Anime selvagge
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Anime selvagge

La rigogliosa libertà del mondo non umano

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Anime selvagge

La rigogliosa libertà del mondo non umano

Informazioni su questo libro

In questo saggio Emma Marris mette in discussione molti presupposti relativi alla concezione comune di «natura incontaminata» e di riserva protetta. Tutte le specie introdotte in un ecosistema diverso sono davvero nocive? È rimasta in qualche angolo del pianeta una natura che possa dirsi davvero «selvaggia»? Se per rispetto dell'ambiente e degli animali selvatici s'intende ripristinare o conservare tutto così com'è di una determinata specie o ambiente naturale forse non stiamo inquadrando correttamente la questione.Anime selvagge vi trasporterà dalle Ande peruviane ai deserti australiani, dalle giungle delle Hawaii alle foreste dell'Oregon, raccontando le storie di alcune specie a rischio di estinzione per fare comprendere al lettore come, al di là dei nostri sforzi, le altre specie animali stiano già risolvendo a modo loro i problemi ai loro habitat causati dall'uomo. In molti casi, suggerisce provocatoriamente Marris, la cosa migliore è non intervenire e lasciare fare al mondo non umano che ci circonda, che sia nel prato incolto dietro casa o nel parco naturale più remoto.

Informazioni

Editore
Il Margine
Anno
2022
eBook ISBN
9791259820686
Argomento
Didattica

1.

Il volo dell’‘akikiki

Per i miei quarant’anni andai a osservare l’estinzione in corso in paradiso.
Era una giornata di dicembre, limpida e ventosa; mi presentai alla piattaforma di atterraggio dell’aeroporto di Lihue, sull’isola di Kaua‘i, dove aspettavano un passaggio anche alcuni ecologi in tuta di volo. Intorno a noi avvertivamo il battito delle ali dei cardinali ciuffo rosso: uccelli bellissimi, con il dorso grigio, il petto bianco e la testa color ciliegia. Sono originari del Sudamerica, ma furono introdotti nelle Hawaii nel 1928,1 solo una delle oltre 50 specie di uccelli2 che si trasferirono nell’arcipelago dopo l’arrivo dell’uomo. Nelle pianure, questi nuovi arrivati sono più appariscenti e numerosi, e sfrecciano tra le piante che arrivano dal Brasile, dall’Australia, dal Madagascar e da altri luoghi. Per vedere gli autoctoni, dobbiamo salire fino alle montagne ammantate di nebbia.
Quando nacquero tra gli sconvolgimenti vulcanici, milioni di anni fa, le isole delle Hawaii erano prive di vita, solo roccia nuda. All’arrivo dei primi esseri umani — in un’epoca abbastanza recente, in termini geologici — ogni specie che viveva alle Hawaii era riconducibile a un antenato che era riuscito ad attraversare migliaia di chilometri di oceano. Tutti gli uccelli discendevano dalle circa 27 specie che, in un lontano passato, volarono — o furono spinte dai venti — fino a queste isole. Una volta qui, la loro prole si modificò gradualmente, imparando a nutrirsi di nuovi cibi e prosperando in un nuovo habitat. Il corvo comune arrivò fin sulle isole, evolvendosi poi nel corvo delle Hawaii, o ‘alalā, di dimensioni inferiori. Nel tempo, una sola specie di Cyanerpes diede origine a 47 specie diverse. Allora alle Hawaii non esistevano zanzare, quindi gli uccelli non svilupparono le necessarie difese immunitarie contro le tante malattie veicolate da questi insetti.
Un elicottero rosso si posò al suolo e tre ecologi si arrampicarono a bordo stringendo i loro zaini impermeabili. Il pilota non spense neppure i motori e subito riprese quota. Arrivò un’auto da cui scese una donna bassa, con i capelli ricci: era Lisa «Cali» Crampton, dal 2010 responsabile del Kaua‘i Forest Bird Recovery Project. Mi diede una tuta e ne indossò una anche lei; aveva il piglio determinato di una soldatessa in missione speciale. In questo caso, l’obiettivo era salvare diverse specie di uccelli dall’abisso dell’estinzione. L’elicottero ritornò; ci avvicinammo al portellone chinando la testa e salimmo a bordo. Con un balzo ci trovammo nel blu; campi e strade lasciavano posto a montagne straordinariamente aguzze, ammantate di verde e punteggiate di cascate scintillanti. Prossima fermata: Bird Camp.
L’uomo scoprì le Hawaii durante l’età d’oro dell’esplorazione polinesiana, tra 800 e 1.000 anni fa,3 e portò con sé un’intera ecologia: bestiame, cani e piante, per uso alimentare, medico, per i tessuti, per il legname e come decorazione. In seguito imparò a utilizzare le risorse locali, tra cui le bellissime piume rosso acceso dell’‘apapane.
Con l’arrivo dei primi esseri umani alle Hawaii si verificarono alcune estinzioni; tuttavia, nel tempo le persone svilupparono sistemi complessi per la gestione del territorio e delle acque che consentivano una vita sostenibile sulle isole, seppure ad alta densità abitativa. Ad esempio si dice che i kia manu, gli uccellatori, catturassero i volatili tramite delle esche e della linfa appiccicosa,4 liberandoli dopo aver tolto loro qualche piuma. Quindi gli uccelli della foresta di Kaua‘i non finirono sull’orlo dell’estinzione perché usati per realizzare mantelli regali; la colpa fu delle zanzare — e dei virus che ospitano —, giunte con una nave britannica nel 1826.5 «Gli uccelli non hanno alcuna immunità contro le malattie importate», disse Crampton.
Il Kaua‘i Forest Bird Recovery Project mira a salvare otto diverse specie ornitologiche, tutte minacciate dalla malaria aviaria, dal vaiolo aviario, dalla perdita di habitat, dai maiali e dai ratti importati. Le popolazioni di alcuni uccelli autoctoni di Kaua‘i stanno diminuendo così velocemente che i loro canti vanno scomparendo. Non esistono abbastanza esemplari anziani che possano insegnare le melodie ai giovani.6
Le specie più vicine all’estinzione sono l’‘akikiki e l’‘ake-
ke‘e. Quest’ultimo è di colore giallo verdastro, con un becco incrociato che utilizza per forare i boccioli dei fiori rossi, a forma di pompon, dell’albero dell’‘ōhi‘a, alla ricerca di insetti. Vive solo nel parco statale di Kōke‘e e nella riserva naturale di Alaka‘i, dove si trova il Bird Camp e dove sono rimasti meno di 1.000 esemplari. L’‘akikiki è una pallina di piume bianche e grigie, con il becco rosa e gli occhi grandi. Si nutre di invertebrati, che trova strappando pezzi di corteccia dagli alberi. Ne esistono meno di 500 esemplari.
Sopravvivono solo in cima alle montagne, dove le zanzare non riescono a riprodursi per il freddo. Tuttavia, a causa del riscaldamento climatico, le zanzare si stanno spostando sempre più in alto e hanno raggiunto Bird Camp, per il momento solo durante l’estate. L’inverno, di poco più freddo, è ancora sufficiente a ucciderle tutte e a dare tregua agli uccelli. Ma questa situazione potrebbe non durare ancora a lungo.
Eravamo sospese su quella che sembrava una giungla impenetrabile: non vedevo alcun luogo dove atterrare, finché non scorsi una piccola radura con una «piattaforma» di atterraggio improvvisata. Toccammo terra e un secondo dopo l’elicottero era già ripartito. A quella quota faceva freddo. Nell’aria era sospesa una nebbia fine, che sfumava tutti i contorni. Gli alberi di ōhi‘a erano coperti di muschi e licheni. Ci incamminammo sulle assi di un sentiero che emergeva da una specie di palude. Era tutto fradicio.
Crampton mi fece da guida in quell’escursione nella foresta. Guadammo un fiume aggrappandoci a una corda e imboccammo un sentiero tortuoso in salita. Il nostro compito era controllare le trappole per topi. Le zanzare non raggiungono quest’altitudine per tutto l’anno (per il momento), ma i topi sì e amano nutrirsi delle uova e dei nidiacei degli uccelli canori. Crampton mi disse che l’area che stavamo attraversando era delimitata da un reticolato contro i maiali, dato che divorano gli arbusti fruttiferi da cui dipendono uccelli come il puaiohi, un tordo molto schivo. La foresta sembra incredibilmente lontana da tutto. Sebbene in linea d’aria ci trovassimo a 16 chilometri dalla città di Waimea, il terreno è così ripido e privo di sentieri che gli ecologi che stazionano qui non vedono altri esseri umani per settimane, e tutte le provviste arrivano via elicottero.
Quassù, Crampton sta mettendo a punto dei sistemi per uccidere le zanzare e sta coordinando il tentativo di creare popolazioni di riserva per alcune specie, allevandole in cattività. Sta inoltre considerando la possibilità di spostare l’‘akeke‘e ancora più in alto, sulle montagne. E uccide i topi.
Mentre camminavamo, aggrappandoci a rocce vulcaniche e rampicanti, chiesi a Crampton come riuscisse a portare avanti questo lavoro, data l’elevata probabilità di estinzione degli uccelli a cui ha dedicato gli ultimi dieci anni. «Logistica», rispose: si dedicava a coordinare i volontari, raccogliere fondi, seguire gli ultimi sviluppi nel controllo delle zanzare, progettare esperimenti, scrivere articoli. Si teneva sempre impegnata. «Non abbiamo tempo per deprimerci», disse.
Arrivammo alla prima trappola. Per eliminare i ratti, Crampton utilizza la più avanzata tecnologia di morte, la Goodnature A24, inventata in Nuova Zelanda. Questo dispositivo da 200 dollari non somiglia a nessuna trappola per topi che io abbia mai visto. Si tratta di una pistola a proiettile captivo, una versione in miniatura di quella utilizzata nei macelli per l’uccisione del bestiame, racchiusa in una cupoletta di plastica con un’esca all’interno. La pistola è alimentata da un barattolo di CO2, simile a quelli per i sifoni da cucina. Il roditore sente l’odore dell’esca — Crampton usa del cocco ricoperto di cioccolato — e infila la testa nella cupoletta, azionando la pistola che lo uccide all’istante. Il cadavere cade e la pistola si riarma automaticamente. Ognuna di queste trappole è in grado di uccidere 24 animali prima che il barattolo di CO2 si esaurisca.
Avevo già notato questi dispositivi qualche giorno prima, mentre camminavo lungo un crinale a lama di coltello con André F. Raine, coordinatore del Kaua‘i Endangered Seabird Recovery Project. La missione di Raine è molto simile a quella di Crampton, ma si concentra sugli uccelli marini, come il petrello delle Hawaii — ‘ua‘u in hawaiano per via del suo richiamo —, e la berta di Newell, nota anche come ‘a‘o.
Durante il tragitto per recuperare le schede delle telecamere puntate su alcuni nidi, trovammo una trappola Goodnature circondata da una macchia scura di cadaveri di ratti in vari stati di decomposizione; ne contai almeno sette. Tutto ciò che rimaneva di loro era la colonna vertebrale, bianca e lucida, attaccata alla coda nuda.
«Non è bello, lo so», disse Raine dando un colpetto con un piede a una delle carcasse. «È un lavoro sporco, orribile. Ma ciò che accade agli uccelli è altrettanto orribile». I suoi uccelli non si riproducono fino ai cinque o sei anni di età. Quando finalmente scelgono un compagno, scavano un nido in alto, su una scogliera o nella foresta in montagna, depongono le uova e le covano pazientemente per due mesi. Quando le uova si schiudono, i genitori si dirigono in mare per catturare pesci o calamari con cui nutrire i piccoli. Spesso al loro ritorno non trovano più nulla nel nido, solo piume e sangue.
Le trappole Goodnature sono dotate di un contatore che indica quante volte il meccanismo è stato attivato. Dato il calore umido della foresta tropicale, e l’allegro cannibalismo dei ratti, non sempre rimangono molte prove delle uccisioni precedenti. Crampton ha 425 di queste trappole distribuite in tutta la foresta: non abbastanza per sradicare i topi, ma abbastanza per «rallentarli» e dare un po’ di respiro agli uccelli. Non c’era alcun segno di ratti intorno alla trappola, ma il contatore ne riportava uno. Crampton lo annotò sul suo taccuino, l’unico necrologio che quel ratto potrà mai avere.
Più avanti, nel bel mezzo di una frase, Crampton si fermò di colpo: aveva sentito un cinguettio rivelatore. Restammo immobili. Avvertimmo qualche fruscio nell’olopua, un olivo hawaiano con frutti viola. Era un‘akikiki. Passava da un ramo all’altro, irritato dalla nostra presenza nel suo territorio. Crampton teneva il binocolo incollato al viso, per scorgere il colore della bandella di plastica sulla zampa, in modo da annotare l’avvistamento nei registri, ma non ci riusciva perché l’‘akikiki si muoveva troppo velocemente. «Penso che sia bianco e argento», disse. Presi nota. «È un giovane», aggiunse. «Se in un territorio avvistiamo sempre uccelli giovani è perché gli adulti migrano… o muoiono».
In quel momento capii che stavo assistendo a qualcosa di speciale. Un esemplare di una specie rarissima, una specie che potrebbe non esistere più tra dieci anni, stava svolazzando intorno a noi. Cercai dentro di me un sentimento profondo, un sentimento con la S maiuscola, ma avvertivo una forzatura. L’‘akikiki era carino, ma questo piccolo uccello canoro grigio era simile — per aspetto e canto — a tante altre specie che vedo ogni giorno vicino alla mia mangiatoia in Oregon. Ma poi guardai Crampton che osservava quell’esemplare, tutto il suo corpo tremava di tensione, e il cuore balzò in gola anche a me.
* * *
Molti ambientalisti si definiscono anche amanti degli animali, e io mi sono sempre considerata appartenente a entrambe le categorie. Ho assorbito l’importanza di tutelare l’ambiente dalla cultura in cui sono cresciuta, una cerchia di famigliari e amici di Seattle dediti alla vita all’aria aperta, politicamente progressisti. In estate andavo all’Audubon Day Camp, dove ho imparato la differenza tra un abete di Douglas e un cedro rosso occidentale. Con la famiglia andavo in campeggio in auto e, a dieci anni, ho persino attraversato la Catena delle Cascate con lo zaino in spalla. Ho scritto poesie sulla natura. Ho accettato come un dato di fatto che la natura selvaggia fosse da proteggere, che le estinzioni fossero una tragedia, che la biodiversità fosse importante.
Non ho avuto molte esperienze con singoli animali. A mia mamma non piacevano gli animali da compagnia, ma una volta fece un’eccezione quando la nostra libreria di paese cercava una casa per una gattina tartarugata. Harriet amava gli esseri umani persino meno di quanto mia madre amasse i gatti. Tra i suoi passatempi preferiti c’era quello di schiacciarsi contro una colonna della nostra scala per non farsi vedere da chi scendeva. Non appena qualcuno metteva il piede sul gradino, lei gli graffiava le caviglie. Quando i miei genitori divorziarono, una delle condizioni su cui mia madre insistette fu che mio padre si tenesse la gatta. Lui acconsentì, e lei visse una vita lunga e movimentata, di cui lui era a conoscenza solo in parte.
A parte Harriet, le mie prime idee sugli animali si formarono soprattutto grazie ai libri, ai documentari sulla natura e allo zoo. Mia nonna portava spesso me e i miei fratelli al Woodland Park Zoo di Seattle, a un chilometro e mezzo da casa nostra. Dal nostro cortile riuscivamo a sentire il grido dei siamanghi, gibboni grandi e rumorosi provenienti dal Sudest asiatico. Il Woodland Park Zoo era all’avanguardia nella presentazione degli animali in «habitat» naturalistici, interpretando il ruolo degli zoo come paladini della salvaguardia della natura. Non avrei saputo spiegare perché, ma da bambina ero sicura che lo zoo stesse in qualche modo salvando gli animali selvatici.
Lo zoo mi insegnò a vedere gli animali soprattutto come ambasciatori della relativa specie, e ad apprezzarli di più se tale specie era rara. Durante una gita scolastica «dietro le quinte» mi presi persino un graffio da un leopardo delle nevi. I miei compagni erano invidiosi e io provai uno strano brivido pensando che una specie in pericolo era entrata in contatto con me, un brivido ben diverso rispetto a quando venivo agguantata dagli artigli di Harriet mentre portavo il cesto della biancheria giù per le scale.
Dopo la laurea in Lettere all’Università del Texas, ad Austin, ritornai a Seattle e iniziai a lavorare al dipartimento di botanica dell’Università di Washington. Durante il mio breve incarico, il dipartimento di botanica si fuse con zoologia per diventare «biologia». Ricordo bene l’apprensione dei botanici che, va detto, erano in genere più silenziosi, meno aggressivi e più simpatici degli zoologi. A loro non piaceva l’idea di convivere con le personalità ingombranti che studiavano i predatori e altri animali carismatici. Il nostro ufficio venne spostato in un edificio diverso, dall’altro lato della strada, e l’odore del cibo che davano ai moscerini della frutta mi faceva venire la nausea. Stavo dalla parte dei botanici.
Lasciai l’incarico per studiare giornalismo scientifico e, nel 2005, iniziai a lavorare come reporter per la rivista «Nature» a Washington DC, trattando anche le tematiche della tutela della natura e dell’ecologia. Scrissi numerosi articoli sugli animali, in parte perché piacevano ai lettori, ma tentavo sempre di convincere i redattori a trattare più diffusamente il mondo vegetale. Stavo ancora dalla parte dei botanici.
La maggior parte degli ecosistemi comprende animali e piante, e non è possibile capire fino in fondo l’uno senza osservare anche l’altro. Nei miei 15 anni di carriera come giornalista scientifica e ambientale, sono stata tanto fortunata da avere avuto incontri ravvicinati con vombati e lupi, bisonti europei e scimmie urlatrici, megattere e tartarughe giganti delle Galápagos, wallaby e takahē. Per gran parte di quel periodo ho dato per scontato che i conservazionisti, che lavoravano per salvare le specie animali, fossero i migliori amici umani che la fauna selvatica potesse avere: in fin dei conti lottano contro l’estinzione e tutelano gli habitat.
Fin dall’inizio mi trovai però a mettere in discussione molti presupposti relativi alla «natura» e alle «aree incontaminate», all’epoca comuni nel conservazionismo. Tutte le specie introdotte erano davvero nocive? Era rimasta una vera «natura incontaminata»? Questo concetto ha senso in un mondo in cui le popolazioni indigene sono intervenute sull’ambiente per migliaia di anni prima dell’arrivo dei coloni europei? Queste domande mi portarono a scrivere il mio primo libro, Rambunctious garden: Saving nature in a...

Indice dei contenuti

  1. 1. Il volo dell’‘akikiki
  2. 2. Le nostre parentele animali
  3. 3. Filosofie del non umano
  4. 4. Tra cane e lupo
  5. 5. Il leone nel cortile
  6. 6. I serragli dei tiranni
  7. 7. La dignità del condor
  8. 8. Le specie hanno un valore?
  9. 9. Nutrire gli orsi polari
  10. 10. La punta della freccia
  11. 11. Un bagno di sangue per la biodiversità
  12. 12. Un toutouwai per amico
  13. 13. Conservazione compassionevole
  14. 14. Nell’arena genetica
  15. 15. Come essere buoni umani per il mondo non umano
  16. Note al testo
  17. Bibliografia
  18. Ringraziamenti

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