Quella maledetta paura di non essere all'altezza
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Quella maledetta paura di non essere all'altezza

Corso di autostima con esercizi pratici

  1. 144 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Quella maledetta paura di non essere all'altezza

Corso di autostima con esercizi pratici

Informazioni su questo libro

La nostra interiorità è pervasa da un profondo senso di insicurezza e dal pensiero ricorrente di non essere all'altezza: siamo sempre insoddisfatti, viviamo nel giudizio perenne su noi stessi e qualsiasi meta raggiungiamo non è mai abbastanza. Abbiamo paura di parlare davanti agli altri, di esprimere un'opinione, di essere al centro dell'attenzione, per timore di essere giudicati. Questa paura assume mille volti e diventa ansia dell'esame, di sostenere una conversazione, dell'autorità, del fallimento...

Eppure non c'è errore più grande di cercare l'autostima fuori di sé, di collegarla ai risultati che otteniamo, all'approvazione degli altri. Perché l'autostima è un cammino verso qualcosa che già è dentro di noi, che "vede" la nostra unicità e giorno dopo giorno la realizza.

In questo libro, Raffaele Morelli ci indica la via per superare la nostra paura di non valere abbastanza e per ritrovare la stima di noi stessi. Ognuno dei capitoli rappresenta una lezione e si conclude con un'esperienza pratica. E così, pagina dopo pagina, esercizio dopo esercizio, impareremo a lasciare andare le aspettative che abbiamo su noi stessi, smetteremo di credere alle opinioni dominanti che impongono un ideale di perfezione senza ombre, per rivolgerci invece a quel silenzio interiore che custodisce la nostra unicità e la nostra evoluzione.

Basterà modificare ogni giorno per qualche istante il nostro atteggiamento mentale per riuscire finalmente ad avvicinarci al nostro Sé, la cui perdita è la vera causa dei disagi che ci affliggono: "Bastano pochi attimi per cambiare totalmente il modo di vedere noi stessi. Pochi istanti di percezione producono gocce di cambiamento inimmaginabili".

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2022
Print ISBN
9788804754220
eBook ISBN
9788835718451
1

QUELLA MALEDETTA PAURA DI NON ESSERE ALL’ALTEZZA

Secondo i sondaggi, la nostra interiorità è pervasa da un profondo senso di insicurezza e caratterizzata da un pensiero ricorrente: “C’è qualcosa dentro di me che non va bene”. È anche diffusa l’idea che gli altri valgono più di noi, che hanno fatto più strada, che sono stati più bravi. Siamo dominati da un’intelligenza costruita sui paragoni. Sotto sotto c’è la convinzione di ciascuno di noi di non valere abbastanza: per questo le pubblicità insistono su slogan come “io valgo”. Gli uomini e le donne del marketing si sono accorti che siamo tutti convinti che ci manchi qualcosa. Siamo sempre insoddisfatti, viviamo nel giudizio perenne su noi stessi e qualsiasi meta raggiungiamo non è mai abbastanza… C’è sempre una voce interna in agguato a dirci che in fondo non siamo all’altezza!
Le cose sono proprio così o siamo vittime di una dispercezione, vale a dire che non sappiamo vedere il nostro mondo interiore in modo da sentirlo come un alleato, un compagno di viaggio, un amico che ci protegge e veglia su di noi, sul nostro destino?
Quella che chiamiamo disistima esiste per davvero o è un abbaglio del nostro Io, che guarda la mente nel modo sbagliato? Dalla giusta risposta a questa domanda dipende la via della pienezza interiore, della gioia di vivere: altrimenti siamo condannati a un’esistenza in perenne conflitto, a un’eterna incessante inquietudine. Quanto torturiamo noi stessi!
Passiamo troppo tempo a cercare il nostro valore, dimenticando che ogni fiore fa il suo frutto senza alcun tentennamento. Così chiamiamo disistima quello sguardo fisso, che non vede più albe e tramonti, che giudica la tristezza come un incidente da cancellare, che crede sia vero solo il pensiero che dice “in fondo non vali niente…”.
Uno sguardo siffatto è uno sguardo senz’anima, che vive sulla superficie del proprio essere, dove gli scarti dell’essenza galleggiano e vengono presi per verità. La disistima è un occhio che vede solo l’acqua putrida, una maledizione paludosa scambiata dall’Io per verità assoluta, mentre è solo uno sguardo fisso e niente più.
La cosa più grave è che questo sguardo su noi stessi viene alimentato giorno dopo giorno, pensiero dopo pensiero. Così veniamo assaliti da un’inquietudine che si affaccia anche nei momenti più belli.
Marta migliora significativamente quando smette di giudicarsi:
Battaglie inutili, senza fine, con noi stessi… Da quando, con l’aiuto del mio Virgilio, cioè il mio analista junghiano, sto capendo a tutti i livelli (razionale, ma soprattutto emotivo e profondo) che vado benissimo così come sono e che ognuno di noi ha dei talenti, dei doni che aspettano solo di venire alla luce e fiorire, sto meglio e la vita comincia di nuovo a sorridermi! Ma quante resistenze dentro di me prima di scoprire che posso vivere bene senza continuamente giudicarmi… Grazie, dott. Morelli, tanto tempo fa avevo partecipato a un suo seminario. Era un momento molto critico per me: un matrimonio finito male e in cui avevo investito tanto, avevo perso il lavoro per una ristrutturazione, i genitori anziani… Non vedevo prospettive per me… Non mi ricordo più bene come, ma lei vide in una mia visualizzazione la possibilità per me di scrivere. Bene, non sono diventata una scrittrice, ma sono riuscita a rientrare nella scuola, abilitarmi e vincere al primo tentativo il concorso per la mia materia nel 2016. Chi l’avrebbe detto che dentro di me ci fosse ancora tutta quella forza?
Ognuno dei capitoli di questo libro rappresenta una lezione, una tappa della via per realizzare l’autostima. Ma la domanda è: possiamo uscirne in poche lezioni?
E, se le convinzioni sono il peggior nemico da estirpare, come possiamo farcela?
Il segreto è spostare lo sguardo…
Mi vengono in mente le parole di Plotino, riprese magistralmente da Giulio Busi nel suo libro sull’Uno:
… tutte le preoccupazioni umane sono giochi da ragazzi … E infatti, anche nei casi della vita personale non è l’Anima interiore che piange e si lamenta, ma quella esteriore, niente più che l’ombra dell’uomo, la quale ambienta tutte le sue azioni sullo scenario dell’intera terra, dove spesso gli uomini allestiscono i loro spettacoli.1
La disistima è quindi solo uno sguardo di superficie: l’anima interiore, dove abita il Sé, il centro, non è minimamente toccata dal nostro sentimento di inferiorità. Da quest’osservazione si comprende che il non sentirsi all’altezza riguarda soltanto una visione personale dell’esistenza.
Ma come, non andiamo in psicoterapia per parlare dei problemi personali? L’anima interiore, secondo Plotino, non sa che farsene dei nostri disagi legati all’autostima, al valore, al giudizio, anzi detesta le risposte che possiamo dare, che il nostro Io vuole formulare.
Ai miei pazienti dico sempre che la psicoterapia non è un’indagine su cosa funziona nella loro vita o sulle cose accadute. Eppure moltissime e-mail dei miei lettori cominciano raccontando la loro storia. Padri, madri, amori passati, traumi vengono visti come la causa di ciò che siamo. Invece la psicoterapia è semplicemente un luogo per scoprire le attitudini, le caratteristiche uniche di ciascuno. Alle persone che si rivolgono a me non chiedo mai che cosa è successo di brutto né cosa non va nella loro vita.
Le risposte sarebbero tutte dell’“anima esteriore”, che è l’ombra dell’uomo: la verità è che non esistono problemi personali, ma il problema è proprio che una “persona” (così i Romani traducevano il greco per “maschera”) ha preso il sopravvento sulla nostra essenza unica.
Stiamo male perché la maschera, come la chiamavano i Greci, ha preso il sopravvento sull’anima interiore di Plotino, che è totalmente indifferente ai nostri pianti, ai lamenti, all’autosvalutazione, alla mancanza di autostima. Bisogna stare molto attenti a evitare che la disistima diventi un lamento cronico, una sofferenza-alibi, che avvolge tutta la nostra consapevolezza perché, come dice Ginette Paris, si rischia di chiudersi in una “bolla narcisistica”.2
Le persone si affezionano ai propri lamenti e non vedono l’ora di parlare delle loro disgrazie. Si finisce per considerare speciale la sfortuna che ci è capitata e non la nostra unicità.
La famosa analista Marie-Louise von Franz, collaboratrice e collega di Jung, era conosciuta per la sua capacità di confronto e per la sua mancanza di pazienza con i pazienti innamorati della propria sofferenza. Lei congedava semplicemente il paziente quando percepiva una mancanza di coraggio nella lotta. “Torni quando avrà davvero voglia di lavorare, non ho tempo da perdere con lei!” Il suo atteggiamento è stato criticato, così come la sua personalità apparentemente rigida e le sue maniere a volte bizzarre. Io credo che avesse un’intuizione giusta: ci sono dei momenti in cui il terapeuta deve prendere esempio dall’istruttore di arti marziali. Per esempio, per una persona che riproduce la stessa dinamica nevrotica in ogni relazione amorosa, o in ogni rapporto di lavoro, con lo stesso risultato disastroso, farsi consolare è inutile tanto quanto farsi rimproverare.3
La nostra mente ci inganna, trasformando la nostra sensazione di non essere all’altezza in una litania senza fine: “La mia vita non funziona perché sono sbagliato, perché ne ho passate troppe, perché nessuno mi capisce…”.
Parole come queste ci consolano, apparentemente, ma di fatto sono un veleno che via via ci intossica senza rimedio. Naturalmente, questo modo di vedere le cose porta all’inevitabile sensazione di essere “troppo buoni in un mondo di lupi”, come mi ha detto in un gruppo una signora che enunciava, quasi con soddisfazione, tutte le sue disgrazie.
Sbagliamo molto a credere che l’autostima possa sopraggiungere solo se i nostri rapporti funzionano, se abbiamo il partner giusto, oppure se abbiamo conquistato un soddisfacente successo. Aveva ragione la von Franz quando sosteneva che ci vuole coraggio per andare verso se stessi e smetterla di credere che l’autostima ci verrà regalata dall’atteggiamento degli altri verso di noi. Mi piacciono molto queste parole di Ginette Paris:
Per sviluppare delle ali, bisogna volere uno sguardo diverso da quello della mamma rapita davanti alle fossette così carine del suo angioletto rosa; uno sguardo diverso da quello del partner con cui abbiamo concluso un atto di adorazione reciproca.4
L’unica soluzione allora è spostare il nostro sguardo. Avere stima di sé significa semplicemente smetterla di credere alle opinioni dominanti, che impongono un ideale di perfezione senz’ombre, fatto di bellezza, forza, eterna giovinezza, ricchezza e successo. Il non sentirsi all’altezza è semplicemente un’illusione che viene dall’essere sprofondati nell’Io, nell’anima esteriore. E il dolore che si prova? È il grido disperato della “voce silenziosa” dell’anima interiore, che non ne può più di essere continuamente esclusa. Se l’essenza, la nostra unicità, si allontana troppo, siamo inesorabilmente travolti dal banale, dal voler essere come tutti gli altri. Cercare le somiglianze è il più grande insulto che possiamo fare a noi stessi.
Bastano poche lezioni?
Tutte le tecniche e gli esercizi che consiglio si basano sull’avvicinamento al Sé, il quale appartiene a un’energia cosmica, la cui perdita è la causa dei nostri dolori. Ma come possiamo avvicinarci a qualcosa che vuol restare sconosciuto, qualcosa che, come il seme, produce il frutto nascondendosi nel profondo della terra? Modificando ogni giorno per qualche istante l’atteggiamento mentale, o meglio lo sguardo interiore.
Ogni volta che arriva la disistima, occorre percepire il dolore che si prova e dirsi: “Io guardo il mio disagio senza dirmi niente, nel silenzio”. Per quanto? Bastano pochi attimi per cambiare totalmente il modo di vedere se stessi. Pochi istanti di percezione producono gocce di cambiamento inimmaginabili. “Signora” ho detto ad Anna, “percepisca l’abbandono di suo marito, senta il dolore, ma non commenti, non si dica più: ‘Lo sapevo che prima o poi mi avrebbe lasciata’”. In questi casi la disistima aumenta e si finisce per credere che l’abbandono sia avvenuto perché non siamo all’altezza, perché siamo dei falliti, perché non abbiamo avuto abbastanza forza per imporci.
Guardare il disagio e basta! È un esercizio che di per sé produce notevoli risultati, che ci allontana dall’attaccamento nevrotico quando veniamo lasciati dal partner. Paradossalmente più ne parli, più cerchi le cause, e più si alimenta. Guardare se stessi nel momento in cui compare il disagio è la via… Forse questo è il più grande insegnamento che ci hanno lasciato i taoisti.
Quando tu ti vedi è il sole del mondo che ti vede, è l’occhio che si fa sole e ti illumina. Guardarsi senza pensieri è illuminarsi di sole: così pensava Goethe, che riconosceva nel nostro sguardo un grande potere trasmutativo. Osservare il problema quando arriva, percepirlo, significa immettersi nell’energia luminosa che modifica spontaneamente i processi. Nessuno, se guarda senza pensieri, è più lo stesso di prima. Percepire da sconosciuto è la contemplazione di Plotino: percepire senza interferire, percepire senza domande, senza risposte, senza lamenti, senza pensieri.
“Io sono il mio dolore, non importa cosa l’ha causato”: queste sono le parole che ci servono per uscire dalle nostre crisi e dalla nostra autosvalutazione.
Nessun dolore è per sempre e neppure le ferite durano, se cambiamo lo sguardo. Bastano pochi secondi al giorno di “sguardo senza pensieri” per ottenere risultati sorprendenti. Guardare vuol dire lasciar fluire gocce di “immensità” nella coscienza, che almeno per qualche istante non è più annebbiata dal problema che, come abbiamo detto, non si risolve mai ragionandoci su, ma guardandolo senza alcun commento.
Finché scatta in noi un’assenza, un sentirsi altrove. C’è un regno che non vediamo e che può darci spontaneamente l’autostima. È il regno del Sé, dove vivono i codici del Senza Tempo. Allora l’eterno che è in noi si distilla nella coscienza e porta via via saperi che ignoravamo, che non sapevamo che facessero parte di noi. C’erano ma non li vedevamo, perché annebbiati dal mondo esterno. Difficilmente una persona può stare bene, se non nota in sé l’arrivo di nuove capacità, di nuovi orientamenti, anche di nuovi interessi. Magari erano presenti nell’infanzia, ma poi il pensiero dominante del mondo comune li ha rimossi. Per sapere se stiamo bene dobbiamo sentire irrompere qualcosa che nella vita abituale non era presente. Ah, quanto una vita abitudinaria è lontana dal vero piacere di stare con noi stessi!
Elda, 63 anni, ha letto una pubblicità che parlava di un incontro al Planetario, dedicato alla Via Lattea. Ha pensato: “Oggi faccio fare una cosa nuova ai miei due nipotini”. E così ha detto loro: “Bambini, vi porto a vedere le stelle”. Naturalmente i piccoli erano entusiasti. Oggi, a distanza di qualche mese, ha un piccolo telescopio, partecipa ai raduni degli amanti di astronomia, fa viaggi anche lontani per vedere le eclissi.
Non era cambiato niente nella sua vita: stesso marito con i soliti conflitti di sempre, gli stessi problemi sul lavoro e soprattutto qualche disturbo psicosomatico, ormai cronicizzato, all’apparato digerente, come la colite spastica, che il suo medico riteneva dovuta al troppo stress e al suo carattere ansioso. Nonostante la sua vita fosse prigioniera delle abitudini, sempre le stesse da anni, aveva da qualche tempo iniziato a cercare il nulla, il vuoto, ogniqualvolta le arrivava il pensiero di aver vissuto e di vivere una vita sbagliata. L’aveva letto in un articolo di “Riza” di qualche mese prima. Non si dirà mai abbastanza quanto è importante staccare la mente dal disagio, perché così l’inconscio non è più prigioniero nella gabbia dei pensieri. L’inconscio voleva che “guardasse le stelle”: voleva che incontrasse un “mandala celeste” astronomico. Ora è un’appassionata veramente coinvolta. L’autosvalutazione di sé è scomparsa. Tutto questo per dire che ognuno ha interessi solo suoi, non importa a che età li scopre.
Ho scelto alcuni esercizi da fare durante la giornata: bastano pochi minuti. Servono tutti ad avvicinarci, anche continuando a fare la vita di prima, all’anima interiore, l’unica che possiede quell’energia luminosa che produce spontaneamente il nostro divenire, il dispiegarsi della nostra unicità.

Io non valgo nulla

Ci sono parole che distruggono la nostra vita interiore, il piacere di stare con se stessi. Nelle parole che ci diciamo, nelle nostre convinzioni si svolge il nostro destino. Vi sono parole che vanno abolite, come quando diciamo: “Non ho mai creduto in me stesso”.
Sentite cosa dice Elena:
Salve dottore, ho 58 anni. Sono una docente di violino e suono anche in vari gruppi. È tutta una vita che mi dico: “Non valgo nulla, non sono capace”. In realtà, ho riscosso consensi sia come docente (insegno in una scuola media a indirizzo musicale) sia come violinista, e avrei potuto vivere serena, invece… Questa litania mi accompagna sempre, e finisco per mettere in dubbio che l’apprezzamento degli altri sia sincero. Questa è stata ed è la mia rovina perché potrei dare di più e ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. QUELLA MALEDETTA PAURA DI NON ESSERE ALL’ALTEZZA
  4. PREFAZIONE
  5. 1. QUELLA MALEDETTA PAURA DI NON ESSERE ALL’ALTEZZA
  6. 2. GUARDARSI DENTRO
  7. 3. L’AUTOSTIMA È GIÀ DENTRO DI TE
  8. 4. NON PENSARE, IMMAGINA
  9. 5. SCOPRI LA TUA IMMAGINE NASCOSTA
  10. 6. PERCHÉ LAMENTARSI TOGLIE L’AUTOSTIMA
  11. 7. IL “DAIMON” CI GUIDA A NOSTRA INSAPUTA
  12. 8. LA PAURA DI PARLARE IN PUBBLICO
  13. 9. LA MENTE SILENZIOSA È LA CULLA DELL’AUTOSTIMA
  14. CONCLUSIONI
  15. Copyright