Sara scese al piano inferiore, sotto il livello della strada. Tutto si sarebbe aspettata per l’incontro con Teresa, tranne che avvenisse in un posto simile.
La regola era di non ricorrere agli stessi luoghi. Cambiare orari, comune; evitare zone poco frequentate, nelle quali si poteva dare nell’occhio; oppure troppo affollate, col rischio di consentire a chi sorvegliava di spiare senza essere visto.
Lo spazio individuato dall’ex collega corrispondeva alle caratteristiche stabilite, e tuttavia era sorprendente. Perché la grande libreria in centro, tre piani di volumi e dischi con un delizioso bar nell’interrato, non si confaceva a Bionda. Lei era un tipo da superalcolici, da locali fumosi e raffinati, da privé ambigui. Non certo da tisane e tè alla menta da sorbire in solitudine leggendo un libro a scrocco.
Eppure, era proprio lì che con un messaggio inviato da un numero anonimo Teresa aveva fissato l’appuntamento, anticipando Sara nell’intenzione di chiedergliene uno. E fu lì che Mora la trovò, capelli tirati all’indietro, tailleur nero, niente gioielli, grandi lenti scure e tazza fumante davanti. Dal pallore, Sara capì che Teresa non si era nemmeno truccata; il che, dato il personaggio, equivaleva a essere venuta in pigiama.
Sara sedette e domandò, con una vena di preoccupazione:
«Stai bene?».
«Chiesto da una che sembra una nonnina su una scatola di biscotti? Sì, sto una favola. E ti dico che anche in questo posto assurdo già due uomini ci hanno provato, negli ultimi giorni.»
«Mi stai dicendo che sei diventata frequentatrice di una libreria? Devo cercare un esorcista?»
Bionda abbassò gli occhiali.
«Be’? Che c’è di strano? Ci sono i libri, i dischi, passa bella gente. Poi gli autori vengono a parlare delle loro opere. Spesso si dorme, ma a volte litigano ed è uno spettacolo. E qui fuori ci sono i migliori negozi di abbigliamento della città, dove una come te non la farebbero neppure entrare, d’accordo, ma di cui io sono cliente abituale.»
«Se ti fa piacere intenderla così… Lo sai che non ho mai avuto interesse, per certe cose. Del resto, se il caffè è buono, figurati: si può discutere tranquille, almeno.»
Dopo che Sara ebbe ordinato e il suo caffè si unì al cappuccino che stava bevendo lei, Teresa disse:
«Hai ragione, Mora. Non sei mai stata diversa da come appari. Sincera fino all’autolesionismo, decisa nelle scelte. E sola. Hai perso un figlio senza vederlo crescere, ti sei attirata la riprovazione dell’intero ambiente: la donna del capo, chissà che benefici di carriera avrà… E invece niente, hai navigato in mezzo alle tempeste e te la sei cavata».
Sara sorseggiò dalla tazzina.
«Tutto giusto. Tranne una cosa: non sono sola. Io ho Viola e il piccolo Massimiliano. E persino quel fessacchiotto di Pardo col suo cane enorme. Una specie di famiglia, insomma.»
Teresa si rabbuiò.
«Già. Ma sei sola, in realtà. Siamo soli tutti: io, tu, Andrea. Siamo soli perché sappiamo quello che succede davvero, che non va sui giornali né nei libri di storia. Siamo gli unici ad aver assistito al backstage, mentre gli altri si sono goduti il film che hanno voluto fargli vedere. Siamo soli, Mora. A meno che non stiamo insieme: quello è l’unico momento in cui non lo siamo. Perciò ti ho cercata.»
Sara la fissava, assorta. Non l’aveva mai vista così, denudata della sua baldanza. I tratti duri, i movimenti nervosi delle dita e le gambe accavallate di continuo tradivano una tensione che gli occhi, se non fossero stati coperti dalle lenti scure, avrebbero senz’altro confermato.
«Non capisco. Cosa vuoi dirmi? E soprattutto, perché sei così agitata?»
Teresa distolse lo sguardo, poi si riprese:
«Voglio dirti che ci sto. Che, nonostante sia arrivata una disposizione precisa a fermare ogni indagine sull’incidente del light jet, appunto perché catalogato come incidente, credo che tu e Andrea non abbiate sbagliato, e che la presenza di Biancaneve su quell’aereo cambi la prospettiva alla radice. E siccome anch’io, proprio come voi, voglio la verità, non mi lascio inquinare da questi tempi di merda».
Sara sollevò una mano.
«Aspetta, frena: che significa che è stato catalogato come incidente?»
«Semplice: è stato deciso che come tale dev’essere archiviato. Vorresti sapere perché, eh? Non lo so. E nessuno me lo dirà. Ignoro se è perché non ci sono risorse, né se faccia comodo che sia così, o che addirittura si voglia coprire qualcuno. Ma siccome le coincidenze non esistono…»
Sara si fece pensosa:
«La faccenda si rivela interessante. E tu, immagino, ti sei già messa al lavoro».
«Certo, cara. E tutta sola. Non intendo coinvolgere chi collabora con me, non sia mai gli scatti il desiderio di raccontare. Scartabellerò archivi, farò ricerche su Internet e persino un paio di innocenti telefonate. Insomma, hai davanti a te un’agente sul campo.»
Suo malgrado, la donna dai capelli grigi sorrise.
«E cos’ha scoperto, l’agente sul campo?»
Teresa estrasse dalla borsa un fascicolo e lo mise sul tavolino.
«Il Bombardiere. Mi sono detta: che gli sarà successo? Era un ometto insignificante, marginale, con un’azienduccia da quattro soldi e una buona disponibilità a pagare mazzette. Ti ricordi quanto ridevamo, a vedere la sua aria terrorizzata? Gli prese male, davanti alla gente che andava in galera. E dopo un po’ chiuse l’azienda. Noi pensammo: ok, si è cagato così tanto addosso che si è ritirato in pensione. E invece no, cara Moretta imbiancata. Il tizio si è evoluto in un mostro, come in un film dell’orrore. Un’ascesa costante, una marea di società acquisite sotto falso nome, poi tramite prestanome, poi in via diretta ma sempre tenendosi nell’ombra. Per lui niente consigli d’amministrazione, niente presidenze né ruoli chiave. Ma i movimenti azionari, le compravendite delle quote, le acquisizioni e le fusioni li gestisce lui, tramite una rete di professionisti che ogni tanto viene azzerata. È tutto qui dentro, anche la lista delle aziende.»
Sara era stupefatta.
«E hai ricostruito questo ginepraio da sola?… Ma come…»
Teresa fu gratificata dalla sorpresa dell’amica.
«I capi fanno lavorare gli altri. E hanno un sacco di tempo libero. Poi l’accesso di massimo livello ti fa arrivare ovunque, anche agli archivi altrui, senza neanche dover sedurre qualcuno. Una comodità.»
«E come ha fatto, il Bombardiere? Non aveva tante sostanze, all’epoca. Per accumulare soldi…»
«Ci vogliono i soldi, mi è chiaro. Ecco, questo non te lo so dire. Ma è certo che si è ritrovato la strada spianata. Per carità, l’ha pure saputa percorrere, però è stato favorito da personaggi che avevano potere o lo hanno avuto negli anni successivi. Secondo me, aveva raccolto materiale utile per ricattarli, oppure ha dei soci occulti che lo finanziano. Io mi sono fermata a lui.»
«E hai fatto un gran lavoro, Bionda. Mi domando tuttavia come possa entrarci Biancaneve. Con la chiusura dell’azienda fu licenziata, o ricordo male? A meno che il Bombardiere non l’abbia fatta assumere da qualcun altro…»
«Ecco la mia Mora, sempre la prima della classe. Ti spiego: la nostra Biancaneve fu in effetti licenziata insieme a tutti i dipendenti della defunta società del Bombardiere. Però, e ci sono le evidenze, per chissà quale motivo lui, tramite diverse aziende, ha continuato a farle ricevere dei bonifici mensili. Soldi che, messi insieme, formavano uno stipendio vero e proprio, anche buono, con tanto di indicizzazione e scatti. Alla fine la somma era arrivata a circa diecimila euro al mese.»
«E lei che faceva, in cambio?»
«Niente. Anzi, ti dirò di più: non si sono mai rivisti, in apparenza. Non esistono rapporti su incontri, corrispondenza, intercettazioni. Nulla. Per oltre venticinque anni, lui garantiva i bonifici e lei riceveva i soldi, senza nemmeno scambiarsi gli auguri di Natale.»
L’altoparlante della libreria annunciò l’inizio di un evento. Alcune persone si alzarono dai tavolini e si avviarono per parteciparvi.
Sara disse:
«Hai detto venticinque anni. Non mi tornano i conti: sono ventisei dalla chiusura».
Teresa applaudì.
«Mamma mia, quanto sei brava. Sicura di non voler tornare in servizio? In capo a sei mesi, saresti a Roma a dirigere la rete. Hai ragione, manca un anno, più o meno. L’ultimo, per l’esattezza.»
Sara si sporse in avanti.
«Si sono incontrati?»
«Sì, in un posto a ovest, vicino al mare. Ho i tracciamenti dei cellulari e persino un paio di foto satellitari. Non chiedermi però come me li sono procurati, sarà meglio per te. Si sono visti in sei occasioni, e ogni volta la sommatoria dei bonifici è aumentata in modo considerevole. La causale era sempre la stessa: consulenza.»
«E che tipo di consulenza?»
«Senti, Mora, accontentati. Questo ho, e non mi pare poco. È un buon punto di partenza, credo.»
Sara prese il fascicolo che l’amica le porgeva, e lo mise in borsa.
«Lo è, Bionda. Non ti devo ringraziare, giusto? Facciamo lo stesso mestiere, Andrea, tu e io. E anche noi, in qualche strana maniera…»
Il labbro inferiore di Teresa tradì una commozione inattesa. A Sara parve più vecchia e fragile.
«Siamo una specie di famiglia, sì. Fammi sapere presto che altro dobbiamo fare, sorella. E incastriamo queste merde, come abbiamo sempre fatto. Aggiornami pure tu, intanto: avete raccolto qualcosa?»
Sara era compiaciuta: Bionda era entrata in azione. Perciò le raccontò di Pardo e delle sue conferme nell’ambito delle poche indagini della polizia, e soprattutto di quello che aveva visto e documentato Viola. Si aspettava una reazione negativa dell’amica insieme a un invito alla prudenza, invece Teresa la sorprese.
«Ottimo lavoro. La mammina di tuo nipote è in gamba. Avessimo ancora agenti sul campo, le farei una proposta. Materiale interessante, in effetti… Ascolta, noi abbiamo il miglior esperto di interpretazione delle conversazioni. Mettiamo sotto intercettazione il telefono di questo Cantore, giacché pare lo usi parecchio. Parlo con Andrea oggi stesso, riceverà tutte le registrazioni man mano che le otteniamo.»
Sara assentì, poi allungò una mano e la mise su quella dell’amica. Era una deroga importante alle loro forme comportamentali.
«Ti devo chiedere un’altra cosa, Bionda. Stavolta si tratta di un favore personale.»
Teresa si preoccupò:
«Che succede? Il bambino sta di nuovo male?».
«No, non si tratta di Massi. Ricordi la faccenda dei romeni? Gli studenti che volevano organizzare un attentato al papa per vendicarsi della caduta di Ceauş escu? Ricordi che gli americani volevano che ci riuscissero…»
«Per favorire il movimento d’opinione anticomunista all’Est, certo. Una tecnica precisa, sapessi quante volte si è ripetuta negli anni. Ma è acqua passata, no?»
«Sì, è acqua passata. Però c’era Ana Florescu, la dottoressa, quella che avrebbe dovuto fare esplodere l’ordigno e che sparì senza lasciare tracce.»
Teresa fissava Sara, concentrata. Le mani erano rimaste l’una sull’altra.
«Ricordo bene. Pensammo che erano stati gli americani, e ci sorprese anche la sparizione dell’intero gruppo di romeni.»
Sara spiegò accorata, con un tono distante mille miglia dalla solita voce quieta:
«Io… io devo restituire un favore che...