La settima luna
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La settima luna

  1. 408 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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La settima luna

Informazioni su questo libro

NERO RIZZOLI È LA BUSSOLA DEL NOIR FIRMATA RIZZOLI.

La notizia è di quelle che richiedono un brindisi speciale. Su una terrazza incastonata nel Supramonte, in uno degli hotel più incantevoli della Sardegna, il vicequestore Vito Strega sta festeggiando la nascita della nuova unità investigativa sui crimini seriali. Con lui ci sono le inseparabili ispettrici Eva Croce e Mara Rais. Finalmente tutto sembra andare per il verso giusto. Ma una telefonata li riporta alla realtà e i tre devono salutare il cielo terso e il sole dell'isola. Nelle terre paludose del Parco del Ticino è stato ritrovato il corpo di una ragazza. Quando l'ispettrice Clara Pontecorvo arriva sul posto, stenta a credere ai propri occhi: la vittima ha le mani legate dietro la schiena e indossa una maschera bovina. Mancava solo questo per Clara, che ha già un grosso problema: è alta 1,98, non trova mai dei vestiti adatti a lei. Tantomeno un uomo. L'istinto le dice che quella scena del crimine potrebbe essere la riproduzione di un altro delitto avvenuto anni prima in Sardegna. E nessuno, meglio di Strega, Rais e Croce, conosce quel caso, che aleggia ancora nelle loro vite come un'ossessione. Ora a piede libero c'è un emulatore, che vuole i riflettori puntati su di sé.
I poliziotti dovranno essere più uniti che mai, e Vito Strega, per la prima volta così vulnerabile, si troverà a fare i conti con il proprio passato.
Piergiorgio Pulixi, in un romanzo dal passo ritmato di danza, si addentra nei meandri oscuri dell'umano e interroga l'essenza più intima di una terra impenetrabile. Dall'inizio alla fine, una domanda, come un tarlo, accompagna Strega e noi lettori: sono i poliziotti a dare la caccia al killer o è lui a dare la caccia a loro?

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2022
Print ISBN
9788817163118
SECONDA PARTE

La bella addormentata

25

Sala di attesa della questura di Pavia

Clara trovò la ragazza addormentata nello stesso posto della notte prima. Anche gli abiti che indossava parevano i medesimi. Gli unici elementi dissimili erano un largo maglione color beige e una coperta termica dorata con cui qualcuno l’aveva riparata dagli spifferi gelidi della questura. Alice si era presentata agli uffici della Mobile al ritorno della poliziotta dalla prefettura. Aveva spiegato che aveva raccolto via Facebook le testimonianze di alcuni contatti comuni che avevano visto Teresa negli ultimi giorni, e le aveva portato le chat da analizzare. Poco dopo si era scatenato il diluvio. Clara le aveva consigliato di aspettare che il tempo si placasse, prima di ritornare a casa.
«Guidare con questa pioggia non è una buona idea» le aveva detto.
«Va bene. Non è il caso che sparisca anch’io, in effetti» aveva risposto la ragazza, facendola sorridere. «Non è un problema stare qui. Mi fa sentire più utile che rimanere a casa a fissare il vuoto o a passare fazzolettini e calmanti a mia madre.»
«Non si è mossa da lì?» domandò l’ispettrice a un collega in divisa, che si preparava a smontare dal turno notturno.
«Esatto. È rimasta tutta la notte. Ha controllato il cellulare, ha guardato un po’ di tv, e poi è crollata.»
«Le hai messo tu la coperta?»
L’uomo annuì. «Mi ha fatto pena, dottoressa.»
«Hai fatto benissimo.»
Pontecorvo andò alle macchinette automatiche. Inserì abbastanza monete per due caffè lunghi e nel frattempo ascoltò un notiziario della rete locale da un televisore appeso alla parete.
«Nella notte l’acqua ha provocato sradicamenti di argini e smottamenti di terreni e di interi tratti stradali, poderali e interpoderali, con conseguente interruzione del transito dei mezzi agricoli. Preoccupa la rottura di fossi e la formazione di voragini nei campi, coltivati e non, in tutta l’area del pavese…»
Le immagini mostravano un territorio sfigurato dal nubifragio. Nella notte gli incidenti si erano susseguiti, e c’era stata una tale penuria di personale – vista la mole di richieste di interventi di cui le forze di polizia e i vigili del fuoco erano stati subissati – che per diverse ore anche Clara era stata inviata a dare manforte ai colleghi della Stradale in notevole difficoltà. Durante quel turno infinito aveva sperato che prima o poi il telefono squillasse, portando buone notizie di Teresa. Speranza vana.
L’ispettrice tornò nella sala d’attesa e fece dondolare il liquido fumante sotto le narici della giovane. L’aroma penetrante del caffè caldo la svegliò.
«Allora è un vizio» la salutò Clara. «Vuoi proprio mettere le tende qui, eh?»
Alice Poletto si stiracchiò, stropicciandosi gli occhi come una bambina, e accolse con un sorriso il bicchiere di carta che la poliziotta le stava porgendo. «No, è che sono diventata assuefatta a questo caffè schifoso, senza offesa.»
«Stiamo portando avanti una raccolta firme per farci cambiare la macchinetta. Una in più ci farebbe comodo.»
«Lo consideri fatto. Grazie, comunque… Novità?»
Clara si sedette al suo fianco. «No, purtroppo.»
Alice controllò il suo smartphone, ma dallo sguardo deluso che le oscurò il volto Clara dedusse che nemmeno lei ne aveva ricevute.
«Ha fatto un tempaccio da incubo. Non ha mai smesso di piovere e non è stato possibile far partire le ricerche» spiegò l’investigatrice. «Inaspettatamente oggi il tempo si è rimesso al buono. C’è pure il sole. Sicché è probabile che tra qualche ora si possa iniziare a cercarla.»
«Posso partecipare anch’io?»
«Certo, ma non subito. Il vero problema, Alice, è che non sappiamo con esattezza dove cercare. Anche le testimonianze che hai raccolto, e di cui ti ringrazio ancora, sono discordanti. Qualcuno l’ha vista a Milano, qualcun altro a Garlasco. Uno a Gropello… uno dice che gli è sembrato di intravederla a Pavia. Come puoi capire, è un gran casino.»
«Quindi come procederete?»
«Per prima cosa faremo una ricognizione con i droni attorno a casa tua, coprendo le campagne di Garlasco e l’area fluviale del pavese. La cosa più importante, al momento, è trovare la sua auto. Una volta che abbiamo quella, possiamo farci un quadro più preciso.»
«Possibile che la Stradale non l’abbia ancora trovata?»
«Sì. Non solo è possibile, ma è anche un buon segnale.»
«Perché mai?»
«Perché rafforza l’ipotesi di un allontanamento volontario. Non chiedermene il motivo, ma magari Teresa ha deciso di andar via dalla Lombardia. Forse in questo momento è in Piemonte, o in Liguria, o in qualsiasi altro posto.»
«Non è da lei.»
«Lo so. Ma non hai idea di quanto spesso accada che…»
Alla vista della sua dirigente che si affacciava nella saletta, Clara s’interruppe e si alzò in piedi.
«Sono qui, dottoressa.»
«Ponteco’, sali su che è arrivato il PM» disse Michela Guarino. «Vuole parlare con te, prima che stacchi.»
«Arrivo subito.»
Appena la superiore si fu allontanata, Clara tornò a rivolgersi alla ragazza. «Questo è un altro buon segno. Se il magistrato è venuto fin qui, vuol dire che sta prendendo la sparizione con serietà. Ti consiglio di tornare a casa, Alice. Qui non servi, credimi. Ti prometto che ti tengo aggiornata su qualsiasi cosa.»
«Ok, grazie. Metto quella firma e me ne vado, promesso.»
Pontecorvo fece per uscire, ma dopo qualche passo si fermò e tornò a voltarsi verso la giovane. «Alice, ho come l’impressione che tu voglia dirmi qualcosa ma non ci riesca. Mi sto sbagliando?»
Per un attimo Alice pensò alle mani tremanti del padre, al senso di colpa che gli aveva visto balenare negli occhi, e fu sul punto di raccontare tutto all’ispettrice. Ma all’ultimo decise che non era il caso. Non ancora.
«Sì, volevo dirle di trovare mia sorella. È una brava ragazza.»
Pontecorvo annuì e si avviò verso gli uffici della Mobile con la consapevolezza allarmante che la ragazza le avesse appena mentito.

26

Terre paludose, località sconosciuta

<new-part>
Pietro Paralupo sollevò la botola che portava nella cantina segreta e scese i gradini con passo malfermo. Era distrutto. Con gesti automatici accese il fuoco nel camino, ignorando la ragazza a qualche metro da lui che dormiva – o fingeva di farlo –, intirizzita e rattrappita dal gelo. Aspettò che le fiamme fossero abbastanza vivaci prima di sciogliere il nodo del bustone che conteneva gli indumenti indossati nelle ore precedenti. Buttò giù abbastanza grappa da distendere i muscoli contratti e alleviare il peso che sentiva gravargli sulle spalle, sebbene nutrisse il presentimento che quel fardello fosse tutt’altro che fisico, e non l’avrebbe più abbandonato. L’alcol lo riscaldò prima del fuoco. Si tirò indietro i capelli umidi di brina e passò in rassegna il tritacarne di eventi in cui era scivolato nelle ultime ore.
Tutto sommato, era soddisfatto. Con la complicità del diluvio era riuscito ad attraversare la notte, invisibile come un fantasma, senza farsi notare da nessuno. L’irruenza del fiume gli aveva scompaginato i piani e aveva dovuto improvvisare. Risalendo il Ticino aveva trovato un luogo propizio all’immolazione. Conosceva bene quelle aree. Sapeva orientarsi lungo il fiume anche col buio ed era a conoscenza di stradine sterrate che non erano segnate su nessuna mappa. Le aveva battute senza incontrare anima viva, sia all’andata che al ritorno.
Una volta concluso il sacrificio, rincasando aveva rispettato la promessa fatta agli Zerbi: era andato a trovarli e a controllare come se la passassero. Nonostante fosse piena notte, i coniugi erano ancora svegli, preoccupati per l’inondazione. Come aveva immaginato, tutte le paratie che aveva eretto con il vecchio qualche ora prima erano saltate. Ma i danni non erano così drammatici come si era aspettato. Dopo essersi assicurato che stessero bene, Paralupo si era congedato e aveva giurato che sarebbe tornato l’indomani, per aiutare l’anziano a spazzare via i depositi alluvionali che si erano ammassati intorno alle stalle e al fienile.
Il vaccaro prese una bottiglia di alcol con cui inzuppò i vestiti, prima di gettarli tra le vampe. Fissò gli scarponi spellati, incrostati di fanghiglia e neve sudicia, con un affetto quasi fraterno. Per un fattore erano importanti quanto il pane: erano i più fedeli alleati nella lotta quotidiana combattuta in quelle terre feroci.
«Grazie» sussurrò in dialetto, in segno di rispetto e riconoscenza, prima di imbeverli di grappa. Scagliò anche quelli nel fuoco, perché non poteva permettersi di conservare prove che lo collegassero al delitto. Si levò un odore penetrante di cuoio, plastica e pelle sintetica che permeò il sotterraneo.
Paralupo si osservò le mani callose, ruvide e crepate dal freddo. Tremavano ancora. Non avevano mai smesso di farlo, da quando il sangue era stato versato. Il ricordo di quello che aveva fatto gli provocò una fitta al petto. Aveva la sensazione di aver oltrepassato una soglia, di aver vissuto e trasceso quell’attimo fatale che trasforma una vita in un destino. Aveva sfidato le leggi naturali, squarciato la placenta che separa il mondo dei vivi da quello dei morti, e non ci sarebbe più stato verso di tornare indietro, qualsiasi cosa si fosse inventato per redimersi.
Si scoprì di nuovo in lacrime. Di colpa e sollievo allo stesso tempo.
«L’hai uccisa, vero?» giunse la voce tremolante della ragazza da un angolo della cantina.
L’uomo, di spalle, annuì.
«Perché?» gli domandò. Non l’aveva mai visto così vulnerabile e provava ad approfittarne.
Paralupo si asciugò il volto col dorso della mano destra. Non c’era una sola risposta a quella domanda, ma una costellazione di ragioni. E lui non era abbastanza bravo con le parole da spiegargliele, neppure se avesse trascorso tutta la mattina a cercare di farlo.
Si tolse la maglietta, denudando la schiena deturpata, e buttò anche quella tra le fiamme.
Si voltò verso di lei, che d’istinto si irrigidì.
Le si fece vicino, si distese al suo fianco e l’abbracciò con quelle braccia possenti, sordo al suo piagnucolio e alle sue suppliche.
Dopo qualche secondo, Nika percepì il calore liquido delle lacrime sulla sua schiena e solo allora smise di contorcersi. Lo sentì singhiozzare contro la sua pelle per diversi minuti, per poi crollare in un sonno irrequieto, animato da scatti nervosi che parevano spezzarla. Ebbe l’impressione che il sequestratore fosse un bambino imprigionato nel corpo di un adulto.
Nika provò a muovere le braccia, ma il peso del mandriano la inchiodava a terra. Dopo pochi istanti gli arti persero di sensibilità fino a intorpidirsi del tutto.
Non poté far altro che stare ferma e pregare che qualcuno venisse a liberarla.

27

Pressi dell’isola dell’Ochetta, Buccella di Vigevano, Ticino

<new-part>
Bruno Pappalardo, il maresciallo dei carabinieri della stazione di Garlasco, parcheggiò l’auto vicino a un’ambulanza del 118 e proseguì a piedi verso la sponda del fiume. Le scarpe si stavano imbrattando, ma il fango in quel momento era l’ultimo dei suoi problemi. I colleghi della compagnia ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. La settima luna
  4. PRIMA PARTE. L’ultima luna
  5. SECONDA PARTE. La bella addormentata
  6. TERZA PARTE. La ragazza cervo
  7. Copyright