Questo agile saggio desidera dimostrare come, se si vuole puntare a una nuova democrazia, è necessario definire prima i problemi specifici da affrontare, superare le differenze e generare fiducia per progettare insieme democraticamente il futuro della propria comunità.È convinzione diffusa, nelle società occidentali, che le nostre democrazie siano in difficoltà. Numerosi sondaggi indicano che le persone stanno perdendo la fiducia nella democrazia come sistema. I giovani, in particolare, pensano che sia una forma di governo debole e che un regime autoritario o tecnocratico sarebbe un'alternativa migliore. Nello stesso tempo, gli sviluppi politici stanno generando profonde divisioni tra i cittadini all'interno delle società democratiche.Se, in tutto il mondo, le democrazie soffrono di una disconnessione tra la maggior parte dei cittadini e le élite politiche, molti riterranno che il governo non sia in grado di comprendere le loro esigenze o di affrontare i loro problemi. La frustrazione derivante porterà gli elettori a scegliere demagoghi più che amministratori capaci. Affidarsi agli esperti e dialogare con i residenti locali e i funzionari preposti, soprattutto nei quartieri poveri e svantaggiati, è uno dei modi per rifondare una nuova democrazia.Grazie a esempi concreti di democrazia partecipativa attivi a livello locale, gli autori di questo saggio dimostrano come, se si vuole puntare a una nuova democrazia, si deve non soltanto ipotizzare soluzioni ma definire prima i problemi specifici da affrontare. Bisogna percepire di essere tutti dalla stessa parte, superando le differenze e generando fiducia, se si intende progettare insieme democraticamente il futuro della propria comunità.

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Una nuova democrazia
Come i cittadini possono ricostruirla dal basso
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Didattica generale1.
Ricostituire le comunità locali
La ricostruzione delle nostre democrazie deve cominciare dal basso. Questo significa cambiare il modo in cui le comunità locali rispondono ai problemi e ai disagi. Una risposta efficace, nella pratica, potrebbe configurarsi più o meno così: vari rappresentanti delle società e organizzazioni locali — camere di commercio, chiese, associazioni locali, o semplicemente persone che vogliono prendere parte attiva — si riuniscono con l’obiettivo di decidere come possono far fronte alla loro situazione, che spesso è in via di deterioramento. Cercano di elaborare un piano, ad esempio su come trovare nuove forme di impiego laddove quelle preesistenti o tradizionali stanno cominciando a venire meno.
Attualmente, molte comunità locali non rispondono alle nuove sfide in modo efficace. Un esempio classico di questo problema lo si ritrova nei paesi dell’Occidente che si rendono conto che, per poter contrastare il riscaldamento globale, devono ridurre gradualmente le estrazioni di carbone. È il caso del territorio degli Appalachi negli Stati Uniti o del Brandeburgo e dell’Alta Sassonia (la regione della Lusazia) in Germania. Il problema esiste anche nelle aree degli Stati Uniti e della Francia in cui si concentrava l’industria pesante, dove la concorrenza rappresentata dalle società di recente industrializzazione e dall’automazione ha sopraffatto le industrie locali. Tutte queste regioni sono state devastate da decenni di deindustrializzazione, politiche fiscali neoliberiste e abbandono da parte della politica, fino al punto di ritrovarsi prive delle risorse per rispondere efficacemente alle sfide del presente e del futuro.
A queste comunità mancano non soltanto i mezzi finanziari e l’influenza politica, ma anche le risorse, che spesso sono anche più difficili da reperire, perché non possono essere trasferite da una parte della società all’altra come sta tentando di fare il governo tedesco in Lusazia convogliando enormi quantità di denaro verso la regione. Le risorse e le competenze a cui ci riferiamo fanno parte, piuttosto, del capitale sociale o della cultura.
Industrie come quelle del carbone e dell’acciaio, o quella manifatturiera, hanno plasmato non solo le competenze e il reddito di grossi settori della popolazione, ma anche la cultura della regione, come ad esempio l’immagine dominante di che cosa significa essere un lavoratore o prendersi cura della propria famiglia. Con la deindustrializzazione, queste comunità hanno anche parzialmente perso, tra le altre cose, l’autostima o il senso del proprio valore, a livello sia individuale sia collettivo.
Spesso la perdita di autostima derivata dal declino economico si è accompagnata a uno smarrimento del senso dell’efficacia politica. I politici hanno predicato il mercato libero globale e la riforma del mercato del lavoro in direzione neoliberista, e hanno promesso che i benefici, alla fine, avrebbero raggiunto tutte le famiglie grazie all’effetto «sgocciolamento». Ma in luoghi come la Lusazia o la Rust Belt il declino è ormai costante da decenni, e dunque le persone hanno perso la fiducia nel sistema politico, sentendosi sempre più le vittime passive di una macchina senza anima. Chi ha la possibilità di trasferirsi nei centri urbani lo fa, mentre chi resta si ritira nella sfera privata.
Di fatto, la comunità locale perde la capacità di organizzarsi e sviluppare nuove idee per progredire. Perde anche la capacità di esercitare efficacemente la propria pressione sui suoi rappresentanti, attivando così un circolo vizioso che si autorafforza: l’inefficacia politica delle comunità va ad alimentare e intensificare l’erosione già in atto della comunità politica locale. Da ciò deriva una sostanziale riduzione della comprensione dei meccanismi del cambiamento da parte degli elettori, di come possano, collettivamente, prendere in mano le redini del proprio destino e avanzare. È evidente che questo dramma tipicamente «appalachiano» diventerà sempre più comune. Non è in gioco solo il carbone, ma anche il petrolio, ad esempio nell’area estrattiva dell’Alberta. Il resto del Canada sta diventando sempre più ostile verso gli oleodotti, e ciò si deve in parte alla consapevolezza dei pericoli che rappresentano per l’ambiente quando si verifica uno sversamento, e in parte all’idea generale di doversi allontanare dall’energia proveniente da fonti fossili. Nello stesso tempo, queste aree postindustriali continuano ad allargarsi a causa della concorrenza dei paesi in via di sviluppo e dell’automazione, in particolare con i nuovi e strabilianti progressi dell’intelligenza artificiale. L’erosione delle comunità locali, come vedremo, ha un impatto profondo sui sistemi politici delle nostre democrazie attuali.
* * *
Ciò che qui abbiamo chiamato riduzione della comprensione dei meccanismi del cambiamento da parte degli elettori fa parte di un fenomeno più ampio di scollamento tra i bisogni e le aspirazioni delle persone comuni e il nostro sistema di rappresentanza democratica. Le democrazie moderne, diversamente dalle poleis della Grecia antica, devono operare attraverso istituzioni rappresentative; sostituirle interamente con la democrazia diretta non è contemplabile. Nello stesso tempo, però, affinché la democrazia funzioni davvero è necessario il contatto continuo tra queste istituzioni e gli obiettivi e le esigenze dei cittadini, un contatto che, sfortunatamente, può logorarsi, o persino rompersi, per una molteplicità di ragioni.
Innanzitutto, l’agenda delle società moderne è vasta e articolata. I governi non solo gestiscono le nostre economie in un mondo globalizzato, ma finanziano e amministrano anche lo stato sociale, decidono su questioni importanti riguardo al matrimonio e alla vita delle famiglie, perseguono obiettivi di politica internazionale e via dicendo. Questi aspetti non possono essere tutti contemporaneamente prioritari, e ciò che ne decide l’importanza o l’allontanamento dall’attenzione pubblica è soprattutto il modo in cui figurano nella sfera pubblica, in particolare sui media principali. I bisogni fondamentali di alcuni cittadini possono essere relegati in secondo piano perché gli argomenti che dominano il dibattito pubblico sono altri. È ciò che è accaduto recentemente in molti paesi occidentali in relazione alla distribuzione asimmetrica dei benefici economici del mercato libero e della globalizzazione. È stata necessaria la minaccia del successo elettorale «populista» contro i partiti tradizionali perché la questione finisse al centro della scena.
In secondo luogo, il denaro ha molto potere negli ordinamenti democratici: assicura ad alcuni individui il controllo dei media ed è alla base del dirottamento dell’attenzione appena citato. Può anche influire in maniera più diretta attraverso le lobby e il finanziamento delle campagne elettorali, come si può vedere oggi, forse nella maniera più lampante, negli Stati Uniti.
In terzo luogo, negli ultimi decenni le illusioni neoliberiste sulla natura dei mercati e la loro presunta azione benigna di distribuzione della nuova ricchezza hanno messo in ombra alcune delle disuguaglianze più vistose, o ne hanno sminuito l’importanza, basandosi sull’assunto che, alla fine dei giochi, le cose avrebbero funzionato.
Le ultime due tendenze hanno contribuito a uno sviluppo in cui molti individuano l’attuale crisi della democrazia liberale in Occidente. L’ascesa dei movimenti populisti di destra, tanto in Europa come negli Stati Uniti, rappresenta una dura sfida per la democrazia aperta ed egalitaria che abbiamo cercato di costruire durante tutto il dopoguerra, e che incarna i valori fondamentali sia della repubblica degli Stati Uniti sia dell’Unione europea.
L’aspetto più dirompente di questa evoluzione è il diffondersi della xenofobia, della diffidenza verso chi è estraneo al proprio gruppo, e della resistenza all’immigrazione, persino quando si tratta di rifugiati disperati. Certamente, a contribuire in maniera cruciale a questi movimenti è stata la sensazione, diffusasi in molti paesi tra le classi medie e operaie, di un abbassamento del tenore di vita, di aver perso terreno dopo il benessere degli anni del dopoguerra (quelli che i francesi chiamano les trente glorieuses). La sensazione di trovarsi di fronte, loro e a maggior ragione i loro figli, a una mobilità sociale discendente, con una carenza di posti di lavoro buoni e stabili; in altre parole, di avere davanti a sé un mondo in cui i posti di lavoro saranno più scarsi, più temporanei e più precari.
In effetti, i meccanismi della globalizzazione e dell’automazione, nel contesto di un laissez faire neoliberista, poi esasperato dalla crisi del 2008 e ulteriormente incrudito dalle politiche di austerity, hanno causato, nell’insieme, un aumento enorme delle disuguaglianze. E hanno prodotto un crollo dell’importanza delle aree postindustriali e dei piccoli centri urbani in molti paesi, in particolare negli Stati Uniti e in Francia. La sensazione di aver subito un declassamento ha spinto molti abitanti di quelle regioni a votare per le politiche illusorie e discriminatorie di Donald Trump, Marie Le Pen e affini.
Ai partiti tradizionali viene infatti contestato di aver dato la precedenza ai «forestieri», principalmente immigrati e rifugiati, rispetto alla «vera» popolazione (francese o statunitense). E, anche nelle società in cui l’economia è decisamente più in forma e l’occupazione è ancora elevata, come in Germania, ai principali partiti tradizionali vengono rivolte critiche analoghe; nel caso specifico, viene loro rimproverato di dare la priorità ai rifugiati a scapito della soddisfazione dei bisogni dei tedeschi.
Negli ultimi decenni, la sempre più ridotta comprensione dei meccanismi del cambiamento da parte degli elettori è stata evidentemente cruciale per il successo di movimenti populisti come la candidatura di Trump, il Front National in Francia e l’AfD in Germania. Non importa come ci si spieghi il successo di appelli eccezionali a riesumare un passato impossibile (make America great again e simili), che si supponga che gli elettori siano troppo ignoranti per non farsi ingannare dalla semplicità di tali soluzioni o che, sì, si rendano conto di quanto siano impossibili, ma che, nella loro frustrazione, desiderino compiere un gesto per scioccare le élite benpensanti. Il dato importante è come questa retorica disperata riesca a fare breccia tra gli elettori solo una volta che hanno perso la sensazione di poter promuovere efficacemente i loro bisogni e interessi attraverso il processo democratico.
Lo scollamento dalla cittadinanza che stiamo descrivendo ha conseguenze gravi e va contrastato, ma questi sviluppi dovrebbero anche convincerci che la riconnessione non può avvenire automaticamente, attraverso i meccanismi ordinari delle nostre società democratiche. E nemmeno sarebbe sufficiente (ma rimane, naturalmente, necessario) limitarsi a sfatare i miti sul pericolo rappresentato dai forestieri, in particolare le fantasie islamofobiche che dipingono tutti i musulmani come potenziali terroristi. Non vinceremo la battaglia contro il populismo xenofobo senza affrontare il senso di abbandono provato da molti membri delle classi media e operaia. Dobbiamo intervenire con decisione per riportare i loro bisogni e aspirazioni ad avere un peso per le nostre istituzioni di rappresentanza.
La ricostruzione della democrazia dal basso è una delle misure fondamentali per farlo. Non è l’unico passo da compiere, ma può essere una parte importante della soluzione, come vedremo nel Capitolo 3: quando un pubblico locale riesce a chiarirsi le idee sui programmi di cui ha bisogno e nello stesso tempo a creare solidarietà intorno a essi, può diventare una forza politica alla quale i rappresentanti politici (almeno a livello locale) devono dare ascolto. In tal modo si crea un legame nuovo e forte tra i bisogni e le aspirazioni locali e il sistema democratico.
Oppure, possiamo presentarla in un altro modo: la sfera politica, intesa nella concezione di Hannah Arendt quale discussione aperta tra cittadini alla pari sugli obiettivi e le azioni comuni, si allargherebbe improvvisamente a includere, oltre ai deputati del Parlamento, anche un nuovo gruppo di cittadini informati e partecipi. I progetti che possono consentire l’espansione della sfera politica sono l’oggetto di questo volume.
* * *
Prima di affrontare la questione di come la ricostituzione delle comunità locali potrebbe giovare al sistema politico generale, è necessario esaminare in modo approfondito la situazione di partenza. Quali contorni assumerebbe una ricostruzione dal basso della democrazia in comunità come quelle della Rust Belt, degli Appalachi o della Lusazia? In che modo la ricostituzione delle comunità locali accrescerebbe la loro capacità di gestire i rischi delle società in via di deindustrializzazione? Quale apporto darebbe, su scala più ampia, al rinnovamento della democrazia come sistema politico?
Questo tipo di auto-organizzazione è già una realtà in molte comunità,2 ma abbiamo bisogno che siano molte di più e, come nel caso di regioni quali la Lusazia o la Rust Belt, in genere è necessario cominciare cercando di capire come avviare e favorire il processo dall’esterno quando ce n’è un bisogno estremo, eppure non si innesca. Ad esempio, un governo può stabi...
Indice dei contenuti
- Introduzione
- 1. Ricostituire le comunità locali
- 2. Aiutare a ricostruire le comunità politiche
- 3. Contribuire al rinnovamento democratico
- Epilogo
- Bibliografia
- Ringraziamenti
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