Dalla parte della strada il Sunburst era un motel come tanti, ma dietro alla palazzina dell’amministrazione c’era un grappoletto di villini di cemento, ciascuno con il suo minuscolo giardino alla giapponese. Abitazioni. Era su una delle Keys, quella subito a sud di Key Largo. Durante il tragitto dall’aeroporto di Miami, Ed si era figurato un albergo alla moda con terrazze e campi da tennis e ora rimirava un po’ perplesso questa struttura antiquata. Parcheggiò sotto un ibisco cremisi e uscì nella canicola della Florida. Il numero 4 era quello dall’altra parte del viale di ghiaia, con un’ampia vista sull’oceano. Era tardo pomeriggio e la luce del cielo era intensa.
Era a pochi passi dal villino quando la porta a zanzariera si aprì. Uscì un uomo grassissimo in bermuda, attraversò il piccolo patio e con aria accigliata strizzò un costume da bagno umido sui cespugli. Era maledettamente invecchiato e più grasso che mai, ma era proprio lui, non c’era dubbio. Ed si fermò davanti ai gradini, schermandosi gli occhi con la mano. «Tu sei George Hegerman» affermò in tono amichevole.
Il ciccione grugnì e finì di strizzare il suo costume.
«Ci siamo conosciuti tempo fa, a Chicago…»
Hegerman si girò per scrutarlo. «Ricordo.»
«Avrei una proposta d’affari» spiegò Eddie socchiudendo gli occhi contro la luce. Cominciava a sentirsi a disagio, il caldo era insopportabile. «Non rifiuterei qualcosa da bere.»
Il grassone srotolò l’indumento strizzato e lo appese disteso ad asciugare sulla balaustra di legno che delimitava il patio. Il costume era di una taglia spropositata. Si voltò nuovamente verso Ed. «Esco nella baia. Puoi accompagnarmi.»
«In barca?»
«In barca.»
In piedi al timone, vestito dei soli bermuda e con un paio di occhiali scuri, Hegerman manovrò con perizia la piccola imbarcazione verso il sole basso. L’acqua, placida e poco profonda, era di un blu inimmaginabile. Il motore alle loro spalle pregiudicava qualunque tentativo di conversazione, obbligando entrambi a urlare per farsi sentire.
Poco dopo Hegerman diede gas e il motoscafo schizzò in avanti sfiorando l’acqua in planata. Quando cominciò a sobbalzare violentemente sul sedile, Ed si alzò e si aggrappò a un corrimano. Uno spruzzo lo raggiunse in faccia e gli bagnò gli occhiali da sole. Doppiarono isolotti popolati da strane piante aggrovigliate. «Che roba è?» chiese urlando, e il grassone tuonò: «Mangrovie». Eddie fece una smorfia, sentendosi uno stupido per aver dovuto domandare. Adesso aveva la camicia fradicia e acqua anche nelle scarpe. Tornò a sedersi e cercò di togliersele, ma ne fu impedito dalle violente planate dell’imbarcazione. Intanto l’acqua era diventata di uno stupefacente color acquamarina. L’azzurro profondo e limpido del cielo era abbacinante.
Hegerman rallentò bruscamente e i sussulti cessarono. Il rombo del motore si trasformò in un ronfare sommesso. Eddie poté togliersi le scarpe. Si stavano dirigendo verso un’isola più grande, con una spiaggia lunga e stretta.
Dietro la spiaggia si levava una boscaglia attraverso la quale i raggi del sole arrivavano fino a loro filtrati. Quando furono a poche centinaia di metri, il grassone spense il motore e lasciò che l’imbarcazione procedesse alla deriva. Da un vano nel sedile che aveva accanto tolse un oggetto nero. Era una macchina fotografica. Dal medesimo ripostiglio prelevò un astuccio cilindrico, ne aprì la cerniera lampo e ne estrasse un obiettivo lungo un paio di palmi. Lo innestò nel corpo della macchina. Ed sistemò le scarpe vicino a sé, sul sedile, seguendo in silenzio le manovre del grassone che adesso aveva aperto un treppiede in cima al quale avvitava la macchina fotografica. Per sua fortuna il pacchetto di sigarette che portava nel taschino della camicia era ancora sigillato e si era bagnato solo all’esterno. Lo aprì e si accese una sigaretta, quindi si tolse la camicia bagnata, la strizzò oltre il parapetto e la distese ad asciugare sul sedile libero. Intanto il grassone aveva puntato il teleobiettivo verso gli alberi. Le sue enormi natiche occupavano per intero il sedile posteriore del pozzetto, dal quale gli bastava sporgersi di poco per applicare l’occhio al mirino. Comodamente appoggiato allo schienale, Eddie fumava in silenzio, in attesa che succedesse qualcosa. La lieve increspatura della superficie dell’acqua sembrava una trama di fili iridescenti. L’imbarcazione dondolava tranquilla in un pigro sciacquio.
Ci fu un movimento improvviso di frasche e subito dopo dalla vegetazione emersero tre uccelli alti e rosa che vennero verso di loro come magiche apparizioni. Il grassone si chinò in avanti e cominciò a scattare. Eddie osservava sbalordito quegli uccelli che non aveva mai visto. Giunsero con incedere solenne fino alla battigia e si guardarono a destra e a sinistra. Quello al centro avanzò ancora di qualche passo silenzioso flettendo le ginocchia all’indietro, quindi aprì le ali bordate di rosa, allungò il collo e si alzò in volo con una grazia che fece dimenticare d’incanto la singolare goffaggine di poco prima. Fu subito imitato dagli altri due. Quando anche il terzo si fu librato, Eddie si accorse dello strano allargamento che questa specie presentava sulla punta del lungo becco, quasi che avessero una protuberanza. La comica caratteristica passava tuttavia in second’ordine a confronto con lo spettacolo del loro volo. Gli uccelli compirono una singola evoluzione sopra l’isola, quindi si allontanarono verso sinistra, pigri e silenziosi, con il collo proteso come la fusoliera di velivoli sperimentali. A Eddie venne la pelle d’oca. Il grassone continuò a scattare fotografie finché i volatili non furono scomparsi nel cielo. Finalmente si appoggiò allo schienale e vi posò sopra il braccio enorme. «Ecco fatto» commentò. Aveva la voce roca.
«Notevole» mormorò Eddie. Si sentiva molto meglio. Prima che sbucassero quegli uccelli aveva cominciato a sospettare che Hegerman stesse menando il can per l’aia. Ma quei pennuti erano tutt’altro che cani. «Aironi?» domandò.
«Rosati.» Il grassone stava staccando il teleobiettivo. Quando ebbe riposto l’attrezzatura sotto il sedile, sollevò il coperchio di uno stipo e ne tirò fuori una bottiglia con il collo rivestito di carta stagnola. La stappò prima di passarla a Eddie. Sull’etichetta era scritto DOS EQUIS. Era birra messicana. «Grazie» disse Eddie ottenendo in cambio un grugnito. «Spatole rosate» precisò il grassone, aprendo per sé una bottiglietta verde di Perrier.
Eddie sorrise. «Ricordo che bevevi sempre birra d’importazione.»
«Adesso ho un medico curante molto convincente.»
Eddie bevve una lunga sorsata. «Volevo parlarti di una tournée» disse poi.
Il grassone bevve la sua Perrier senza commenti.
«C’è un tizio che ha un’emittente televisiva via cavo e ci vorrebbe in un programma.»
«Non so di che cosa stai parlando.»
«L’idea sarebbe che tu e io si vada in giro a giocare e lui filma le partite per la sua televisione. Potrebbe includere il servizio nel Mondo sconfinato dello sport.»
«Che cos’è, la ESPN? La HBO?»
«La Mid-American.»
«Che roba è? Dov’è la sede?»
Eddie bevve un altro sorso di birra. «A Lexington, nel Kentucky. Dove sto io adesso.»
Fats cominciò a chiudere il treppiede. «Voglio rientrare prima che faccia buio.»
Questa volta procedette a velocità moderata nella navigazione, seduto al timone. L’acqua era diventata scura, liscia come gelatina, tanto che pareva di poterci camminare sopra. Ora avevano il sole alle spalle. Eddie si tolse gli occhiali scuri. Costeggiarono il litorale per alcuni minuti, doppiando gli isolotti di mangrovia, poi il ciccione riprese finalmente la parola. «Sono quindici anni che non sento il tuo nome.»
«Ho diretto una sala da biliardo.»
«Uno spreco.»
«Non andava male all’inizio. Che cosa pensi di questa idea della tv?»
«Spiega meglio.»
«Il contratto ci offre seicento dollari a testa per un’apparizione e il venticinque per cento per le eventuali repliche del programma, questo se lo volessero anche quelli dell’ABC o altri. Più le spese.»
«A centoventicinque?»
«Sì.»
«Quante città?»
«Sette. Possiamo cominciare da Miami fra un paio di mesi.»
Il grassone finì la Perrier e ripose la bottiglia nello stipetto. «Non ne ho bisogno» dichiarò. «Sono in pensione da sei anni, ormai.»
Erano a ridosso di una macchia di mangrovie più estesa delle altre. Hegerman virò e imboccò uno stretto passaggio tra la vegetazione, una specie di tunnel. Ed tenne la testa bassa mentre percorrevano questo canale di acqua nera sotto un tetto di fronde e in un intenso ronzio di insetti. Le radici acquatiche delle mangrovie s’intrecciavano in uno scuro groviglio che saliva intorno a loro in un’impenetrabile coltre di foglie. Era un luogo primitivo dove si aveva la sensazione di partecipare a un documentario sugli albori della vita umana. Uno di quei posti dove dovevano esserci bisce e serpenti.
Proprio mentre Eddie cominciava a sentirsi preoccupato, il canale si aprì in un lago scuro cinto dalle mangrovie, fiocamente illuminato e privo di ombre sotto il cielo serale. Sembrava di essere nella navata di una chiesa. Fissate ad appositi sostegni sotto il parapetto di sinistra c’erano un paio di canne con mulinello.
«Ti va di pescare?»
«Perché no?»
«Apri quella botola che hai davanti. Ci troverai dei gamberetti.»
Ed sollevò la botola afferrandone l’anello e guardò dentro. La luce scarsa gli permise di scorgere a stento i gamberetti vivi. Anni addietro aveva pescato in acque dolci con vermi e cavallette, quando le tentava tutte per sfuggire all’oppressione dell’appartamento in cui abitava; ma non aveva mai pescato in acque salate e non aveva mai usato gamberetti come esca. Hegerman gli passò una canna leggera. «Attento all’amo.» Ed strinse i denti, infilò la mano nella botola e riuscì ad acchiappare un gamberetto che gli solleticò il palmo. Lo mostrò al grassone. «Dove va l’amo?»
«Lo fai passare per la coda. Tira vicino al...