La prima volta che ho visto le mie nipoti mi trovavo sull’altro lato di una strada e non osavo avvicinarmi. Nei sobborghi di Groningen le finestre sono grandi, basse, e io mi vergognavo di avere raggiunto il mio scopo cosí facilmente. Mi spaventava che le bambine fossero una preda tanto disponibile ai miei sguardi. Anch’io però ero indifesa, se loro avessero girato anche di poco la testa mi avrebbero vista.
Alle piccole non interessava ciò che accadeva fuori. Erano prese da sé stesse, dalle loro minuscole faccende. Bambine dai capelli chiari e sottili che scivolavano fra le dita come sabbia. Erano sole in soggiorno, fin troppo alla mia portata. Se qualcuno me l’avesse chiesto, non avrei saputo come spiegare la mia presenza. Me ne sono andata.
Ho aspettato che calasse il buio e si accendessero le luci nelle case. Mi sono avvicinata, sono rimasta indecisa qualche istante e alla fine ho attraversato la strada. Ho quasi bussato alla finestra. Ero sbalordita dalla semplicità con cui l’intera famiglia si muoveva. Non ricordavo cosí mia figlia. La sua concretezza mi colpiva. Sussurravo il suo nome per afferrare meglio: – Leah, Leah –. Non sono rimasta a lungo, solo qualche minuto. Le figlie di Leah, Lotte e Sanne, erano sedute a tavola ma si alzavano in continuazione, portando con loro la luce dorata della casa. Johan, il marito di Leah, era in cucina, mi dava le spalle, preparava la cena. Leah passava da una stanza all’altra scomparendo e ricomparendo, spezzettata dall’incrocio degli infissi. Sembrava attraversare le pareti, come se trascendesse la realtà. Il camino in soggiorno, malgrado fosse spento, diffondeva una sorta di calore. C’era una sensazione di casa. E c’erano libri ovunque, anche in cucina. Era un appartamento dall’aspetto benevolo. Tutto, in esso, ricordava la semplicità delle materie prime: la legnosità degli alberi nella foresta, le nuvole nel cielo. Ma poiché osservavo mia figlia e la sua famiglia a loro insaputa, ero io in realtà a correre un rischio. La loro vita senza veli splendeva pericolosamente sotto i miei occhi.
Anni fa lessi un romanzo su una donna di Dublino che aveva undici fratelli e, una volta cresciuta, si era sposata e aveva avuto due figlie. Diceva che le sue ragazze «non sono mai andate per strada da sole. Non hanno mai dormito insieme in un letto». Non raccontava molto altro di loro e io capii che intendeva dire che le amava ma, al tempo stesso, non sapeva come farlo. Ed è questo il problema, l’amore. Lei, in ogni caso, ci aveva provato.
Quella donna, suo marito e le figlie erano partiti per un viaggio in automobile. C’era stata una stupida discussione e la donna, guardando nello specchietto retrovisore, aveva visto la figlia maggiore fissare il vuoto. La sua bocca sembrava risucchiata e, «come in una specie di orribile prescienza […] aveva visto cosa rischiava di andar storto nel suo viso. Il dettaglio preciso che, di colpo o per gradi, poteva privarla della sua bellezza prima che diventasse grande». A quel punto la donna aveva pensato, «devo farla continuare a essere felice».
Quando lessi quel libro avevo già una figlia di un anno e mezzo, Leah, vivace e chiassosa. Le dicevo (e lo dicevo a suo padre) che la sua voce mi ricordava il suono di una sirena da nebbia. Meir e io eravamo estasiati dalla nostra piccola sirena da nebbia. Le avevo affibbiato anche altre decine di vezzeggiativi. Quand’ero al lavoro sentivo la sua mancanza in ogni istante e non appena la rivedevo la stringevo in un abbraccio. Mi era facile amare la mia bimba. E pure suo padre era innamorato di lei. Parlavamo di nostra figlia ogni sera dopo che l’avevamo messa a letto, ci congratulavamo a vicenda per quella bambina. Le davo tutto ciò che era mancato a me, e molto di piú. E anche lei mi voleva bene.
Trovavo bello tutto quello che aveva a che fare con lei: la bava che le scorreva sul mento e sul collo fino alla maglietta, i pannolini inzuppati di pipí, gli occhi cisposi, il muco al naso. A volte, quando la guardavo o la annusavo, mi veniva l’acquolina in bocca. Avrei voluto addentarla.
– Ti mangio, – le dicevo, – adesso ti divoro –. E lei rideva. Le facevo il solletico per sentirla ridere e se qualcuno intorno a noi ci fissava, non mi vergognavo, anzi.
Quando Leah aveva quattro anni avrei voluto un’altra figlia. Dissi a Meir: – Pensa un po’, due Leah –. Ma forse, con quelle stesse parole, gli dissi pure: «Non acconsentire». E lui non acconsentí. Gli portai rancore per mesi ma alla fine mi dimenticai della cosa. Meir aveva piú di cinquant’anni, traslocammo in un appartamento piú grande, eravamo soddisfatti del nostro lavoro, dormivamo tranquilli di notte, avevamo Leah che aveva quattro, cinque e poi sei anni; non ci mancava nulla. La piccola cresceva.
Il fratello minore di Meir, Yochai, che come lui è diventato padre in età avanzata, mi parla di sua figlia. Ha divorziato dalla moglie quando la bambina aveva sette anni, adesso ne ha otto e la sera, mentre la mette a letto, dopo averla baciata in fronte e averle rimboccato le coperte, già sente la sua mancanza. La piccola c’è e non c’è allo stesso tempo e lui è perennemente in apprensione, combattuto tra ciò che la figlia è e ciò che sarà. Chiacchieriamo in un piccolo bar del centro (prima che Meir morisse io e Yochai non avevamo mai parlato davvero, lui era sempre molto riservato in mia presenza) e quando torno a casa provo un senso di inquietudine. Leggo di una donna (non di quella che vive in Irlanda le cui figlie non sono mai andate per strada da sole. Di un’altra, francese) con una figlia che è stata in prigione per due anni. Da dietro le sbarre la ragazza racconta che i suoi genitori l’amavano, forse troppo, ma non era sicura che provassero simpatia per lei. Poso il libro e fisso a lungo la copertina. Non penso che riprenderò a leggerlo. Crescendo, scrive la figlia, «sono diventata per lei l’altro lato del muro».
Penso a Leah quando aveva quattordici o quindici anni. Momenti pericolosi. Centinaia, migliaia di volte ho pensato mentre la guardavo: «Sei di una bellezza mozzafiato». A volte le dicevo: – Sei bella da impazzire, – e lei, roteando gli occhi, assumeva un’espressione dura e io capivo che la deludevo con il mio sguardo amorevole, cieco ai suoi difetti. Però non demordevo. Non accettavo che ci fosse un muro tra noi.
Voglio scrivere tutto di Leah ma è come se le parole dovessero passare attraverso la cruna di un ago.
Vorrei scrivere di lei senza parole ma è impossibile.
Lo si vede spesso nei film: una famiglia viaggia in automobile. Il padre guida, la madre accanto a lui è di una bellezza distratta e accattivante e sul sedile posteriore sono seduti due vivaci bambini. Chiacchierano. Quella è la loro vita un istante prima che accada qualcosa di brutto: ci sono pirati della strada in agguato, un oscuro segreto del passato, la bocca della figlia risucchiata nel viso.
Una volta ho visto un film scandinavo in cui la tragedia era composta da piccoli dettagli. L’ho rivisto tre volte, ci tenevo a capire tutto. La famiglia – padre, madre, figlio e figlia – si trovava in vacanza in una stazione sciistica. Erano tutti e quattro belli ma non in maniera esagerata, di una bellezza plausibile, ed era chiaro che la loro vita non era esente da preoccupazioni. L’evento che sconvolgeva la loro esistenza, lasciandovi crepe e fratture, era una valanga di pochi secondi. La famiglia era in un ristorante sul pendio di una montagna e la valanga correva verso i commensali fino a che non si fermava a una certa distanza. Tutti se la davano a gambe in cerca di salvezza, poi si rimettevano a tavola e continuavano a mangiare. Quella famiglia, però, aveva subito un colpo mortale, il danno era fatto perché il padre era fuggito via da solo mentre la madre si prendeva cura dei figli, li stringeva a sé e li proteggeva. Non riusciva tuttavia a riprendersi dalla consapevolezza che il marito li aveva abbandonati. Da quel momento in poi, per tutta la durata del film, con sobrietà scandinava, la profondità della frattura si andava man mano evidenziando.
Ogni tanto mi piacerebbe vedere altri film come questo, che scavano nelle pieghe della vita quasi senza sforzo, invece di pellicole su drammi clamorosi. Vorrei sentir parlare di famiglie come la nostra – la mia, di Meir e di Leah, – di errori che si possono commettere con facilità ma che nessuno perdona, di incidenti comuni, di reati commessi per buona volontà.
Nel primo anno di vita di Leah mia madre veniva a trovarci spesso, e mai a mani vuote. Portava con sé contenitori di cibo che aveva preparato per noi, o regali che aveva acquistato per la nipotina a prezzi esorbitanti (mamma non toglieva mai il cartellino del prezzo). Si sedeva sul divano con la bambina sulle ginocchia e le faceva versi o la dondolava di qua e di là. Oppure si metteva con lei sul tappeto e le recitava filastrocche muovendo le mani, e quando finivano di giocare la imboccava e le asciugava il mento. Io rimanevo in attesa del momento in cui avrebbe perso il senso della misura e il suo cuore sarebbe traboccato. Come si poteva resistere a Leah? Avrebbe fatto sciogliere la nonna.
Oltre a mia madre anche Meir mi dava una mano con la bambina. La mattina la preparava per uscire e talvolta la portava dalla baby-sitter. Il pomeriggio andavo io a prenderla e finché Meir non tornava dall’università eravamo solo noi due oppure con la nonna. Quando mio marito arrivava si precipitava dalla piccola e la subissava di abbracci, di grida di gioia, di domande, di ripetute richieste di baci, e se lei si rifiutava, lui picchiava i piedi. Leah, tutta sbaciucchiata, rideva come una matta. Non appena Meir arrivava, o al massimo dopo un minuto o due, mia madre se ne andava chiudendosi la porta alle spalle e io rimanevo a guardare padre e figlia che si sbellicavano dalle risate sul divano. Mia madre non voleva vederli, non riusciva ad apprezzare quella scena. Io non sapevo ridere cosí con mia figlia, farle versi, soffiarle sulla pancia, emettere tutti quei suoni. Però ero affascinata, anche se talvolta Meir esagerava. Capitava che Leah ridesse fino a che i suoi trilli gioiosi cominciavano ad assomigliare a strilli di pianto.
A Leah facevo un’infinità di foto. La scoperta dell’America, lo sbarco sulla luna, il primo figlio. È ovvio che l’intero mondo trattiene il respiro. Ci vogliono però anni per riuscire a guardare quegli album e a riconoscere come l’amore avesse offuscato la realtà, ce l’avesse mostrata diversa. Nei suoi primi giorni di vita Leah era pallida da far paura, quasi trasparente. Era strana. Eppure, ancora oggi, il cuore mi batte forte davanti alla sua espressione impertinente, alla consapevolezza di quanto valesse già allora, al principio. In ogni caso ho capito solo in ritardo che, sebbene avessi imparato ad amare i figli degli altri, il mio amore per Leah non era un processo di apprendimento. Era piuttosto il contrario. Era dimenticare tutto.
Al di fuori delle fotografie spremevo succo d’arancia per Leah e nelle foto lei lo beveva dal suo bicchierino di plastica rosa, a sorsi titubanti. Il sapore acidulo la sconcertava e questo mi divertiva. Le vitamine scorrevano in lei e, una volta assorbite, producevano il loro effetto. Sotto i miei occhi mia figlia guariva senza essersi ammalata. La sentivo crescere anche di notte, quando dormiva, percepivo il calore del forno in cui lievitava (distesa nel lettino sembrava irragionevolmente lunga). Di rado, quand’era davvero malata (aveva un raffreddore, un virus, o un’infezione), sotto la sua pelle si accendeva un temperamento diverso. Non era debole o confusa, al contrario, la febbre la rendeva turbolenta e loquace. Euforica. Gli occhi le brillavano, il viso le si imporporava, la voce le si faceva profonda e roca. Mi spaventava. In quei momenti era chiaro che non potevo fare nulla per lei. Era alla deriva, in balia del destino. Ma dopo un giorno o due al massimo tutto si calmava. Mia madre telefonava di continuo per sapere come stava, era preoccupatissima. Nei suoi quarant’anni di lavoro come infermiera in un ospedale aveva imparato molte cose sui capricci della sorte. La febbre alta nei bambini la terrorizzava. Tutto ciò che era al di fuori della norma, esagerato, l’ho già detto, non le piaceva. – Leah sta benissimo, – la rassicuravo. – La febbre è scesa, dorme.
E la mattina dopo mia figlia tornava a sorridere nel suo seggiolone. Avevamo comprato una delle prime fotocamere digitali e potevo scattare tutte le foto che volevo. In una determinata luce gli occhi di Leah erano talmente azzurri da sembrare vuoti. Io e suo padre abbiamo gli occhi marroni. Il colore azzurro di Leah è un viaggiatore clandestino nel nostro corpo, un incontro genetico avvenuto a distanza di due generazioni. Mia nonna materna aveva gli occhi azzurri e anche il nonno paterno di Meir. In quella stessa luce anche i capelli di Leah apparivano chiarissimi, quasi dorati. Cancellavo però subito quegli scatti da demonietto e sceglievo i piú belli da mostrare a mia madre. Un’ora dopo, mentre andavamo all’asilo, Leah, ormai completamente guarita, voleva ancora una volta premere l’interruttore della luce delle scale, il pulsante dell’ascensore, il telecomando dell’auto. Qualunque cosa. E anche il pomeriggio, quando tornavamo a casa, pretendeva di schiacciare i tasti del bancomat e prendere poi le banconote, inserire la moneta nel carrello del supermercato, firmare la ricevuta della carta di credito. A tre anni e mezzo sapeva scrivere il suo nome e firmava con uno svolazzo che ricordava il nastro di un pacchetto regalo. A casa scriveva di continuo Leah, Leah, Leah, Leah. Non chiedeva di imparare altro.
Dico che il problema dell’amore non si è piú ripresentato. Nei mesi della gravidanza il mistero dell’amore mi tormentava, ma dal momento in cui è nata mia figlia, tutto si è risolto. Nelle lunghe ore pomeridiane, quand’eravamo sole, telefonavo a mia madre e le raccontavo quant’era meravigliosa Leah. Mi intestardivo a raccontare, non le permettevo di cambiare argomento, e non acconsentivo ad ascoltare le sue storie finché lei non finiva di sentire le mie. Avevo anche trovato il modo di farlo senza che lei se ne rendesse conto. Alla commessa del negozio di alimentari in fondo alla strada dicevo (a voce troppo alta; un volume che non sempre corrispondeva a quello che avrei voluto): – Che cos’ho fatto nella vita prima che nascesse mia figlia? – Ciò che intendevo era che non ricordavo nulla, che avevo cancellato tutto ed ero rinata insieme alla bambina. Non avrei potuto dire una cosa simile a mia madre, avrei causato a entrambe un enorme imbarazzo. In quelle parole lei avrebbe udito tutto ciò che temeva di sentire. Ma io ero innamorata di mia figlia, avrei voluto gridare a tutti il mio amore per lei e, al tempo stesso, non mi importava niente di nessuno. Ero felice, mi crogiolavo nella mia nuova maternità, come se l’avessi inventata io. Gli abbracci infiniti, i baci lievi, i versetti, i gorgoglii d’affetto. Allattavo Leah ogni qualvolta lei lo voleva, giorno e notte. Si addormentava e si risvegliava secondo i suoi ritmi. Non consultavo nessun manuale per neomamme. Annusavo le sue calzine e i suoi pantaloncini prima di infilarli in lavatrice, aspiravo l’odore dei suoi capelli unti, del suo alito mattutino, tutti i suoi dolci fetori. Leah gattonava a piedi nudi nel recinto con la sabbia e si strusciava contro il pelo dei cani del vicinato. Me ne infischiavo di tutti i divieti, delle regole, e mi ostinavo a ostentarlo davanti a mia madre, a esibire l’amore per mia figlia che avevo inventato io ed era completamente diverso da quello che lei aveva provato per me.
Solo raramente mi arrabbiavo con Leah. Non mi incollerivo con lei, non l’ho fatto né nei suoi primi anni né in seguito. Capitava però che mi stancassi. Allora facevo una smorfia e alzavo la voce, ma dentro di me non mi spazientivo. Provavo piacere. Mi divertivo a educarla un po’, a farle la predica, a fare la mamma. Su una cosa però non transigevo: quando Leah si infuriava e agitava le manine per colpirmi sulle gambe, sul petto o sui fianchi, le afferravo con forza i gomiti e dicevo: – No! Non si picchia la mamma! Neanche per scherzo! – Lei scoppiava a piangere. Dopo qualche tentativo però non osò piú provare. Eppure, piú di una volta, Leah mi offese. Quando diceva sottovoce e non per scherzo, tutta seria: – Vattene via, lasciami in pace, – allora non riuscivo a guardarla. La ignoravo per un po’ e lei si rattristava.
Leggo in un libro di una madre che non riesce piú a sopportare il pianto dei figli e all’improvviso vedo ovunque madri come lei: al parco giochi, in fila alla cassa del supermercato, per strada, nelle sale d’attesa. Avverto i loro respiri trattenuti, la voce che conta fino a dieci, la follia pronta a scattare. Ciò che le sconfigge non sono tanto le mani appiccicose, il sudiciume in ogni piega del corpo, la spirale infinita di imboccare e fasciare, e nemmeno i capricci davanti agli estranei. Alla fin fine è il pianto.
Leah di tanto in tanto piangeva, tutti i bambini piangono. Però è sempre stata brava. Non ha mai avuto crisi isteriche. L’unica cosa era che parlava a voce altis...