A quanto pare non trovarono nulla di marcio nel mio sangue, poiché il primo lunedí d’agosto varcai il cancello della Trak Essepía alle sette meno cinque in punto. Lo sbirro non era nella sua casupola ad arrostirsi, nessuno mi attese in pompa magna, al risveglio mi ero dovuto preparare la colazione da solo e nemmeno un cane s’era degnato di augurarmi in bocca al lupo o una roba ugualmente trita ma sempre piacevole da ascoltare.
Seguii, come mi era stato detto dalla segretaria nevrotica, le frecce gialle che conducevano all’INGRESSO PERSONALE, notai un paio di container con armadietti, poi superai quella zona e ascoltai per un attimo il trambusto dei punzoni, dello sgretolamento metalli, delle voci, dei motori dei muletti.
Raggiunsi il container centrale, dentro c’era Giulio che parlava con alcuni ragazzi muniti di zaino come me, e bussai alla porta aperta.
Sempre piú simile a un personaggio dei fumetti, Giulio guardò severo l’orologio e disse: – Qui si arriva almeno venti minuti prima.
– Ho perso il pullman.
– Frega un cazzo.
– Okay, – feci comprensivo, annuendo. Ognuno deve avere il suo ruolo, a questo mondo.
Gli altri ragazzi con gli zainetti si voltarono: manco a dirlo, erano i quattro molisani della visita. Mai un po’ di culo!
– Ciao, ragazzi –. Qua assumono cani e porci, pensai.
Si scambiarono uno sguardo perplesso. Uno di loro aggrottò la fronte, come a voler domandare spiegazioni. Gli altri, invece, salutarono e basta.
Giulio ci sovrastava, imponente, sguardo truce e camice nero.
Stavo per alzare il braccio. Poi pensai che certe cose andavano fatte solo a tempo debito, e in luoghi piú consoni, cosí lasciai perdere.
La pressa accanto al container quasi stritolò un pezzo, poi lo espulse come se facesse schifo. Noi neoassunti guardammo la scena con autentico terrore.
Giulio attaccò col discorsetto di prammatica, una versione meno fascistoide di quella che mi aveva già propinato.
– E ricordatevi, – concluse poi, – che siete tutti in prova per una settimana. E che posso mandarvi via anche adesso, se mi girano i coglioni dal verso sbagliato.
Era tutto molto serio e ufficiale, e le faccende serie e ufficiali oltre che per annoiarti a morte sono utili per imparare certe espressioni del viso stupide ma congeniali a ogni tipo di situazione della vita; quelle espressioni che la gente si aspetta tu faccia quando loro giudicano sia il momento.
Giulio chiese se ci fossero domande.
Uno dei molisani, sfregandosi le mani con eccessivo entusiasmo, esclamò: – Ne ho una io, Giulio. Quando si comincia?
Quello lo squadrò un attimo. Il molisano smise di sfregarsi le mani. – Tu com’è che ti chiami? – gli chiese, controllando un foglio.
– Muschiato Vincenzo, perché?
– Te l’ho detto che sono bergamasco, Vincenzo?
– Sí.
– E lo sai cosa si dice dei bergamaschi?
– Veramente no.
– Dei bergamaschi NON SI DICE UN CAZZO! – strillò Giulio, e tutti ci abbassammo come se fosse scoppiata una granata. – E NON AZZARDARTI A FARE IL LECCACULO CON ME, INTESI?!
Usciti dal container, seguimmo Giulio in fila indiana. Mentre lui ci faceva strada attraverso quel paese dei balocchi, i molisani si guardavano attorno sempre piú allarmati. Le file di presse ci scorrevano accanto, e io mi sforzavo di tenere lo sguardo dritto davanti a me, piantato sulla schiena del nostro capo camerata, che oltretutto, notai, camminava in modo alquanto singolare, a passetti rapidi e dimenando il culo. Mentre formulavo le mie congetture, Vincenzo dietro di me mi sussurrò: – Ma col Toro che hai fatto?
– Quei bastardi m’hanno messo fuori rosa. Hanno preso un brasiliano per quattro soldi. Ora mi tocca rimediarmi il pane come voialtri.
– Che sfiga!
Giulio si voltò, bloccandosi. – Che cazzo dite?
– Niente, ci presentavamo… – buttai lí.
Ci scrutò per qualche secondo, poi riprendemmo la marcia.
Arrivammo a un magazzino e un vecchio rimbambito sordo a un orecchio ci passò pantaloni da lavoro, magliette e scarpe. Su tutte c’era la scritta «TRAK».
– Benvenuti in culo al mondo! – esclamò questi, quando ebbe finito di darci la roba. Aveva i denti gialli di nicotina.
– Chiudi quella fogna! – sbraitò Giulio. E a noi: – Andate nei container all’ingresso e cercatevi degli armadietti vuoti. Vestitevi in fretta, che non c’ho tempo da perdere stamattina.
Ubbidimmo e ci spostammo un’altra volta dalla parte opposta. Mentre passavamo, facce cadaveriche di uomini e donne ci fissavano trasfigurate dalle loro postazioni.
– Minchia che posto! – disse uno di noi.
La cosa peggiore era il caldo, e non erano nemmeno le otto di mattina. Poi veniva l’odore: dolciastro e metallico, ti si infilava in bocca prima che nel naso. Sapeva di sangue. Poi tutto quel casino di pezzi stritolati e di carroponti in movimento sulle nostre teste.
In piedi, davanti a una pulsantiera a filo, riconobbi Mario, l’operaio che avevo incontrato durante la visita guidata con Collura. Ci lanciò un’occhiata un po’ triste e poi gridò: – Come va?
Feci il segno del pollice in su, e poi urlai a mia volta: – Andiamo a cercarci gli armadietti.
Mario annuí. – Portatevi sempre dietro i portafogli. E le robe preziose. Qua rubano.
– Chi ruba? – chiese sopra il frastuono uno dei molisani.
Mario lo fulminò con lo sguardo. – E se lo sapevamo secondo te quello continuava a rubare?
Giulio, intanto, ci fissava minaccioso da lontano.
– Andate, pivellini! – concluse Mario, e si riattaccò alla pulsantiera.
Raggiungemmo i container senza spiccicare un’altra parola. Nel primo c’era puzza di sudore e di piedi in cancrena. Gli altri ci si infilarono alla ricerca di un armadietto, mentre io mi fiondai in quello accanto, dove le cose non migliorarono. Cercai in ogni angolo il cadavere di un cane in decomposizione. Non c’era. Erano esseri umani, a puzzare a quel modo. Mi domandai se da quel momento in poi anch’io avrei emanato quel tanfo da obitorio.
Mi spogliai e infilai la maglietta blu della Trak. Poi indossai i pantaloni, che mi andavano lunghi. Feci due o tre giri di risvolto e infilai le scarpe, che invece erano strette. Rassegnato, mollai lo zaino e mi ributtai nel frastuono.
I molisani erano già tutt’e quattro fuori, quasi sull’attenti.
Dovetti spiegare anche agli altri che ancora non lo sapevano che il Toro m’aveva messo fuori squadra e, approfittando delle assunzioni lí alla Trak, per mantenermi avevo accettato di fare l’operaio per qualche mese. – Ma c’è il Milan che mi vuole, – soggiunsi. – Il mio procuratore sta trattando.
– Speriamo bene! – disse Vincenzo.
Mi grattai discretamente le palle.
Riattraversammo di nuovo quel mondo di gente sveglia dalle cinque del mattino, gli occhi comatosi, le sigarette pendule dalle labbra. Guardammo una donnina darsi da fare alla prima macchina della «linea verde». Nemmeno il tempo di stampare un pezzo nella pressa, che già con la calamita ne infilava sotto un altro. Ci apparve una faccenda difficilissima, mentre invece lei rideva e ci guardava persino, automatizzata come un robot.
– Siete cinque stavolta, eh? – gracchiò.
– In che senso? – chiesi.
– Di solito ne provano di piú –. Calamita, lamiera, stampo, bottoni, pressa, calamita, lamiera, stampo, bottoni, pressa. E sorrideva pure, parlando. – L’ultima volta erano in otto, mi pare.
– E che fine hanno fatto?
– Ne hanno tenuti solo due –. Un po’ di sudore le imperlava il naso, unico indizio umano in quell’agitarsi bionico. Ma forse si trattava dell’olio che le avevano sparato in eccesso tra le giunture.
Alla notizia che l’ultima tornata di assumendi aveva prodotto un misero venticinque per cento di assunti, i molisani sbiancarono. Forse s’aspettavano di entrare subito alla Trak per uscirne solo da pensionati.
L’illusione ne ha ammazzata tanta di gente, pensai io.
Salutammo quella pazza e raggiungemmo l’altra linea: quattro presse in fila dipinte di blu.
Giulio sbucò da dietro un nastro trasportatore, alzandosi di scatto. – Quanto cazzo di tempo ci voleva, eh? – strillò. – Spingete il nastro verso di me –. Ubbidimmo ancora. ’Sta cosa del lavoro in fabbrica, in pratica, consisteva solo nel fare alla svelta quello che ti dicevano e di restare in silenzio anche se ti sentivi scoppiare la testa.
Il nastro era difettoso, e si inceppava di continuo.
C’erano il panzuto e il biondino. Il primo ci rivolse un cenno di saluto col capo. L’altro invece mi osservò un istante con i suoi occhi azzurro gelato, prima di piegarsi per dare una mano a Giulio, che stava maledicendo il nastro. Dalla prima macchina, zampettando allegramente come se fosse...