L’ITALIA È UNA REPUBBLICA DEMOCRATICA, FONDATA SUL LAVORO.
LA SOVRANITÀ APPARTIENE AL POPOLO, CHE LA ESERCITA NELLE FORME E NEI LIMITI DELLA COSTITUZIONE.
SIAMO UNA REPUBBLICA
Il primo dettato costituzionale riguarda la forma dello Stato: la Repubblica.
Col referendum del 2 giugno 1946 gli italiani hanno deciso di non essere più sudditi di Casa Savoia, ma soprattutto che l’Italia sarebbe appartenuta a ognuno di loro, così come a ognuno di noi.
Con la scelta della Repubblica si è posto fine a ottantacinque anni di monarchia sabauda. Se, infatti, prima l’Italia era di pochi – con un re o un dittatore al vertice dello Stato – ora – come evidenzia l’origine latina del termine, res publica, ovvero cosa pubblica – è di tutti. Siamo noi a costituire la Repubblica. Le regioni, le province, i comuni, ogni forma politica e amministrativa fanno parte dell’ordinamento dello Stato scelto nel 1946; ma non solo, lo è anche ogni formazione sociale, come la famiglia o la scuola.
Una scelta che è stata “blindata” nella Costituzione e in particolare dall’articolo 139 che sottrae la forma repubblicana a ogni revisione costituzionale in quanto frutto di una scelta compiuta direttamente dal popolo: la Repubblica è l’unica forma di Stato possibile per l’Italia, e la Costituzione proibisce che venga cancellata.
LA SOVRANITÀ POPOLARE
La Repubblica che abitiamo è democratica. La democrazia è un principio così importante che è stato inserito nel primo articolo.
Significa che è governata dal popolo, che è il popolo il sovrano, il quale delega temporaneamente il potere ai rappresentanti politici scelti attraverso il voto.
Oggi possono votare in Italia tutti i cittadini che hanno compiuto diciotto anni, e chi ottiene la fiducia della maggioranza dei votanti governa. Ma vivere in un Paese democratico non significa solo poter votare: lo sperimentiamo nella pratica ogni giorno. Significa anche poter esprimere liberamente il proprio pensiero, idee tra di loro molto diverse, o poter accedere a una pluralità di fonti di informazione: radio, giornali, televisione, media in cui le idee circolano libere e indipendenti.
Il secondo comma dell’articolo 1 stabilisce quindi che “la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Si è discusso a lungo sul verbo da utilizzare: alla fine è scartata l’ipotesi della sovranità che emana dal popolo, preferendo l’espressione che invece ne ribadisce l’appartenenza.
Per i Costituenti, la sovranità appartiene al popolo e non può essere conferita a nessun altro, né tantomeno a un individuo, come è successo durante il Fascismo. È un principio irrinunciabile, ripreso successivamente anche da altre costituzioni del secondo Novecento come quelle tedesca (1949), francese (1958), e spagnola (1978) dopo la morte del dittatore Francisco Franco.
È anche un principio che ribadisce il carattere elettivo di tutte le cariche pubbliche, riconducibili direttamente o indirettamente al consenso del popolo, esercitato attraverso il suffragio universale. Ogni cittadino ha diritto di voto a prescindere dal genere, dal livello di istruzione o dal reddito, come invece accadeva nell’Italia monarchica.
Ognuno quindi è sovrano, ma può esercitare la sua sovranità entro i limiti di pace e libertà. Anche quello di porre limiti alla sovranità nazionale è un tema che viene lungamente dibattuto. Con le pagine spaventose della storia recente ancora davanti agli occhi, l’obiettivo è quello di costruire un Paese libero di governarsi senza dover dipendere dagli eredi di una singola famiglia o da un dittatore frettolosamente accolto come uomo della Provvidenza. Viene messo in evidenza, però, il primato della legge, secondo l’intramontabile insegnamento di Montesquieu – filosofo, giurista e storico francese –, per il quale ogni potere che non conosca limiti strutturali diventa facilmente tirannico. La relazione che si stabilisce tra sovranità del popolo e libertà della persona è quella di una reciproca limitazione, garantita da organismi che hanno anche il potere di annullare leggi democraticamente approvate dal Parlamento che contrastino o comprimano i diritti della persona e gli altri principi costituzionalmente garantiti. Pesi e contrappesi per evitare prevaricazioni ma soprattutto per controllare e limitare il potere di chi è chiamato a rappresentare il popolo sovrano.
IL LAVORO AL CENTRO
L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro, ovvero sul contributo che ognuno di noi può dare.
Ma cos’è il lavoro? A lungo le madri e i padri costituenti ne discutono, tanto che in un primo momento diverse sono le definizioni presentate per il primo articolo della Costituzione. Quella che noi conosciamo oggi viene proposta dalla Democrazia cristiana, il partito maggiormente rappresentato nell’Assemblea costituente, in risposta a “l’Italia come repubblica democratica di lavoratori” voluta da comunisti e socialisti, una definizione che per molti avrebbe conferito all’articolo 1 un carattere classista, senza tenere conto che il lavoro indica tanto le attività manuali quanto quelle intellettuali e spirituali. Viene bocciata anche una terza formula, quella della Repubblica “fondata sui diritti di libertà e del lavoro”, proposta dai repubblicani.
Su una cosa però tutti concordano: dire che la Repubblica è fondata sul lavoro significa stabilire che ogni persona che ne faccia parte deve avere la possibilità di realizzarsi nel modo migliore attraverso il lavoro. È una grande rivoluzione rispetto al passato, quando il lavoro non era affatto al centro della vita: durante la Monarchia, la popolazione era fortemente divisa tra chi non lavorava – il cosiddetto ceto nobiliare – perché poteva contare su antiche ricchezze e privilegi, e chi aveva un lavoro che non garantiva alcun diritto né possibilità di crescita sociale o economica; durante il Ventennio fascista il lavoro era invece inteso come obbligo.
“Dicendo che la Repubblica è fondata sul lavoro” spiega Amintore Fanfani, notaio aretino, democristiano, primo firmatario dell’emendamento che introduce questo importante concetto:
Si esclude che essa possa fondarsi sul privilegio, sulla nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui e si afferma invece che essa si fonda sul dovere, che è anche diritto ad un tempo per ogni uomo, di trovare nel suo sforzo libero la sua capacità di essere e di contribuire al bene della comunità nazionale. Quindi, niente pura esaltazione della fatica muscolare, come superficialmente si potrebbe immaginare, del puro sforzo fisico; ma affermazione del dovere d’ogni uomo di essere quello che ciascuno può, in proporzione dei talenti naturali, sicché la massima espansione di questa comunità popolare potrà essere raggiunta solo quando ogni uomo avrà realizzato, nella pienezza del suo essere, il massimo contributo alla prosperità comune.
Il lavoro è un diritto, in quanto condizione necessaria di libertà, ma è anche un dovere, perché il lavoro permette di contribuire al funzionamento della società. È un diritto perché a nessuno può essere impedito di lavorare, ma è anche un dovere perché è sul nostro impegno (lavoro deriva dal latino labor, fatica) che si fonda la società, e quindi il nostro futuro. È passione e impegno.
Determinante nell’affermazione di questo principio è anche Palmiro Togliatti, nonostante l’emendamento comunista appoggiato dai socialisti sia firmato da Giorgio Amendola, figlio di un martire liberale che sogna l’unità della sinistra:
Di fronte all’esperienza vissuta nell’ultimo ventennio i diritti della persona non possono essere garantiti soltanto sul piano politico, ma vanno garantiti anche sul piano economico e sociale. Non abbiate paura, colleghi, e se credete veramente che il lavoro è il fondamento della Repubblica non nascondete questa affermazione nelle pieghe di un capoverso che pochi leggeranno, ma proclamatelo solennemente, direi orgogliosamente nella prima riga della Costituzione.
PERTINI, GIUSTIZIA SOCIALE E LIBERTÀ
Lavoro, giustizia e libertà sono concetti strettamente correlati, come ricorda nel 1973 Sandro Pertini, uno dei Costituenti e futuro Presidente della Repubblica:
Per me libertà e giustizia sociale […] costituiscono un binomio inscindibile: non vi può essere vera libertà senza la giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà. […] Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero.
Idee chiare e parole semplici per esprimere concetti profondi che stanno alla base del nostro ordinamento. La stessa schiettezza e moralità che hanno ispirato una vita intera spesa a combattere per la libertà e contro qualsiasi forma di violenza.
Se tutti i popoli della terra, tutti i giovani della terra, potessero trovarsi uniti e potessero quindi coralmente esprimere il loro desiderio, la loro volontà, tutti si esprimerebbero per la pace, contro la guerra. E noi vogliamo che i nostri giovani possano vivere sicuri della pace e della libertà. Vogliamo che essi siano degli uomini liberi, in piedi, a fronte alta, padroni del loro destino e non dei servitori in ginocchio.
Alessandro Pertini (detto Sandro), nasce in Liguria nel 1896 e partecipa alla Prima guerra mondiale distinguendosi per una serie di azioni in prima linea, per le quali è decorato con la medaglia d’argento al valor militare.
Laureato in Giurisprudenza e poi in Scienze sociali, entra presto in contatto con il mondo antifascista, in particolare con Gaetano Salvemini – grande teorico della democrazia e vero maestro di ideali –, i fratelli Carlo e Nello Rosselli – alunni di Salvemini – e il leader socialista Filippo Turati.
Durante il Ventennio, non perde occasione per rivendicare la sua fede politica e i suoi sentimenti antifascisti, per questo diventa agli occhi del regime un simbolo dell’opposizione da controllare e recludere (lunghissimo sarà infatti il suo itinerario attraverso i luoghi di prigionia).
Rinchiuso nel carcere di Pianosa nel 1931, rifiuta categoricamente la domanda di grazia che la madre ha rivolto alle autorità fasciste. Ancora una volta dimostra che pur di mantenere la propria integrità politica, è disposto a sacrificare la sua esistenza nella cella di un carcere.
Trascorso un periodo nel carcere di Turi, dove conosce e diventa amico di Antonio Gramsci, viene trasferito a Ventotene – come tanti altri futuri Costituenti, da Umberto Terracini ad Adele Bei.
Riacquistata la libertà nel 1943, da subito partecipa alla fase decisiva della lotta di liberazione, diventando uno dei protagonisti della Resistenza e delle sue strutture di comando. Per i meriti partigiani riceve nel 1953 la medaglia d’oro al valore militare.
Eletto nel 1946 all’Assemblea costituente non smetterà mai di sottolineare come la Resistenza – per la sua spinta collettiva, le aspettative di libertà, pace e giustizia sociale – sia stato l’elemento fondante dell’identità repubblicana.
Sempre attento al rispetto delle regole democratiche e fautore della pace e della distensione tra schieramenti opposti, il 5 giugno 1968 viene eletto Presidente della Camera dei deputati.
Sono anni impegnativi, in cui si affrontano dibattiti su temi di grande impatto sociale – come l’approvazione della legge sul divorzio e dello statuto dei lavoratori–, e si porta avanti l’istituzione delle regioni.
Amato per il suo stile diretto ed energico, inaugura l’abitudine di ricevere delegazioni di giovani e studenti per discutere con loro i problemi e le prospettive del Paese.
Nel 1978 Pertini viene eletto settimo Presidente della Repubblica, con una maggioranza larghissima e senza precedenti: 832 voti su 995.
Nel suo discorso di insediamento dichiara di voler essere il Presidente di tutti gli italiani e, nel presentare i principi che avrebbero ispirato il suo mandato, richiama i capisaldi della stagione costituente: la pace (“si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai, sorgente di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame”), la libertà (“bene prezioso e inalienabile”) e la giustizia sociale.
Pertini ha avuto tante vite. Se negli anni Quaranta è stato un mito della Resistenza, negli anni Ottanta la sua esultanza allo stadio Santiago Bernabéu di Madrid l’ha impresso nella memoria collettiva come il Presidente della Repubblica nell’anno in cui gli azzurri guidati da Enzo Bearzot alzano per la terza volta la Coppa del Mondo di calcio.
Presidente dinamico, dotato di grande slancio comunicativo e di un linguaggio schietto ed efficace, ha riscosso intorno a lui un largo consenso, tenendo sempre, durante il suo mandato, la Costituzione come orizzonte di riferimento e di ispirazione.
Il Presidente della Repubblica
Quella del Presidente della Repubblica è una figura importante per comprendere tutte le implicazioni dell’articolo 1...