Isola
eBook - ePub

Isola

  1. 228 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

All'ombra dei nuovi grattacieli scintillanti del quartiere Isola di Milano ancora resiste una vecchia casa di ringhiera. E con lei resistono i suoi abitanti: Italo e Bambina, una coppia di anziani che da sempre vive nel piccolo bilocale al secondo piano; Pietro, che ha lasciato il lavoro di rappresentante farmaceutico per aprire un negozio di fiori; Kalinda, di ritorno a Milano dopo anni in giro per il mondo a cercare la sua strada. E ancora le amiche Patty e Lola, Marco e Angela del bar Lucky, e Lucía, (angelo) custode del condominio. Vite che scorrono più o meno tranquille, fino a quando nel palazzo accade qualcosa di misterioso...

In questo romanzo sorprendente e caleidoscopico, Diego Passoni ci racconta frammenti di vite all'apparenza ordinarie che il suo sguardo unico e profondo illumina, svelandone l'umanissima straordinarietà. E ci racconta di lei, Milano, con le sue mille luci e altrettante ombre. Città operosa e ipercompetitiva che sa anche svestirsi dei suoi grigi fatti di cinismo, fretta e indifferenza per indossare i colori dell'accoglienza e dell'inclusione. Città viva e pulsante dove migliaia di persone ogni giorno compiono gli stessi gesti senza mai sfiorarsi, come tante piccole isole, ciascuna con i propri bisogni e desideri, le proprie fragilità e contraddizioni. Eppure tutte unite da un grande sogno: trovare un posto da chiamare, finalmente, casa.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2022
eBook ISBN
9788835717959
Terza parte

ISOLE

18

Kalinda entra in casa richiudendo la porta con un colpo di tallone.
Butta le chiavi nel cesto poggiato sulla cassettiera subito a destra. Si sfila le scarpe con qualche manovra di piede, e si tuffa di schiena sul divano.
«Alexa, suona playlist “Burning Man”.»
E dalle casse ai due lati del salotto parte un brano delle Hole.
Chiude gli occhi, incerta se piangere o arrabbiarsi.
Odore di pavimenti puliti, polvere, e cera per il legno. Lascia che il profumo appuntito di limone la avvolga. Il limone arriva sempre un attimo dopo la cera.
Riapre gli occhi puntandoli verso la cassettiera. Quell’odore viene da lì, è il segno che Anita è passata a riordinare e pulire casa, e a usare il trattamento su quel vecchio mobile come le ha chiesto di fare.
Aveva dovuto cambiarne quattro prima di trovare Anita. Forte – sposta il divano e pulisce anche sotto e dietro –, veloce e precisa. L’unica cosa è che non stira, ma per lei non è un problema.
È stata sua madre a passarle il nome. Ripensa a quando un giorno, un paio di settimane prima, le ha detto: «Non è granché brava la tua filippina, ti devo mandare qualcun altro in prova». E, indicando l’alone sul bordo di un bicchiere in cui si era versata del vino bianco preso dal frigo senza chiederglielo, aveva aggiunto: «Mi sembra, diciamo, poco motivata».
Si ricorda di quel pomeriggio. Si ricorda che pioveva. E ricorda chiaramente anche l’istante stesso in cui pensò: “Brutta stronza, torni a Milano qualche giorno, stai tutto il tempo da mia sorella, passi a trovarmi mezzoretta e hai anche da ridire!”.
E infatti la Benny stava cercando solo di mettere mano alla vita di questa figlia per sentirsi meno in colpa. Un blitz a Milano per sistemare le questioni con la banca e il commercialista di famiglia, e trovare questa Anita che aveva incrociato sulle scale, e aveva scoperto che già lavorava tutte le mattine lì, dai signori anziani, e che Lucía le aveva garantito fosse mandata da don Gino – che bravo quel pretino, fossero tutti così! Lucía le aveva raccontato che questa donna si era rivolta a lui disperata, dopo aver perso il lavoro per una storiaccia di cui non ricordava i dettagli. E comunque, si era raccomandata Lucía, questa donna non sapeva stirare. Per cui a quello avrebbe continuato a pensare lei.
Ride Kalinda, pensando a quanto le dia sui nervi che, alla fine, ciò che una volta la spediva ai matti della Benny sia adesso un motivo, per lei, per esserle grata. Così come lo è per il mobile a tre cassettoni importato dall’India in quel viaggio fatto mentre lei, sua figlia, aveva tre anni, e che ora campeggia proprio a casa sua. Un mese senza la mamma, affidata alle cure della tata Rena, e dei suoi gefilte fish per cena.
«Lo vedi che tua madre Benny ti ama più di ogni cosa?» le avrebbe detto anni dopo, entrando all’improvviso in casa a seguito di due uomini sudati e sfiniti per aver portato in cima ai due piani di scale un grosso cubo imballato. «Così avrai sempre un po’ di me nel tuo nido rifugio!»
«Che culo, Benny, grazie!»
«Eeeh, ma non essere sempre respingeeente! Sei anaffettiva come tuo padre, senza attaccamento per nessuno, come un gatto randagio!»
Kalinda si era immaginata se stessa mentre le metteva le mani al collo e la atterrava per strangolarla.
«Veramente sei tu che non ti affezioni a qualcuno per più di due secondi e poi sparisci. E infatti.»
«Infatti cosa?»
«Questo mobile è qui a ricordarmi che hai preferito quel cazzone di Sai Baba allo stare insieme a tua figlia a giocare con le bambole.»
«Le bambole sono un’imposizione patriarcale per piegare la mente delle bambine e rovinare le donne che saranno!»
«Oooh che palle, Benny! Dài, ciao.»
«E poi non era Sai Baba ma Baba Sefàr, e io l’ho aiutato a salvare tante anime disperate.»
«A botte di mille dollari a settimana.»
«Piantala subito!»
«Vaffanculo.»
«Non ti azzardare, sono tua madre!»
«Madre? Non usare questa parola qui dentro. Ti ho dovuto chiamare sempre Benny. Come tutti gli altri.»
«Io sono anche tua madre, ma prima di tutto sono la Benny, per tutti. Pure per te, Kalinda.»
«“La madre è solo una funzione, io prima sono donna, io prima sono persona”» rispose Kalinda facendole il verso.
«Intanto chi ha avuto l’idea di comprare queste quattro mura e di ristrutturarle? Dove saresti adesso altrimenti?»
«Ah certo, dopo che avevi finito di costruire la tua reggia a Bali da cui non caghi nessuno per undici mesi all’anno, se non i membri della vostra cazzo di setta… Quella volta ti sarai annoiata a morte. Sarai rimasta da sola più di due giorni, dopo aver litigato anche con il tuo maestro spirituale – perché sapresti mandare al manicomio anche i sassi! – e così ti sei reinventata arredatrice temporanea con gli spiccioli che avanzavano.»
«Le figlie femmine e l’eredità culturale dei padri! Questa sarebbe la sua versione, vero? Ti ha fatto il lavaggio del cervello, quel coglione di tuo padre? Finalmente viene fuori! Invece no, sono stata scaltra a comprare qui, diglielo al signor “la mia ex moglie è inaffidabile”, ho avuto io il fiuto per l’affare: ho acquistato io quando non valeva niente, e adesso hai in mano un patrimonio!»
«Scaltra, ingenua, furba. Sei tutto tu. Tutto meno che madre! Era di me e di Iside che dovevi occuparti, non di questa cazzo di casa.»
Benny quella volta era uscita senza salutare. Si sarebbero riviste dopo due mesi.
Kalinda afferra lo smartphone, come al solito va all’ultima conversazione con Burak, resta per qualche secondo a fissare il bollino grigio accanto al suo nome dove un tempo c’era la sua foto – segno che è stata bloccata – e scrive un messaggio su WhatsApp a Pietro:
  • > Teddy bear del mio cuoreee, c’est moi.
  • > Che giornata di merda. Chiudi prima e ci sbronziamo?
  • > Cerco un cannone di erba buona.
Dopo un attimo prende il telefono e aggiunge:
  • > Mi sa che torno lesbica.
Pietro risponde all’istante:
  • > Scusa? Sei stata lesbica?
  • > Ma sì, appena arrivata a San Francisco. Non te l’ho mai detto?
  • > No, brutta amica di merda.
  • > Fanculo, e poi è stata una storia di due mesi. Ma molto intensa! Sai, stavo a Castro Street… la culla di tutta la cultura omosessuale… la culla di tutto!
  • > La culla delle cule.
  • > Mentre là si lottava per avere il diritto di esserci, di contare qualcosa, di non essere discriminati sul lavoro, qui cantava Malgioglio. In questi anni sono successe così tante cose: il matrimonio, le adozioni, e in tutti gli Stati della confederazione americanaaa!
  • > Kalinda, calmati, sono io l’omosessuale qui.
  • > Dài, dimmi allora, qui adesso cosa avete ottenuto, cosa c’è per voi?
  • > Ehm… Malgioglio c’è sempre!
Kalinda sorride. Scrivere stupidaggini la fa sentire, per un attimo, più leggera.
  • > E comunque, appena arrivata a San Francisco ho conosciuto Tay. Si chiama Taylor in realtà, come la Swift, ma era troppo femminile per una butch! Aveva un negozio di tattoo e piercing, l’unico in tutta Castro Street. Sai, vita nuova, riti di passaggio, volevo tatuarmi una fenice sulla spalla. Entro, lei mi sorride, una cosa tira l’altra, e la sera sono finita a casa sua a bere birre finché non mi ha portata a letto. E da lì ero la sua ragazza. Abbiamo scopato ininterrottamente per venti giorni. Mi ha fatto certe cose là sotto… sono ricordi che non dimentichi più!
  • > Sono shockato.
  • > Sono contenta di essere ancora in grado di shockarti, dopo tutti questi anni.
Kalinda butta il telefono sul divano, e si tira su in piedi, vuole regalarsi una lunga doccia.
Ma prima di dirigersi verso il bagno lancia uno sguardo al foglio ripiegato in quattro appoggiato sulla scrivania, le ultime parole di Burak. D’impulso, lo prende, lo accartoccia nella mano, e pensa che tutto quel che le restava dell’amore rischia di essere in quel pugno.
Poi apre il palmo e lo lascia cadere a terra. Apre il rubinetto della doccia e comincia a sfilarsi i jeans, mentre il vapore dell’acqua calda che scende inizia a riempire la stanza.
Dalle casse, ironia di quella sorte che lei ora non riesce proprio ad afferrare, arriva sommessa Love Is a Losing Game di Amy.
Ma lei non può sentirla.

19

High intensity. Total body. Corpo libero, 40’’ on – 20’’ off. 5 round: push up, squat jump, trx body row, alternating jump lunges, sit up.
Circuito. 8 ripetizioni x 6 round, con carichi esterni: bench press, front squat, lat machine, leg press.
Pietro visualizza già gli attrezzi e le quantità di pesi che metterà sulle macchine mentre cammina, con il borsone su una spalla e lo smartphone in mano per controllare la scheda mandata via WhatsApp da Silvio, il suo pt, verso la Trojan, il fitness club vicino a corso Como. In questo periodo di scombussolamento emotivo è la sua certezza: l’ora in palestra.
Oggi, giorno di consegna dei fiori freschi dal fornitore, è stata una levataccia.
Alle sette il furgone era già aperto davanti al Teddy Flowers e dal suo interno uscivano fasci incartati di peonie, fiordalisi ma soprattutto di iris e fritillarie, i fiori su cui Pietro puntava per far parlare di sé, e per lanciare l’idea del “mazzo sospeso”, una sorta di abbonamento per un mazzo di fiori a settimana consegnato a casa. Aveva preparato la carta di riso riciclata e ci aveva stampigliato sopra il logo del negozio – tutto fatto a mano, foglio per foglio, con Kalinda, fino a mezzanotte, bevendosi nel mentre due bottiglie di Bellavista – solo due giorni prima.
Doveva assolutamente trovare il modo di distinguersi da tutti gli altri fioristi, aveva pensato, e in questo modo sarebbe entrato nelle case di chi non lo conosceva ancora.
La Fritillaria meleagris, con le sue striature viola, come il manto di un leopardo o la pelle di un serpente, ma soprattutto la Fritillaria michailovskyi, che dall’indaco sfuma verso il giallo senape, sarebbero state i suoi arieti di sfondamento.
Doveva penetrare il mercato in cui era l’ultimo arrivato.
«Il marketing, una volta che lo hai studiato, non ti lascia nemmeno se vuoi» diceva quasi compiaciuto l’altra sera, mentre premeva il timbro di legno nella spugna imbevuta d’inchiostro e poi mostrava a Kalinda con quale movimento di polso imprimerlo sull’angolo dei fogli di carta.
Puntava tutto sul far emergere il suo stile, decisamente diverso dalle leziosità dei negozi di fiori in tutte le salse e tutti i colori.
«Ma davvero ancora gli esseri umani comprano mazzi di rose rosse? Cioè, ancora rose rosse?»
«La domanda è piuttosto: perché le donne etero si fanno ancora trattare così da quegli uomini trogloditi?»
Convenivano, lui e la sua amica – intimi e laboriosi, ormai all’inizio della seconda bottiglia, con i polpastrelli anneriti e i fogli sparsi ad asciugare per tutto il retro del negozio, con quella luce fioca e tutte le piante nell’ombra, come fossero a dormire in una grande incubatrice –, che davvero il vocabolario amoroso medio fosse tristemente banale. Le rose rosse. Le vacanze alle Maldive. La cena fuori a San Valentino. I cioccolatini!
«Ti puoi immaginare, poi, cosa pensi io d...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Isola
  4. Prima parte. PERSONAGGI IN ORDINE DI APPARIZIONE
  5. Seconda parte. QUEL BRUT REBELOT DI VIA DE CASTILLIA 21
  6. Terza parte. ISOLE
  7. EPILOGO
  8. Postilla
  9. Copyright