La traiettoria
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La traiettoria

  1. 396 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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La traiettoria

Informazioni su questo libro

"Vengo da una famiglia in cui seguire le regole è un imperativo. Per capire chi ero ho dovuto infrangerle.

Mi sono guadagnato il mio spazio dissentendo. Ho cominciato a farlo quando ancora la barba non mi cresceva, e forse è stato in quell'istante che, da ragazzo, mi sono tramutato in giovane adulto. E che ho avuto percezione di essere, prima di tutto, Alessandro. Non un Benetton, come mi è stato ripetuto innumerevoli volte sin dall'infanzia. Un uomo. Che - come tutti - ha sbagliato ed è caduto, ma ha scoperto sulla propria pelle che sbagli e cadute possono essere opportunità di miglioramento.

So di essere partito con un certo vantaggio. Ma so anche che la mia vita - come quella di tutti - non è stata una passeggiata. È stata una maestra. Ho - come tutti - appreso lungo la strada. Grazie a esperienze, intuizioni, visioni. Sono queste che ho voluto raccontare, con la speranza che, forse, possano indicare una direzione, ispirare altri a cercare la propria traiettoria." Alessandro Benetton ripercorre la sua storia e ne raccoglie gli infiniti spunti, le tante lezioni, per scoprire che compongono un unico tracciato, nitido come una pista sulla neve o un'onda del mare. La traiettoria, appunto. E che ogni cambio di direzione, ogni ostacolo, ogni dosso ha avuto senso: perché gli ha fornito strumenti, conoscenze, oppure perché l'ha aiutato ad assecondare il cambiamento. La traiettoria diventa così molto più di un'autobiografia: nelle sue pagine pensate e sincere il lettore potrà trovare le coordinate, l'ispirazione, la spinta per imboccare e seguire la propria traiettoria, qualunque sia il punto di partenza, qualunque sia la destinazione.

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PRIMA PARTE

1

Ho sette anni e mi brucia la guancia perché mamma mi ha appena tirato un ceffone. Il dolore è rotondo, uniforme dall’orbita alla mandibola, ma poco sotto lo zigomo pulsa di più: è lì, proprio al centro, che si è abbattuta la fede nuziale. Però il ceffone l’ho capito. Sono in seconda elementare e, come ogni cucciolo, sto imparando per tentativi ed errori le regole dell’habitat che mi circonda, quindi nel ceffone riesco a leggere qualcosa di ragionevole.
È il significato delle parole di mio padre che continua a sfuggirmi: è quest’eredità tutta racchiusa in un cognome, quest’oscura logica iscritta in quelle otto lettere, che non riesco ad afferrare.
«Che figura ci fai fare come famiglia?»
La casa è quella che i miei genitori hanno fatto costruire a Ponzano Veneto poco dopo la mia nascita, ossia la tana della mia infanzia, il teatro delle ragazzate e delle ferite che lasciano cicatrici, dell’adolescenza prima degli studi oltreoceano. A progettarla è stato Tobia Scarpa, figlio d’arte, l’amico da cui mio padre si è fatto accompagnare in tante iniziative nella vita privata e nel lavoro. È una casa solida e grande, come il futuro che sembra profilarsi all’orizzonte per il marchio Benetton che, registrato ufficialmente solo sei anni prima, ha già inaugurato il primo store internazionale a Parigi. Però si tratta comunque di una casa sobria e minimalista perché così l’ha voluta il signor Luciano. Cemento, finestre, un bel giardino interno.
La sala da pranzo è piccola, se paragonata agli altri ambienti: la luce là dentro langue, lo spazio fa mancare un po’ l’aria, tanto più che quel giorno ci siamo tutti, a tavola. Mauro, mio fratello maggiore di due anni, e Rossella e Rocco, i miei fratelli più piccoli; Rocco è piccolo sul serio, sta ancora nella culla. Ci sono anche zio Gilberto e mio padre che, non essendo in viaggio come capita sempre più spesso, oggi è al suo posto: a capotavola, diciamo tra noi, malgrado il tavolo di legno sia quadrato. La sedia alla sua destra spetta a mamma, ma è vuota perché lei è ancora in piedi e mi punta addosso il suo sguardo avvolgente. Non mi viene in mente parola più esatta per dire gli occhi di mamma, o per descriverla per intero: è sempre stata una donna spiritosa e vivace, al punto da risultare a volte rumorosa e invadente, generosa nei sentimenti, presente persino nei silenzi, severa eppure vicina, anche nei momenti di delusione come questo. Mediterranea e veneta. Avvolgente, appunto.
«La devi smettere con questa faccenda della merenda.»
Due minuti prima, quand’era squillato il telefono, non ci avevo messo molto a capire che sarebbe finita così, anche se speravo il contrario: con tutto il cuore. Ma succede, no? Certe volte le nostre speranze non riescono a zittire quell’istinto che, spiacevole e sgradito, alla fine si rivela giusto. Mio padre e zio Gilberto stavano discutendo di prestiti e faccende finanziarie, io e Mauro ci scambiavamo boccacce chini sul piatto, Rossella cincischiava con forchetta e coltello e mamma badava a Rocco. Poi il primo squillo, il secondo, mamma si tampona la bocca col tovagliolo, si alza e…
Siamo agli inizi degli anni Settanta, quindi non esistono telefoni personali, cellulari o smartphone. Nessuno ha un telefono in tasca. Esiste solo il telefono fisso, il telefono di casa con un numero per tutta la famiglia, e il nostro – come quello di chiunque, all’epoca – è un oggetto pesante, un aggeggio a disco, attaccato a una presa e sistemato su un apposito mobiletto tra la sala da pranzo e la cucina. Mamma lo raggiunge, solleva la cornetta accostandola all’orecchio e alla bocca, scandisce cortesemente: «Pronto?» e ammutolisce. «Sì» annuisce una prima volta, ammutolendo di nuovo. Poi si limita ad acconsentire una seconda volta, scoccandomi un’occhiataccia e aggiungendo però un dettaglio: «Sì, signora Rosa». Allora, mentre i secondi scorrono lenti e l’espressione di mamma si rabbuia, io mi avventuro alla velocità della luce in un rapidissimo esame di coscienza. La conta delle cose buone e delle cattive. Di sicuro si tratta della scuola, perché all’altro capo della linea c’è la maestra Rosa. Da quanto ricordo, non ho preso pessimi voti né fatto a botte, però sono un tipo irrequieto, consumo energia, e stamattina mi brontolava lo stomaco dalla fame. «Sì» ripete mamma per la terza volta. «Non succederà più.» Dopodiché riaggancia. In sala da pranzo è calato il silenzio, c’è tensione: solo Rocco, ignaro, manda qualche verso dalla culla. Mamma scivola leggera sul pavimento, viene da me senza proferire parola e mi tira il ceffone.
«La devi smettere.»
Io non reagisco. Dentro di me ho la certezza di averla messa a disagio, perciò me ne resto lì, incredulo, la guancia in fiamme e lo zigomo che pulsa, lo sguardo di tutti addosso. Quello di Mauro è il più delicato, solidale. Quello più pesante è di mio padre.
«Che figura ci fai fare come famiglia?»
Va avanti da un po’, questa storia. Ho solo sette anni, ma da quando ho cominciato le elementari la riconosco più facilmente: mi accorgo che m’insegue dovunque, in ogni momento, come un’ombra. Ed è una storia che ha grossomodo la mia età. Si potrebbe dire che cresciamo assieme, io e lei, stretti l’uno all’altra. Nostro malgrado.
In Italia, i primi due decenni del secondo dopoguerra rappresentano il cosiddetto boom economico, ossia quel ciclo virtuoso capace di favorire non solo la ricostruzione, ma anche una crescita straordinaria di agricoltura e industria. Ovviamente i due comparti non sono la stessa cosa e alcuni settori si dimostrano più vitali. L’industria pesante e la chimica, in particolare i derivati di petrolio e carbone, si consolidano grazie all’esportazione; altri invece beneficiano anzitutto di una domanda interna più consistente: alimentari, bevande, tessili, calzature, cuoio, abbigliamento. L’importante però non sono le dinamiche del boom: a sette anni, con la guancia in fiamme e lo zigomo che pulsa, io le ignoro. Non ne ho la minima idea. L’importante è il contesto che questo miracolo economico determina attorno a chi si trova a vivere in quegli anni. Sia a chi c’era già, genitori e nonni, sia a chi viene al mondo.
Io sono nato il 2 marzo del 1964 e, all’anagrafe delle imprese, il “Maglificio di Ponzano Veneto dei Fratelli Benetton snc” viene registrato nel 1965. Tutt’e due, io e l’azienda di famiglia, vediamo la luce a Ponzano Veneto. Dunque siamo pressoché coetanei e conviviamo in un territorio che è tra i più coinvolti – travolti – dal boom. E il boom non è solo una categoria storica o socioeconomica, attenzione, o uno slittamento antropologico: è qualcosa che si misura anzitutto nella realtà quotidiana. Nella mia scuola, per dire, i figli dei contadini e degli impiegati, degli operai e dei primi imprenditori spartiscono aula e banco, voti, ore di lezione, le novità e gli atti di contestazione che s’innestano nelle crepe della tradizione. Tutti insieme, noi figli rappresentiamo l’embrione della società italiana che vuole lasciarsi indietro lo scempio materiale e morale del fascismo e della guerra. Ma se durante il boom economico i contadini veneti stanno senz’altro meglio dei loro padri, dei loro nonni e dei bisnonni, perché producono più di quanto non avessero mai prodotto le generazioni precedenti, non risultano tra le fasce benestanti perché le classi aristocratiche o ricche di nascita sono ancora lì. E inoltre c’è chi ha approfittato delle condizioni favorevoli del mercato e si è inventato imprenditore, grazie a uno spirito di iniziativa che aspettava solamente un’occasione. Indebitandosi, caricandosi di rischi enormi, a volte addirittura soverchianti, ma animato dalla convinzione di poter ripagare il debito e garantire un futuro migliore a se stesso, ai figli, ai nipoti. Mio padre è tra questi, cioè tra gli imprenditori di prima generazione, e a Ponzano Veneto e in tutt’Italia gli imprenditori simili a lui si contano sulle dita di una mano. È un visionario, ma un visionario pragmatico.
Così, nella mia classe alle elementari può capitare che la maestra se ne esca con una frase del tipo: «Non dovete vergognarvi di non essere ricchi» e che noi bambini si faccia tutti di sì con la testa perché la scuola, davvero, dovrebbe essere il luogo dove non esistono né si percepiscono differenze sociali. E sotto certi aspetti, decisivi nella quotidianità di un bambino, pare proprio così. Per esempio, quando è arrivato il momento di decidere con chi stare in banco, perché ogni banco è per due, la maestra Rosa non ha fatto distinzioni di sorta, anzi ha chiesto a noi bambini di scrivere su un biglietto chi preferissimo avere accanto. E io ho scritto che avrei voluto stare con Elisabetta o Marta perché mi piacevano, ma nel biglietto ho aggiunto che ad alta voce avrei detto il contrario per non farmi scoprire, però la maestra non doveva badare a quello che avrei detto ad alta voce. Alla fine, in banco con Elisabetta mi ci sono trovato, e la sua è una famiglia né ricca né povera.
Ma le differenze sociali esistono. È un dato di fatto. Il nostro dovere di adulti è riconoscerle e cercare in ogni modo di ridurle. Però, oggi come allora, queste differenze resistono nel mondo fuori dalla scuola e da lì s’intrufolano in classe; e se la maestra Rosa, magnanima e intelligente, sente la necessità di insegnarci che non bisogna cedere alla vergogna se qualcuno ti fa sentire meno ricco di lui poiché la povertà non è affatto una colpa, a sette anni io sento dilagare in me la vergogna di essere ricco. Giorno dopo giorno. La vergogna e la colpa di un bambino ricco che, pur senza volerlo, fa stare male gli altri. Sentendosi irrimediabilmente diverso.
Può apparire ironico, lo so, ma non lo è. Non si tratta di una cosa del tipo: anche i ricchi piangono. È più una faccenda del tipo: anche i bambini ricchi hanno un cuore e sono capaci di empatia. Io abito in una casa costruita appositamente per la mia famiglia, i miei compagni in appartamenti e case più piccoli. Io, quando suona l’ultima campanella, aspetto che i miei compagni escano da scuola e si allontanino perché, se mamma non può venire a prendermi, viene Giuseppe, e io non voglio che gli altri lo vedano. Siamo d’accordo di trovarci all’incrocio tra la stradina della scuola e la statale.
Giuseppe è il custode della nostra nuova casa. Anni prima ha lavorato in Svizzera, dove si spezzava la schiena asfaltando strade, e quando parla del suo vecchio lavoro, il modo in cui racconta, fa venire voglia di stendere liscio e dritto l’asfalto per sapere che sensazione dà. Ora però sta da noi, indossa una giacca a righe e ha uno stuzzicadenti in bocca che non smette mai di tormentare e di spingere di qua e di là perché ha smesso di fumare. Quando sogghigna lo stuzzicadenti s’impenna, e Giuseppe sogghigna ogni volta che viene a prendermi perché la stradina che dalla statale va alla scuola elementare, un distaccamento della sede di Treviso, è per metà asfaltata e per metà sterrata.
Lungo quella stradina, alla fine delle lezioni sfilano i miei compagni, una processione tra recinzioni e muriccioli tanto vicini che la Cinquecento della maestra ci passa a malapena. Io lascio che si allontanino tutti: al di là di una recinzione c’è un vecchio cane che accarezzo per prendere tempo senza dare troppo nell’occhio. Poi, quando non resta più nessuno, maledico l’ingiustizia di non avere un autobus che torni dalle parti di casa mia e mi metto in marcia. Arrivato all’incrocio, giro l’angolo e la vedo laggiù sul ciglio della statale, una cinquantina di metri più avanti: la Due Cavalli color crema targata Parigi che mio padre ha fatto arrivare proprio dalla capitale francese. Affretto il passo, m’infilo a bordo, saluto Giuseppe, lui mette in moto e nella bella stagione, mentre ingrana la marcia, attacca a parlare di ciclismo, di gare ciclistiche, di tour e giri d’Italia, e io maledico l’ingiustizia di non poter ancora andare a scuola da solo in bicicletta.
Di cognome io faccio Benetton, insomma, gli altri no. Mio padre e i suoi fratelli si sono lanciati in un’impresa che, in pochi anni, ha riscritto le regole del settore dell’abbigliamento e che, grazie alla sperimentazione che viene dalle necessità, ha inventato un nuovo modello imprenditoriale creando posti di lavoro, a Ponzano Veneto e non solo. L’azienda della grande famiglia genera una ricchezza – e una reputazione – di cui beneficia tutto il territorio, ma se il mio cognome è un biglietto da visita che racconta questa storia, le mie giornate ne raccontano un’altra.
I figli di certi ricchi, vecchi e nuovi, se ne vanno in giro senza pensieri, qualcuno ostenta addirittura le condizioni agiate e le tasche piene, invece i miei genitori hanno educato me e i miei fratelli con un’etica diversa. Per fortuna. Mio padre ha perso suo padre a dieci anni, ha dovuto abbandonare la scuola e rimboccarsi le maniche, ha iniziato da garzone di magazzino per arrivare dov’è, perciò non ci ha mai concesso laute o misere paghette, non si è prodigato in regali né ci ha mai reso la vita più facile. E mamma, figlia di un militare, è venuta su con una certa disciplina e uno spiccato senso del pudore, e impegnata dapprima con la Très Jolie (il primo marchio della grande famiglia) e con gli esordi della Benetton, e poi con la cura di noi figli sempre più numerosi, quasi sempre si scorda persino di metterci la merenda nella cartella. Ecco quindi spiegato perché, nelle mie mattine in seconda elementare, io mi ritrovo senza merenda e senza soldi per comprarla. Però sono un bambino ingegnoso, mi arrangio: passo l’intervallo a convincere i miei compagni – figli di impiegati, di commercianti, di operai, di contadini – a concedermi un pezzo della loro merenda.
Avrei potuto illudermi che questa fosse una regola del mio habitat, ma il ceffone di mamma è di quelli che non si dimenticano poiché si tratta di un gesto armato di un’etica. Di un senso della decenza e di responsabilità. E il suono, lo schiocco sordo del suo palmo e delle sue dita sulla mia guancia, è un’illuminazione. Uno di quei momenti che ti mostrano tutte assieme le tessere del puzzle, pur senza metterle ancora in ordine. Ed eccole, le tessere: io sono un bambino fortunato perché sono ricco, e me ne vergogno perché talvolta la mia ricchezza mette a disagio i miei compagni, e in tasca non ho soldi per comprare la merenda perché a casa siamo ricchi, sì, ma abbiamo conosciuto la fatica e abbiamo un’etica.
Il pranzo del ceffone è la prima volta in cui intuisco nitidamente il paesaggio ritratto dal puzzle, e il cortocircuito che può scatenare in un bambino della mia età. Aggiungo però che lo schiaffo e il dolore alla guancia mi confortano perché mi dicono che mamma è lì con me e che, col suo modo avvolgente, mi guida e mi guiderà sempre. Anche se dovessi deluderla di nuovo. Al contrario di mio padre che, seduto a capotavola, non si preoccupa di darmi segnali diversi da quel: «Che figura ci fai fare come famiglia?».
Io sono seduto alla sua sinistra e lui, accontentandosi di snocciolare quelle poche parole, torna subito a discutere con zio Gilberto. Ha sempre fatto così, e io sento forte la voglia di uscire in giardino e inforcare la bici, andare lontano, evadere. Invece abbasso gli occhi sul piatto e rimango ad ascoltare la ramanzina di mamma.
È nel giardino della casa di Ponzano Veneto che, un mezzogiorno di primavera, imparo ad andare davvero in bicicletta. Devo avere cinque anni e anche in quell’occasione mio padre si è forse speso in uno sguardo, ma parole no, nella memoria non ne ritrovo.
È un mezzogiorno qualunque, però sono sicuro che è un mezzogiorno di primavera perché ricordo quel tepore particolare, l’aria profumata di fioriture e il sole alto, splendente, non la presenza tenue che d’inverno si leva poco sopra l’orizzonte, e neppure la calura che brucia e fa polvere d’estate. Il giardino è spazioso e somiglia a un grande patio: sul fondo c’è la vasca in cemento coi pesci rossi che ingrassano e, lungo il perimetro, i sentieri in...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. La traiettoria
  4. Alessandro
  5. Prima parte
  6. Seconda parte
  7. Terza parte
  8. Ringraziamenti
  9. Copyright