HUANG RONG TORNÒ ALLA LOCANDA E SI FECE UNA BELLA dormita, fiera di sé e della buona azione che era convinta di avere compiuto. La mattina dopo raccontò tutto a Guo Jing. Lui, che si era molto speso con Wanyan Kang e l’aveva pure combattuto all’ultimo sangue per costringerlo a sposare Mu Nianci, fu felice che ci fosse del tenero tra i due, soprattutto perché non sarebbe stato costretto a sposarla se le cose stavano così. Rimaneva in sospeso la questione di Khochen. Non aveva intenzione di sposare neppure lei, ma pensò che fosse meglio non affrontare l’argomento con Huang Rong. Si riscosse, si tolse quel macigno dal cuore e si sentì subito meglio.
Si fermarono alla locanda a chiacchierare. Dopo pranzo Mu Nianci non era ancora rientrata. «Andiamocene, non c’è motivo di aspettarla» propose Huang Rong prima di passare in camera a mettersi i vestiti da uomo.
Si avviarono in città per comprare un cavallo. Le lanterne con la scritta “Ambasciatore del grande impero Jin” erano state rimosse dalla dimora dei Dai, probabilmente Wanyan Kang era partito e Mu Nianci con lui.
Ripresero il loro viaggio verso sud costeggiando il Canale imperiale fino a Yixing, che era nota in tutto il mondo per le sue terrecotte. Cataste di manufatti in ogni angolo costellavano la scena.
Proseguirono a est fino al lago Tai, conosciuto nell’antichità come i “Cinque laghi”, che cingeva i confini fra tre prefetture e, con il suo perimetro di oltre centoventi leghe, raccoglieva le acque della rete fluviale sudorientale. Guo Jing non aveva mai visto una distesa d’acqua tanto vasta. Si fermò mano nella mano con Huang Rong ad ammirare quello specchio cristallino a perdita d’occhio, sormontato da settantadue picchi di un verde intenso. Proruppe in un grido di gioia, inebriato da quel mezzo milione di acri di onde.
«Facciamo un giro sul lago!» propose lei. Affidarono i cavalli a una famiglia di un villaggio di pescatori, presero in prestito una barchetta e remarono al largo. Più si allontanavano dalla riva, più si perdevano in quella vastità. Non avrebbero più saputo dire se cielo e terra fossero sprofondati nelle acque o se le acque si fossero dissolte tra cielo e terra.
«Il ministro Fan è stato furbo a ritirarsi qui con la sua Xi Shi» commentò Huang Rong con i capelli e la veste che svolazzavano. «Meglio morire qui che annoiarsi a fare il funzionario a vita, no?»
«Raccontami la sua storia» la pregò Guo Jing, che non conosceva l’aneddoto.
Gli spiegò che durante l’epoca degli Stati Combattenti Fan Li aveva servito il re Goujian di Yue come consigliere, aiutandolo a riconquistare il suo regno, per poi ritirarsi sul lago Tai insieme a Xu Shi, mentre Wu Zixu e Wen Zhong, i primi ministri degli Stati di Wu e di Yue, erano stati uccisi dai rispettivi sovrani.
Guo Jing la ascoltava a bocca spalancata. «Certo, lui è stato furbo, ma immolarsi per il Paese come hanno fatto gli altri due è più meritevole» osservò dopo una lunga riflessione.
«Hai ragione, ma come si dice: “Quando nello Stato c’è la Via, l’uomo superiore non modifica il suo comportamento, neanche nel momento di appartarsi dalla vita sociale. Quando nello Stato non c’è la Via, egli, neanche in punto di morte, modifica il suo comportamento. Com’è stabile, nella sua forza”.»
«Cosa vuol dire?» domandò Guo Jing.
«Se la situazione politica è limpida e sei un funzionario, la tua integrità rimarrà intatta; se invece il Paese è corrotto, meglio morire per una giusta causa che perdere la dignità. Così si comporta un vero uomo.»
Guo Jing annuì. «Come parli bene.»
«Sarei un grande Maestro se fossero parole mie» rise lei, «ma sono di Confucio. Le ho imparate dal mio papà da piccola. Secondo lui, dato che “non c’è la Via”, è giusto “non modificare il suo comportamento” fino alla morte. Bisognerebbe riconoscere che “è stabile, nella sua forza” e invece lo chiamano “eretico”.»
«Se studiassi di più e imparassi i detti dei Maestri capirei meglio le cose che non mi entrano in testa.»
«Non per forza. Secondo il mio papà i Maestri ci hanno lasciato insegnamenti giusti, ma anche tantissime assurdità. Spesso, quando studia, borbotta: “Sbagliato, sbagliato, che idiozia, non ha alcun senso!”. A volte addirittura: “Che cretini questi Maestri!”. Lo chiamano “eretico” perché dà dei cretini ai grandi Maestri e del bastardo all’Imperatore. Ma chi lo dice che loro hanno sempre ragione?»
«Bisogna riflettere con la propria testa per decidere se una cosa è giusta o sbagliata» confermò Guo Jing.
«Ho passato molto tempo sui libri, ma me ne pento. Se non avessi avuto la passione per lo studio e mi fossi concentrata sulle arti marziali invece di supplicare mio papà di insegnarmi a leggere, a dipingere, la meraviglia dei numeri e altri passatempi del genere, Mei Chaofeng, il Vecchiaccio Liang e gli altri non ci farebbero alcuna paura. Pazienza, adesso che hai imparato i “Diciotto palmi meno tre” non abbiamo più nulla da temere.»
Guo Jing scosse il capo: «Non sono sicuro che basti».
«Peccato che Qigong se ne sia andato così in fretta, avrei potuto rubargli la canna Picchia-cani e restituirgliela in cambio delle ultime tre mosse.»
«Ma cosa dici? È già tanto se riesco a imparare le altre quindici, come ti viene in mente di fargli un dispetto simile?»
La conversazione li assorbiva talmente che smisero di remare e si lasciarono trasportare dalla corrente. Erano a più di una lega dalla riva, l’unica barchetta in vista era a decine di pertiche di distanza: a prua c’era un pescatore con la canna e a poppa un bambino. «Il lago nella nebbia e un pescatore solitario, sembra un paesaggio a inchiostro di monti e specchi d’acqua» commentò lei indicandoli.
«Che cosa sarebbe?»
«Un dipinto in cui si usa solo l’inchiostro nero, nessun colore.»
Lui si guardò attorno: tra l’acqua verde chiaro, le montagne verde intenso, il cielo azzurro e le nuvole scure, il tramonto giallo arancio e la luce del crepuscolo tendente al rosa, il paesaggio decisamente non ricordava il nero dell’inchiostro. Scrollò il capo interdetto.
Dopo un altro po’ di chiacchiere, notarono che il pescatore era ancora immobile sulla sua barca, con la canna e il filo da pesca in acqua. «È davvero paziente» ridacchiò Huang Rong.
Si alzò il vento e le onde si infransero sulla prua. La ragazza prese il remo e intonò:
«La barca va, per mille leghe tra le onde,
si sofferma appena ad ammirare il monte Wu.
Nubi dense si accumulano nella reggia del signore delle acque,
le onde si increspano al comando delle dee,
corre verso est il fiume dai molti affluenti.
Il viandante del Nord viaggia veloce,
custodisce in petto le sue grandi aspirazioni
ma vicini sono gli anni del tramonto.
Rimpiange la vita in ritiro sul monte Yique e sul monte Song,
l’amicizia con saggi eremiti come Chao Fu e Xu You,
sogni illusori,
e così tutto è finito!».
«È di Zhu Xizhen, sulla parte iniziale della melodia Canto del drago marino, me la cantava sempre il mio papà» spiegò abbassando lentamente il tono.
Aveva gli occhi umidi. Lui avrebbe voluto che gli spiegasse i versi, ma una voce addolorata proseguì sullo stesso motivo:
«E il pensiero vola ai temerari che ancora resistono,
ma dimmi, dove sono gli eroi?
Ingegnosi stratagemmi per salvare la patria,
ahimè, inascoltati, inservibili,
le armi piumate coperte di polvere.
In catene sul fiume,
tra vele di broccato e lunghe onde,
si addolora Sun Hao.
Sconsolato il viandante dà un colpo di remo,
intonando l’antico canto,
intanto piovono lacrime».
Si guardarono attorno: era il pescatore. Cantava bene, a tempo e con passione.
Pur non capendo le parole, Guo Jing lo trovò piacevole. Huang Rong, invece, era sovrappensiero.
«Cosa c’è?» le domandò.
«Me la cantava il mio papà; racconta di un uomo avanti con gli anni che naviga su un fiume e prova una profonda tristezza per la patria occupata dai nemici. Com’è possibile che quel vecchio pescatore la conosca? Andiamo da lui.»
Mentre remavano nella sua direzione, l’altro aveva ritirato la canna da pesca e si stava avvicinando a sua volta.
Quando furono a qualche pertica di distanza, il pescatore li salutò: «Illustri ospiti, è un onore, vogliate favorire un bicchiere».
Huang Rong si stupì della sua lingua forbita e rispose a tono: «Non vorremmo approfittarne, eccellenza».
«Visitatori del vostro calibro sono rari, quest’incontro sul nostro lago mi rallegra alquanto. Prego, avvicinatevi.»
Le imbarcazioni si accostarono.
Huang Rong e Guo Jing legarono la barchetta alla poppa di quella del pescatore e vi salirono, inchinandosi in segno di saluto. Quello ricambiò rimanendo seduto. «Accomodatevi. Spero mi perdonerete, le mie gambe non mi permettono di alzarmi.»
Guo Jing e Huang Rong si sedettero cerimoniosi. L’uomo non arrivava ai quarant’anni, ma aveva il viso smunto, come consumato da una malattia. Era alto, superava Guo Jing di mezza testa. Il ragazzino a poppa scaldò il vino sulla stufa di bordo.
«Lui è Guo, e io sono Huang. Mi sono lasciato trasportare e ho cantato a voce troppo alta, spero di non avervi arrecato disturbo.»
«La vostra dolce melodia mi ha tolto un po’ di polvere dal cuore. Mi chiamo Lu. È la vostra prima volta sul lago Tai?»
«Sì» rispose Guo Jing.
Il pescatore fece servire il vino e degli stuzzichini. Sebbene non fosse raffinato come i manicaretti di Huang Rong, il cibo era ricercato e servito in stoviglie raffinate, accompagnava alla perfezione il vino: evidentemente appartenevano a una nobile casata.
«Il tuo canto, amico caro, era pieno di passione. Comprendi il senso di quelle parole, giovane come sei?» disse con sussiego il pescatore dopo un paio di brindisi.
«Molti poeti hanno lamentato la tragedia della patria dopo la ritirata dei Song» rispose Huang Rong sorridendo.
Il pescatore annuì.
«Come scrive Zhang Xiaoxiang nel Canto dai Sei stati: “Dicono che nella piana Centrale/ i vecchi rimasti guardano a sud in attesa dell’esercito imperiale./ Attendono i carri verde smeraldo e gli stendardi colorati come piume./ Quando giungeranno la rabbia gonfierà il petto,/ le lacrime si scioglieranno”.»
«Quando giungeranno la rabbia gonfierà il petto,/ le lacrime si scioglieranno» ripeté il pescatore, proponendo un nuovo brindisi.
Discorrevano di poesia alla pari, ma Huang Rong era troppo giovane per aver vissuto in prima persona quegli eventi. Anche se non comprendeva il senso profondo dei versi, le parole di suo padre le permettevano di esprimere opinioni tanto elaborate e raffinate che per l’ammirazione il pescatore picchiò una mano sul tavolino. Guo Jing ascoltava senza capire una parola, felice che il pescatore provasse tanto rispetto nei confronti di Huang Rong. Proseguirono finché il lago non fu avvolto dalla nebbia della sera.
«La mia umile dimora si trova giusto qui davanti, posso prendermi la libertà di invitarvi a trascorrere qualche giorno da me?» propose il pescatore.
«Cosa ne pensi, Jing?» domandò Huang Rong.
«È circondata da un tripudio di picchi e crinali, se siete qui per godervi le bellezze del posto non potete mancare di visitarli» rincarò il pescatore senza lasciargli il tempo di rispondere.
Tanta cortesia lo convinse. «Approfittiamo della vostra gentilezza, allora.»
Raggiante, il pescatore ordinò al ragazzino di fare rotta verso casa.
«Andiamo a restituire la barca e a recuperare i cavalli» disse Guo Jing appena attraccarono.
«Qui attorno mi conoscono tutti, mandiamo lui» suggerì il pescatore con un sorriso indicando il servitore.
«La mia cavalcatura non è ben addestrata, sarebbe meglio che la recuperassi io stesso.»
«In questo caso, vi aspetterò con trepidazione.»
L’imbarcazione scomparve tra i salici con un colpo di remi.
Il servitore li accompagnò a recuperare i cavalli, poi prese in prestito una grossa giunca da una famiglia in riva al lago, caricò gli animali e fece acco...