984, ha utilizzato una rete di pizzerie americane come punto di distribuzione. In Italia è condannato all’ergastolo nel 2002, come mandante dell’omicidio di Peppino Impastato (→ IMPASTATO). Badalamenti è promotore di una politica di “mediazione”, di “convivenza” con lo Stato, che – prima dell’avvento dei corleonesi di Totò Riina – permette per decenni a Cosa nostra di accrescere nell’ombra il suo potere, inquinando sempre più estese parti dell’economia, della politica e delle istituzioni.
Bagarella, Leoluca. Nato a Corleone il 3 febbraio 1942, attualmente detenuto in regime di 41 bis per vari ergastoli. Cognato di Totò Riina, e come lui sostenitore della “linea dura” (quella favorevole alle stragi) di Cosa nostra. Nel 2002, collegato in videoconferenza dal carcere dell’Aquila con la corte di assise di Trapani, legge una lunga dichiarazione contro il 41 bis, lanciando un inquietante “messaggio” alla politica: «Noi detenuti a L’Aquila con il regime 41 bis siamo stanchi di essere umiliati, strumentalizzati, vessati e usati come merce di scambio dalle varie forze politiche». Secondo Bagarella, i detenuti sarebbero stati «presi in giro», e «le promesse non… mantenute».
Bontate, Stefano. Nato a Palermo il 23 aprile 1939 e ucciso, sempre a Palermo, il 23 aprile 1981 da sicari agli ordini di Totò Riina. Detto “il principe di Villagrazia”, capo della più grande famiglia mafiosa di Palermo (Santa Maria di Gesù), è tra coloro che fanno entrare Cosa nostra nel business del traffico internazionale di droga, avvalendosi poi del finanziere Michele Sindona per riciclare i propri ingenti profitti (→ NEW YORK). Anche lui, come Badalamenti, è promotore di una politica di “mediazione” con lo Stato.
Brusca, Giovanni. Nato a San Giuseppe Jato il 20 febbraio 1957, esponente di spicco del gruppo dei “corleonesi”, è condannato per oltre un centinaio di omicidi. Tra i più efferati quello di Giuseppe Di Matteo, il figlio tredicenne di Santino, il primo pentito a rivelare (proprio a uno degli autori di questo libro) come è stata eseguita la strage di Capaci cui ha partecipato. Il piccolo Giuseppe, dopo una prigionia di 779 giorni, è strangolato e sciolto nell’acido: un delitto che sprofonda il genere umano negli abissi della crudeltà. Brusca ricopre un ruolo fondamentale nella strage di Capaci del 1992 (→ CAPACI), in quanto aziona il telecomando della bomba che uccide Falcone, la moglie Francesca e i tre agenti di scorta.
Dopo l’arresto di Riina, Brusca – insieme a Leo luca Bagarella e a Matteo Messina Denaro – è tra i protagonisti della strategia degli attentati dinamitardi che nel 1993 a Firenze, Milano e Roma provocano in tutto dieci morti e centosei feriti, oltre a danni al patrimonio artistico (→ ATTENTATI). Catturato il 20 maggio 1996 in una località balneare vicina ad Agrigento, inizia poco dopo a collaborare con la giustizia.
Il 31 maggio 2021 – dopo aver trascorso venticinque anni in carcere – viene liberato per aver scontato la sua pena. La scarcerazione diventa un “caso”: l’idea che un mafioso, che ha commesso talmente tanti omicidi da non riuscire quasi a contarli, possa tornare libero suscita reazioni indignate.
Bisogna però ricordare che la scarcerazione avviene in applicazione di una legge fortemente voluta da Falcone e Borsellino che prevede la concessione di benefici in cambio della collaborazione con la giustizia nei processi di mafia. È vero, i mafiosi pentiti sono stati assassini, ma proprio perché mafiosi conoscono i segreti dell’organizzazione e rivelandoli forniscono informazioni preziose, spesso decisive, per le indagini.
Messina Denaro, Matteo. Capo indiscusso della mafia in provincia di Trapani, è attualmente uno dei boss più potenti di tutta Cosa nostra e uno dei latitanti più pericolosi e ricercati al mondo. Dopo l’arresto di Riina, Messina Denaro – insieme ai boss Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca – è tra i protagonisti della strategia degli attentati dinamitardi del 1993 a Firenze, Milano e Roma.
Provenzano, Bernardo. Detto “Binnu u tratturi” (Bernardo il trattore), per la violenza usata contro i suoi nemici. Nato a Corleone il 31 gennaio 1933, morto in carcere a Milano il 13 luglio 2016, è stato a capo del “mandamento” (zona mafiosa) di Corleone insieme a Salvatore Riina (→ COSA NOSTRA). A partire dal 1995 (anno della cattura di Bagarella), fino al suo arresto avvenuto l’11 aprile 2006, è il capo riconosciuto di Cosa nostra, e cerca di ripristinare l’antica politica di “coesistenza” con lo Stato introdotta da Badalamenti e Bontate.
Riina, Salvatore. Nato a Corleone (Palermo) il 16 novembre 1930, e morto nel carcere di Parma il 17 novembre 2017. Detto “Totò u curtu” per la sua bassa statura, diventa il capo supremo di Cosa nostra nel 1982 dopo la “seconda guerra di mafia”, in cui i boss del gruppo corleonese uccidono oltre duecento mafiosi della fazione avversaria (capeggiata da Bontate-Badalamenti e da un altro boss, Salvatore Inzerillo). Con lui Cosa nostra si trasforma in una dittatura, fondata esclusivamente sul terrore, sia all’interno sia nei confronti della società e dello Stato (→ CUPOLA). Dopo la conclusione del Maxiprocesso (→ MAXIPROCESSO), quando i rappresentanti più importanti della mafia vengono finalmente condannati a lunghe pene o a vita, Riina ordina le stragi di Capaci e di via D’Amelio, in cui nella primavera-estate del 1992 vengono barbaramente uccisi i giudici Falcone e Borsellino. Il 15 gennaio 1993, dopo venticinque anni di latitanza, viene arrestato (nelle vicinanze del suo “covo”, una villa con palme nel centro di Palermo) dai carabinieri, anche grazie alle indicazioni del pentito Baldassare Di Maggio.
BULLISMO
Bullo è il prepotente e arrogante che si crede chissà chi. In certe zone (in particolare in alcuni quartieri di Napoli) i bulli sono “materia prima” per il reclutamento dei delinquenti camorristi. Perciò ne parliamo in questo libro.
Ma il bullismo, purtroppo, è diffuso anche nelle scuole. Si esprime con comportamenti – volontari e ripetuti nel tempo – di provocazione, derisione, sopraffazione o vera e propria aggressione fisica contro chi non è in grado di difendersi. Si tratta quindi di atti di vigliaccheria, ancor più se commessi da un “branco” (gruppo di persone riunite).
Il bullismo può causare alla vittima danni notevoli, sia fisici che psicologici (umiliazioni, sofferenze psicologiche, esclusione sociale).
Gli studiosi del problema sostengono che i giovani bulli possono crescere compiendo altre prepotenze e progressivamente passare a furti, estorsioni, vandalismi, rapine e violenze. Quindi è un fenomeno che va contrastato sul nascere. Soprattutto quando prende forme particolarmente odiose, che offendono qualche compagno per il colore della pelle, il sesso o la religione.
Negli ultimi anni si parla molto anche di cyberbullismo, vale a dire il bullismo in rete (ad esempio sui social network). Una forma particolarmente insidiosa e pericolosa, oltre che ancor più vigliacca, perché quasi sempre approfitta dell’anonimato.
Come difendersi? È utile innanzitutto saperne di più e si può farlo consultando gli opuscoli con i consigli e le indicazioni che la polizia di stato predispone e che ogni scuola dovrebbe diffondere. Decisivo è raccontare sempre tutto ai propri genitori, cercare l’aiuto di insegnanti e personale non docente. Anche chi è testimone di atti di bullismo deve riferirli agli insegnanti. Chi tace è complice, anche in questo caso, come succede per la mafia.
BUSCETTA TOMMASO
Nato a Palermo il 13 luglio 1928, e morto a Miami, dove è vissuto protetto dalle autorità USA, il 2 aprile 2000, Tommaso Buscetta è il più noto collaboratore di giustizia in tema di mafia: è perciò protagonista di moltissimi libri, documentari e film; da ultimo quello di Marco Bellocchio, in...